Venticinque anni dalla morte di Craxi. Esce un novo libro (di Cazzullo), si ripubblicano i precedenti, si allestiscono le vetrine delle librerie. Torna anche in TV “Hammamet” (ma era già prima su Rai Play) il film di Gianni Amelio (recente ottantenne, auguri) che fu un successo cinque anni fa. Rivediamolo attraverso appunti di allora sui personaggi principali. Concludendo con lui, Pierfrancesco Favino.
La famiglia
La moglie. Anna è l’unica che mantiene il proprio nome anche nel film, dove i personaggi conosciuti non sono indicati per nome ma per ruolo (“Il Presidente“, “la figlia“, “il figlio“, “la nuora“, ecc.) e quando hanno un nome è diverso da quello reale (Stefania si chiama Anita). Fra quelle dei familiari quella della moglie è la figura più risolta e interessante, anche grazie a Silvia Cohen che le conferisce un tratto amabilmente aristocratico, di moglie amata e trascurata insieme. Amelio, che parlandole aveva scoperto di Anna Craxi la passione cinefila, la mette spesso davanti alla TV accesa su illustri pietre miliari della cinematografia americana (Mann, Tourneur,Sirk), ricavandone qualche utile suggestione e una piccola perla: la sequenza in cui il marito, proveniente dal giardino, le si siede accanto sul divano davanti al televisore, acceso sul prediletto James Stewart di “Là dove scende il fiume“. Prende il telecomando e cambia canale, come se si fosse seduto di fianco al cane. Non sempre la sorregge il dialogo ma lei ci mette molto di suo e ne esce bene.
La figlia. Craxi aveva una autentica venerazione per Garibaldi (qui lo sentiamo scherzarci sopra con il nipotino sulle note del “Garibaldi blues” di Bruno Lauzi). Se ricordo bene, a uno dei congressi socialisti della sua segreteria (forse proprio a quello “faraonico” su cui si apre il film con la piramide dell’architetto Panseca) i congressisti ricevettero in omaggio una copia de “I mille“, il romanzo storico “maledetto” di Garibaldi, che lui aveva fatto rieditare dopo quasi mezzo secolo scrivendone personalmente la prefazione. Non era una cosa scontata, questa devozione per l’Eroe dei due Mondi. Non lo è mai stata, in Italia, nonostante in ogni borgo per cui ebbe a passare ci sia una targa sulle case in cui ha dormito e un monumento a cavallo sulla piazza principale. Il mito di Garibaldi è un mito essenzialmente retorico, poco sentito. Urticante per l’Italia liberale, insopportabile per quella protoleghista (che c’è sempre stata), nostalgicamente rivendicativo per quella cultura meridionalista autocondannatasi ad attendere sempre da fuori il pollice verso o quello alzato, il dominatore o il liberatore. Per Craxi la revisione garibaldina dava forma a un’idea dell’Italia importante: diversa da quella austeramente mazziniana (religiosamente insurrezionalista) come da quella montanelliana, ancora cripto sabauda. Soprattutto svincolata da quella democristiana – con il suo rapporto tutt’altro che risolto con il Risorgimento e Porta Pia – e da quella comunista, che pure a Garibaldi aveva intitolato le liste elettorali del fronte socialcomunista nel ’48. Appassionatamente antireazionaria, al di là degli esiti politici che sortì la politica (schizofrenica: è un parere personale) del PSI di quegli anni, rimane uno dei migliori tratti distintivi dell’eredità culturale craxiana. Per cui con il personaggio di Anita, la figlia, ci avviciniamo al cuore del film e del suo protagonista.
