Liberazione quotidiana. Il 25 aprile 1945 nei diari di Pieve Santo Stefano

Liberazione quotidiana. Il 25 aprile 1945 nei diari di Pieve Santo Stefano

Liberazione quotidiana. Il 25 aprile 1945 nei diari di Pieve Santo Stefano è pubblicato da “succedeoggi Libri” ed è a cura di Pier Vittorio Buffa e Nicola Maranesi.

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione e di due/tre brani dell’antologia.

 Ottant’anni dopo

Liberazione quotidiana può avere molti significati, ne abbiamo scelti due.

Liberazione quotidiana vuol dire che quello che successe prima e dopo il 25 aprile di 80 anni fa non è solo un fatto storico da studiare nei libri di storia o di cui ricordarsi solo in occasione delle celebrazioni annuali spesso stanche e talvolta contestate. Né che aver sconfitto allora nazismo e fascismo sia la garanzia che mai più nessuno toccherà la nostra libertà e la nostra democrazia. La lotta di allora è continuata e deve continuare quotidianamente per mantenere in vita gli anticorpi prodotti ottant’anni fa, non deviare dalla strada tracciata, respingere le continue minacce che arrivano da ogni parte.

Liberazione quotidiana vuol dire anche che quello che successe prima e dopo il 25 aprile di 80 anni fa non fu solo una questione tra chi combatteva con le armi in pugno. Ciascuno ha il proprio 25 aprile, il giorno simbolico in cui la storia ha fatto irruzione nella vita di tutti, ha inciso sul quotidiano di tutti, vi è penetrata profondamente e indelebilmente senza distinzioni di età, sesso, convinzioni politiche.

Per questo siamo andati a cercare le tracce di quei giorni nel prezioso scrigno di Pieve Santo Stefano la cittadina dell’aretino attraversata dal fiume Tevere, sede dell’Archivio Diaristico Nazionale. Lì in più di diecimila tra diari, memorie, epistolari è raccontata la vita di altrettanti italiani, da metà dell’Ottocento fino ai nostri giorni. Italiani colti o che sanno appena scrivere, medici e contadini, avvocati e operai, donne e soldati, crocerossine e partigiani, fascisti e antifascisti, monarchici e repubblicani, ricchi e poveri.

Tantissime le testimonianze del periodo più buio della storia d’Italia, dell’occupazione nazista. Quando si arriva ai racconti dei giorni intorno al 25 aprile 1945 viene voglia di respirare più profondamente, come se quello che si legge debba essere assaporato, gustato, assimilato più di ogni altra cosa: perché quel giorno potevamo esserci anche noi.

È con questo spirito, per cercare di immedesimarsi in chi ha vissuto il 25 aprile e per offrire una boccata d’ossigeno a chi sente di vivere in un presente in cui scarseggia l’aria, che abbiamo scelto i venti brani di Liberazione quotidiana […].

Liberazione quotidiana propone un ritorno alla memoria per quanti in questi anni se ne fossero allontanati; per quanti avessero imboccato ingannevoli scorciatoie alla ricerca di una soluzione ai mali del nostro tempo; per quanti avessero dimenticato l’abisso in cui siamo sprofondati un secolo fa e quale sia il sapore della libertà riconquistata. Grazie ai diari torniamo esattamente lì, nell’ora in cui l’asfissia durata più di vent’anni era appena finita e si ricominciava a respirare, per ricordare quel che significa e cosa potrebbe succedere di nuovo.

Ci ritorniamo grazie a occhi che potrebbero essere i nostri. Occhi di gente comune che si è trovata a vivere quotidianamente una straordinaria congiuntura storica.

E ci ritorniamo con tutte le ineludibili conflittualità dell’epoca.

Con gli occhi di un dodicenne come Emilio Nozza che vede sfilare i carri armati degli americani e assapora il gusto della libertà nella prima Coca-Cola che gli viene offerta. Con quelli di una madre come Rina Alberici che prega perché il marito dirigente non venga fucilato in fabbrica dagli operai rivoltosi. Con la pietà che l’anarchico Folgore Vella prova al cospetto di un fascista che potrebbe condannare a morte. Con l’umiliazione di Maria Luisa Torti che subisce la rasatura dei capelli reclamando la sua innocenza. Con la fierezza del partigiano Orfeo Gagliardini che partecipa all’arresto del gerarca Roberto Farinacci e ne racconta l’esecuzione. Con l’incrollabile fede della fascista Zelmira Marazio che fino all’ultima ora, e oltre, continuerà a rinnovare la sua venerazione per il duce. E poi ancora le voci dai campi di prigionia, degli internati militari e dei molti che rivendicano la legittimità di essersi collocati in una zona grigia […]

