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    Home»Diritti»Il grave problema delle carceri e la strage silenziosa che procede senza interruzione
    Diritti

    Il grave problema delle carceri e la strage silenziosa che procede senza interruzione

    Maria Teresa CaccavaleDi Maria Teresa CaccavaleMarzo 19, 20257 VisualizzazioniLettura 5 min.
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    Ormai sembra ben chiaro che il problema carcerario sia l’ultima preoccupazione dei nostri governanti, ma anche di molta parte della società civile che segue l’onda della vendetta e della sicurezza personale a tutti i costi. il mondo si divide ancora tra garantisti, buonisti e coloro che avendo esperienza della realtà carceraria cercano di trovare un equilibrio per dare senso e giusta collocazione alla pena. Quando parlo di reati e di pena, cito sempre la frase di papa Francesco che recita “perché’ lui e non io”, nel senso che purtroppo non siamo noi a sceglierci il DNA ,il luogo dove nascere e l’ambiente dove crescere e per questo cerco sempre di comprendere e non giudicare con la pancia. Chi sbaglia commettendo un reato spesso non ha totale consapevolezza di ciò che ha commesso e del male che può aver provocato a se stesso e agli altri e, per tale motivo, necessita di aiuto per poter destrutturare e ricostruire i propri pensieri. tale funzione rieducativa dovrebbe essere assolta dall’istituzione carceraria, che nel corso dei secoli si è sicuramente evoluta, ma che ad oggi non è più adeguata a tale compito.

    C’è chi pensa che le carceri siano alberghi a 5 stelle e che i detenuti vivano in una situazione di agiatezza , tanto che non valga la pena cambiar strada. Purtroppo la situazione delle carceri è ben diversa da tale fantasia di pensiero. La maggior parte degli istituti carcerari sono costituiti da edifici vetusti costruiti in anni in cui il numero dei detenuti era inferiore a quello attuale ( dal 1990 ad oggi il numero dei detenuti è raddoppiato) ed anche la criminalità era diversa. Con l’avvento del terrorismo, di mani pulite, ecc. e all’aumento delle tipologie di reati, si è verificato un aumento notevole delle incarcerazioni, e pertanto anche i nuovi edifici degli anni ’70/’80 sono diventati inadeguati. Da anni le carceri scoppiano e nessuno si è preso la responsabilità di mettere mano ad una efficace riforma carceraria che dia senso alla pena ed a quanto disposto dagli articoli sui diritti fondamentali sanciti dalla nostra costituzione , in particolare dall’art.27 che parla di pena umana e rieducativa. neanche la condanna dell’unione europea del 2013 a seguito della sentenza Torreggiani per violazione dell’art.3 della costituzione, è servita a far invertire la rotta sul sovraffollamento carcerario.

    Il carcere pertanto costituisce un fallimento del sistema giudiziario e di tutto il sistema sociale perché’ entrambi non sono in grado di assicurare ai detenuti un percorso adeguato ne durante ne dopo l’espiazione della pena, per cui il tempo della pena diventa un tempo inutile e dannoso. Quale speranza di reinserimento se non esistono attività formative e certezza di ricollocazione lavorativa al termine della pena? l’unica certezza di un tetto sicuro e di sostentamento rimane paradossalmente l’istituzione carceraria. I continui suicidi in carcere, 19 da inizio anno 2025, parlano chiaro , esprimono quello stato di disagio interiore delle persone detenute che non viene percepito dal personale addetto all’esecuzione penale in carcere. Ogni educatore in carcere ha circa 80/100 detenuti da seguire tanto che non riesce quasi mai a ricordarsi i loro volti se non dopo anni.

    Gli agenti di polizia penitenziaria sono stremati e depressi a loro volta perché oltre ad avere turni massacranti non comprendono più quale sia il loro ruolo. I direttori spesso sono reggenti o rimangono in un istituto per poco tempo tanto da non riuscire a dare alle attività un indirizzo programmatico strutturato a medio/ lungo termine. Della vita dei detenuti in realtà interessa a pochi, e tra quei pochi ci sono le famiglie e i volontari che spendono il loro tempo in carcere per dare conforto e sostegno ad una parte della popolazione detenuta abbandonata a se stessa, ed anche fuori del carcere per dare voce a chi voce non ha. Chi si toglie la vita in carcere, spesso non è un criminale con la “C” maiuscola, è sicuramente una persona sola, fragile e depressa, che non vede più un futuro possibile e diverso della propria esistenza. queste persone andrebbero ascoltate e aiutate ad uscire fuori dal tunnel e sicuramente tenute sotto sorveglianza.

    Tutto ciò in carcere non avviene e lo constatiamo ogni giorno noi volontari e docenti che frequentiamo il carcere. abbiamo fatto manifestazioni in tutta Italia, molti eventi in cui si parla del carcere e delle sue disfunzioni, ma nessun ad oggi con modesti o impercettibili risultati e comunque senza un reale miglioramento del contesto carcerario. nella scorsa estate 2024 speravamo fiduciosi nel decreto Nordio affinché’ aprisse uno spiraglio di luce , mentre in concreto, non ci sono state modifiche significative con effetti immediati che hanno deflazionato le presenze in carcere anche per chi aveva un residuo di pena inferiore ad un anno o abbiano migliorato le condizioni di vita in carcere allentando le tensioni(qualche aumento delle ore mensile delle telefonate ed una apparente minor discrezionalità dei magistrati di sorveglianza sulla possibilità di esecuzione esterna della pena presso comunità o associazioni di volontariato, ecc).

    Provvedimenti che in altre carceri europee sono già attuate da tempo(telefonate giornaliere, corsi professionalizzanti, laboratori didattici, esecuzione esterna della pena con braccialetto, ecc.).allora ci si chiede quale pena umana e rieducativa e quale interesse per un reale reinserimento lavorativo e sociale in Italia? attualmente la recidiva è ancora alta perché’ gli ex detenuti difficilmente trovano lavoro se non sfruttati o sottopagati tanto da incentivare il ritorno al crimine. Peraltro senza una qualifica professionale non è possibile trovare un lavoro neanche per una persona incensurata. Il terzo settore oggi è chiamato a colmare le lacune che la pubblica amministrazione non ce la fa a rimuovere, ma la troppa burocrazia e la carenza dei fondi non possono consentire che tutto ricada sulle spalle del volontariato sociale. Il carcere deve essere l’ultima ratio per alcuni crimini, mentre ci vogliono comunità di recupero e di rieducazione così come i modelli APAC in brasile e argentina, come anche una attività di prevenzione sui giovani per far capire loro che il crimine non paga e comunque ti rovina la vita per sempre.

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    • Maria Teresa Caccavale
      Maria Teresa Caccavale
    Carceri morti in carcere polizia penitenziaria suicidi
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