Dice Amelio di essere arrivato all’idea di “Hammamet” attraverso uno scarto da quella (effettivamente bizzarra) che gli era stata sottoposta dal produttore: l’idea di un film sul rapporto fra Cavour e la figlia. Ma dev’essere uno scherzo (forse ispirato dal dualismo Cavour-Garibaldi) perché Cavour, notoriamente celibe, morì senza figli, maschi o femmine che fossero. Ciò non toglie che alla conferenza stampa questo joke abbia tenuto banco per mezz’ora, con gustose battute sulla fantomatica figlia del primo ministro sabaudo e sul di lei rapporto col padre, immaginato come un controverso, interessante soggetto di indagine (forse più per un Bellocchio, magari, che per Amelio).
Resistendo al tema Cavour, Amelio avrebbe proposto in alternativa quello del ventennale della morte di Craxi, secondo una linea di bassa e circospetta intensità politica e di alta tensione affettiva e umana. Il viale del tramonto, ormai corto e accidentato, di un ex potente devastato dal diabete che lo espone al rischio di amputazione di una gamba, e di fronte alle ultime domande. Con una particolare attenzione al suo passionale rapporto con una figlia molto amata che nel film si chiama appunto Anita. Amelio evoca i nomi di Elettra, di Cassandra e di Cordelia, tre figlie di re. Chiama in soccorso Shakespeare e il mito degli Atridi, ma il film sembra evocarne soprattutto un altro: quello “in ascolto” del racconto di Calvino(“Sotto il sole giaguaro“) – poi libretto dell’opera di Luciano Berio per la voce di Milva – che la corona ce l’ha ancora in testa e teme di perderla, insieme al suo insostituibile supporto. Uguali sono l’ansioso ascolto dei rumori, nel rifugio fra le palme e gli ulivi; l’aria di minaccia proveniente dalle decine di militari schierati in sua difesa (parlano una lingua strana, tocca fidarsi) e persino da gruppi di turisti italiani che incontra nelle uscite e non hanno remore. Lo disprezzano, lo affrontano quasi fisicamente, in una replica virtuale dell’episodio delle monetine. E’ anche un film di fantasmi, “Hammamet“, e di incubi.
Suggerendo sotterraneamente in più punti l’accostamento, quasi una consonanza storica, fra Craxi e Moro, il film riporta alla mente dello spettatore di secondo e terzo pelo anche il legame fra Moro, la sua memoria e la figlia Maria Fida. Qualcuno ne ricorderà il tumultuoso percorso politico: prima socialista per odio anti democristiano, poi parlamentare democristiana passata in corso di legislatura a Rifondazione Comunista; di qui nel MSI e in Alleanza Nazionale, in ultimo Lista Dini e Partito Radicale. Verrebbe quasi da accostarle queste testimonianze di un vissuto particolarmente doloroso, in cui politica e nevrosi possono facilmente intersecarsi, in un rapporto col padre e la sua memoria che, volendo, può anche rimandare agli importanti riferimenti diAmelio. Non fosse che, rispetto all’intensissimo corpo a corpo padre-figlia di “La tenerezza“, questo sentimento trova qui un’espressione molto più intimistica, malinconica, flebile. Livia Rossi, la giovane attrice che interpreta Anita (forse un po’ troppo giovane, con i suoi 26 anni, per essere la madre del ragazzino grassottello con cui gioca il nonno), ha dolci sorrisi, attenta sollecitudine, severa malinconia, vibrante affetto per il padre: gli scrive sotto dettatura le memorie, sa tenergli le mani e abbracciarlo, lo ama di un amore filiale profondo, ma perfettamente sovrapponibile a quello che vive qualunque padre si trovi in quelle condizioni di salute e abbia una figlia con la testa sul collo che gli vuole bene. I modelli di Elettra e Cassandra qui trovano un’espressione magari non meno sofferta ma assai più pallida.