Pier Vittorio Buffa

Nicola Maranesi

Il fascista graziato. Folgore Vella, Verona, 25 anni

Folgore Vella nasce in una famiglia allargata e talmente intrisa di ideali anarchici che nell’ambiente non esitano a chiamarla “la tribù”. Il padre Randolfo già protagonista dei moti che sfociano nella Settimana Rossa del 1914 non modifica le sue posizioni e non attenua il suo attivismo nel corso degli anni Venti, neppure dopo l’ascesa del fascismo. Così Folgore, nato nel 1920, nel 1923 è già costretto a vivere la sua prima esperienza di emigrazione forzata: la famiglia prende prima la via degli Stati Uniti, poi della Svizzera e della Francia per scampare alle violenze fasciste. Oltralpe, Folgore si avvicina dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale al movimento resistenziale Maquis, prima di concludere la sua parabola di migrazione ed esilio attraversando le Alpi in direzione opposta, per unirsi alla Resistenza italiana. L’insurrezione del Nord Italia lo vede membro del Cln a Milano: Folgore scrive nei suoi appunti, asciutti ed essenziali, quello che accade nei giorni che precedono e seguono il 25 aprile. Della sua storia colpisce un gesto che, compiuto da un giovane perseguitato per vent’anni con tutta la famiglia, non può essere considerato banale. Un gesto di clemenza nei confronti di un ragazzo come lui, più giovane di lui, un fascista di nemmeno 14 anni e che sopravvive, ferito, a uno scontro a fuoco con i partigiani. Folgore potrebbe assestare il colpo di grazia, come gli chiedono a gran voce i passanti che hanno assistito alla scena. Invece in un sussulto di clemenza concede la vita a quel ragazzo. La guerra non ha estirpato la radice di umanità che la sua famiglia ha coltivato con caparbietà.

*

«Sono in attesa da alcuni minuti, quando una furiosa sparatoria scoppia nei pressi. Sembra che i colpi provengano dal vicino corso di Porta Vittoria. Accorro. Alcuni partigiani stanno rispondendo ad un intenso fuoco di fucileria proveniente da cumuli di macerie prossime alla piccola chiesa di S. Pietro in Gessate. L’aria è piena di spari e del sinistro ronzìo dei proiettili. Mi appiattisco sul fianco della scalinata d’accesso al Palazzo di Giustizia e apro il fuoco anch’io. Lo scontro dura a lungo. Poi un autocarro di partigiani armato di una mitragliatrice viene in nostro soccorso: alcune raffiche ben dirette mettono a tacere i cecchini. Trascorrono pochi istanti e dalle macerie si alza un uomo, le mani in alto, che, incespicando, avanza lentamente verso di noi. Io e gli altri partigiani gli corriamo incontro. Quando gli siamo vicini, ci troviamo di fronte ad un ragazzo, forse nemmeno quattordicenne, ferito alla spalla sinistra, la divisa fascista sporca di sangue. Lo sciagurato, terreo, tremante di paura, piange. Dalle finestre di case vicine voci di donna urlano: «A morte! A morte! Fucilatelo!». Noi invece ci guardiamo l’un l’altro poi, interpretando il pensiero di tutti, dico: “È appena un ragazzino. Lasciamolo vivere”. Gli stringiamo una cinghia attorno alla spalla ferita, fermiamo un’autoambulanza di passaggio e ve lo spingiamo dentro. Altra sorte toccherà ai suoi camerati superstiti».

La prima Coca Cola. Ennio Nozza, Milano 12 anni

Ennio Nozza scrive le memorie di quando era bambino per i suoi nipotini: «Sono un felice nonno. Non ho mai scritto niente di interessante e l’attuale “lavoro” è stato da me scritto solo perché i bambini di oggi sappiano certe verità che non dovranno mai vivere».