Il figlio. Favino dice di essersi accorto, interpretando il film, di quanto difficile possa essere per un figlio avere un padre del genere. La figura del figlio in “Hammamet” dà sostanza drammaturgica a questa osservazione. Non so se Vittorio (l’eterno ragazzo condannato – ma da chi? – ad essere “Bobo” vita natural durante) vi si riconosca: certo sarà difficile per lui astrarsene dicendo “è fiction“. Perché il film, configurando – secondo una linea che non sembra arbitraria – un diverso rapporto del “Presidente” con i due figli, ne disegna uno scontroso e scostante con il maschio. Dando vita ad una figura di figlio impacciato e intimidito alla ricerca – continuamente frustrata – di accettazione e riconoscimento da parte di un padre, con lui decisamente “stronzo” (si può dire?). Forse anche per questo il “figlio del Presidente” ci è simpatico, come il suo referente reale. Tutt’ora condannato a un ruolo di testimonianza, ma non isterico come quello della sorella, della politica del padre. Un ruolo onesto e personale quanto inevitabilmente defilato e comunque molto difficile. Amelio, al solito, non apre finestre sul referente storico del suo personaggio, che si dà come fittizio. Alberto Paradossi, l’attore scelto per la parte, le conferisce – “abundantis ad abundantiam“, avrebbe detto Totò – un certo pallore interpretativo. Da “pallido prence“.
Fausto
Un po’ come Leopold Bloom, che perso il figlio, ne cerca uno putativo nel giovane studente-professore con cui si è ubriacato una sera al casino (dove nessuno dei due ha toccato femmina), il nostro Ulisse di Hammamet, svogliato e insofferente con il proprio, cerca il suo Telemaco nel ragazzo che si è introdotto in casa sua per ammazzarlo. Tanto che in una specie di tascapane, insieme alla telecamera, continuerà a portare una pistola. Ma Fausto, così si chiama il temerario incursore, è persona nota al padrone di casa. Figlio di un suicida socialista di Tangentopoli, non è di quelli che danno la colpa ai giudici.
Porta con sé una lettera per il padrone di casa, che considera l’assassino morale del padre. Riconosciutolo, il Presidente non solo non lo fa arrestare, ma lo abbraccia con commozione e gli propone di rimanere come uno di famiglia. Come il giovane anarchico di Cocteau e Antonioni, che, introdottosi nel castello di Oberwald – l’uomo che pur cosciente, non si sa come, dell’arma nello zainetto se lo porta dietro in villa e in spiaggia per assassinare la regina, se ne innamora, il ragazzo seguirà – dapprima con sospettosa perplessità, sfidando l’opposizione della figlia. Lui ne raccoglie le confidenze e le amarezze, le convinzioni e i rancori, gli incubi e le insospettabili commozioni; riprende con la telecamera gesti e parole di un testamento, che è personale prima ancora che politico, ma che alla fine diverrà politico e forse mina vagante (il film indulge all’ossessione comune dei memoriali fantasma, che rivelerebbero – se conosciuti – chissà quali segreti di Stato che non conosceremo mai). Entrambi consolidano reciprocamente un rapporto di filialità putativa.

I film di Amelio sono sempre anche un reticolo di debiti cinematografici e di citazioni, proprie e altrui. Il colpo di scena finale, abbastanza incongruo, riporta alla mente “Tema del traditore e dell’eroe“, il racconto di Borges da cui Bertolucci aveva tratto “Strategia del ragno“. Ma, soprattutto, Fausto (LucaFilippi) si chiama come il protagonista del primo, bellissimo film di Amelio per il cinema: “Colpire al cuore“, e porta in “Hammamet” non solo la fonte ispirativa del regista calabrese, la ricerca del padre, ma il paradigma politico e umano di quel film, dove era il terrorismo a mettere l’uno contro l’altro padri e figli. Qui è tangentopoli, nella drammaturgia cara ad Amelio (che accosta l’una all’altra queste due tragedie nazionali), a produrre lo stesso effetto, colpendo al cuore i rapporti familiari più profondi.
Il politico e l’amante
Il politico. Quello interpretato da Renato Carpentieri in una breve sequenza, cuore del trailer diffuso a manetta dalle televisioni, è un politico democristiano; citato come esempio paradigmatico del “parlare fumoso” ha, in contrasto con questo appunto sul linguaggio, l’esprit di un Cirino Pomicino, che mi pare si sia effettivamente visto ad Hammamet nei mesi della “contumacia“, come la chiama Amelio. Instaura un breve dialogo sui temi del finanziamento illegale ai partiti e relative deviazioni personalistiche e criminali (eufemisticamente semplificato rispetto alla realtà) e difende la propria scelta di accettare il dialogo con i magistrati (vulgo: di dire quello che sapeva sul sistema delle mazzette). E’ sua una delle battute più belle del film: al Presidente che salutandolo gli chiede, ironicamente ma forse no, “Tu che sei cristiano, cosa ci aspetta davvero “dopo”? Esiste Dio?“, risponde, prima di salire sul taxi: “Se esiste, sarò l’ultimo a saperlo“.
L’amante. Poco portato alla fedeltà, Craxi come noto ne ebbe almeno due, ufficiali e per lunghi tratti contemporaneamente, fra loro e con la moglie, mai lasciata e rimasta con lui fino alla fine. Per quanto si sa di loro il personaggio interpretato da Claudia Gerini non corrisponde a nessuna delle due. Va in visita in Tunisia, dapprima non accolta, sistemandosi in albergo. Sarà la figlia ad accompagnare il padre a trovarla, quando non ci sperava ormai più.
La scena è imbarazzante, di amore disperato e supplice, con lei che, letteralmente in ginocchio, sfoggia un intimo da maliarda per sedurre un uomo ormai anziano, devastato dalla malattia, che non sa cosa dire e guarda da un’altra parte. Ovviamente nessuna delle due donne si riconoscerà in questa immagine stoltamente ancillare, straziante rappresentazione, tuttavia, del contrasto fra la Milano del Presidente negli anni del trionfo, corti come giorni, e la Hammamet del tramonto politico e fisico, dei giorni lunghi come anni. Ognuno dei due ne esce come un sopravvissuto, commosso e nello stesso tempo inguardabile a sé stesso.
Il Presidente
I tre modi più frequentati di rappresentare al cinema un personaggio reale si trovano bene esemplificati nei tre Berlusconi del “Caimano” di Moretti. Il primo e più diffuso è quello mimetico (Elio De Capitani, nel caso): si cerca un attore con una base di naturale somiglianza al soggetto (Ivo Garrani/Mussolini; Riccardo Cucciolla/Gramsci; Massimo Ranieri/Pasolini), la si accentua con il trucco (lo spettatore deve riconoscere il personaggio), lasciando però riconoscibile la fisionomia dell’interprete. Il secondo registro è quello grottesco (nel “Caimano”, Michele Placido): la maschera altera non tanto la fisionomia dell’attore quanto il carattere del personaggio di riferimento, dandone un’interpretazione personale e deformata (nel caso di Placido, comicamente assatanata). Il terzo è quello “brechtiano” (Berlusconi/Moretti): l’attore espone il personaggio – lo “parla” – senza spogliarsi della propria fisionomia (è il caso del giovane Mussolini di Bellocchio, Filippo Timi: un paio di baffi e via).
Favino aveva appena interpretato Buscetta per Bellocchio secondo il primo registro, quello mimetico (trucco vistoso per avvicinare due tratti non particolarmente somiglianti, ma non tanto da deformare la fisionomia dell’attore). Ora interpreta Craxi per Amelio, che però ne adotta un quarto, di metodi, iperrealistico, perfezionando fino ad un livello orma prossimo al paranormale l’esempio del Churchill di Gary Oldman. Non più approssimazione al modello fisionomico, ma clonazione virtuale. Un calco della faccia, della postura, dei gesti, della voce del personaggio condotto fino alla sua fusione con l’interprete. Non c’è più Pierfrancesco Favino, attore. C’è Bettino Craxi, di persona personalmente. Un fantasma. Cinque ore e passa di trucco quotidiano e una smisurata abilità gestuale e vocale, per avere un Craxi più vero di Craxi. Insuperabile, da tutti i punti di vista.