Il linguaggio di Nozza è semplice e diretto: ci restituisce un film della Milano dei giorni della liberazione, quando lui aveva dodici anni, girato proprio con gli occhi del bambino. Si sorprende e sorride per il partigiano messo di guardia sopra un vespasiano, racconta divertito la vendetta di un uomo purgato a suo tempo dai fascisti, ci fa bere insieme a lui il primo sorso della Coca-Cola offertagli da un soldato americano. Ma non tralascia nessuna scena cruenta che è passata davanti ai suoi occhi. Le ausiliarie repubblichine rapate a zero, il papà della sua compagna fucilato. Ci regala anche una sapida descrizione dei partigiani che girano in città: «Erano vestiti con una divisa color cachi e portavano al collo un fazzoletto rosso, quasi tutti avevano una lunga barba e erano armati fino ai denti».

*

«Arrivarono gli americani, una festa per tutti. Ogni tanto arrivava qualche camion, si fermava al centro della Piazzetta e distribuiva gratuitamente generi alimentari. A noi ragazzi davano le cicche americane, cioè la gomma da masticare, un’assoluta novità per noi. Ai più grandicelli regalavano le sigarette. Scoprii per caso un’altra novità assoluta. Mi sono sempre piaciuti i mezzi a motore, questi grossi camion americani mi incuriosivano tanto, diversi da quelli che ero abituato a vedere. Mi piaceva girargli intorno a guardare sotto, sbirciare nella cabina. Seduto sul parafango stava seduto un soldato americano che mi fece un saluto con la mano. Era uno spilungone, alto e magro ed era nero di pelle. Non avevo mai visto un negro e mi fece impressione: non che fosse brutto, ma vedevo che era diverso, aveva le labbra molto grosse ed il naso schiacciato e il bianco degli occhi non era bianco ma giallo. Stava bevendo direttamente dalla bottiglia che teneva in mano. Lo guardai incuriosito, scese dal camion e si avvicinò a me. Gli arrivavo sì e no poco più su della cintola. Allungò la sua manona nella cabina del camion e prese una bottiglia simile a quella che stava bevendo. Fece saltare il tappo me- tallico che la chiudeva e me la offerse facendo il gesto di bere. La presi, mi sentivo a disagio. Il contenuto era un liquido scuro e dalle bollicine che faceva mi sembrava molto gasato. Mi invitò con un simpatico sorriso a bere. Più per cortesia che per gola ingurgitai un sorso di quella roba. Buona, ma accidenti, se era gasata. Mi ritornarono le bollicine su per il naso pizzicando fino a farmi piangere gli occhi sempre ridendo. Il soldato americano mi fece capire a gesti che dovevo bere piano piano e ci riprovai. Veramente buona, quella bibita mi piaceva, aveva un sapore che non conoscevo. Molto più dolce e saporita della nostra gazzosa. Gli risposi con un sorriso e lo ringraziai, avevo bevuto per la prima volta la Coca Cola».

Rasata per errore. Maria Luisa Torti, Milano, 19 anni

La pratica punitiva della rasatura della testa alle donne ha radici antiche. In molti contesti di crisi politiche e militari, nei periodi di guerra, è stata replicata come gesto simbolico per punire quante avessero collaborato o, peggio, intrattenuto rapporti sessuali o sentimentali con il nemico. Lo stesso avviene su larga scala nel corso della Seconda guerra mondiale in Europa, nella Francia a lungo contesa da eserciti di tutto il mondo, ma anche in Belgio, Olanda, Danimarca, Jugoslavia, Polonia e Cecoslovacchia, e in Italia. Gli studi storiografici non hanno prodotto statistiche in grado di quantificare la portata del fenomeno, ma gli episodi narrati nella memorialistica sono sufficienti a descriverla come una pratica consolidata anche nel nostro Paese. Dove a subirla non furono solo le fasciste repubblicane, con colpe precise e circostanziate che finirono anche all’esame dei tribunali. Ma anche mogli, sorelle, fidanzate, madri di fascisti repubblicani, amanti di fascisti e tedeschi o americani. Donne giudicate in maniera frettolosa o sommaria, donne accusate di azioni che non avevano compiuto, vittime di un errore. È quello che succede alla milanese Maria Luisa Torti, adolescente al momento dell’ingresso dell’Italia in guerra, cresciuta in una famiglia borghese, con il padre impiegato nel settore pubblico che sin da piccola la indirizza allo studio del pianoforte. Dopo l’8 settembre 1943, mentre Milano viene bersagliata dai bombardamenti, Maria Luisa vive frammenti di vita normale, si innamora di un ragazzo che timidamente la corrisponde, prima che una grave malattia lo colpisca separando i loro destini. Nel frattempo, suo fratello su pressioni della madre, donna abituata al rispetto delle regole, risponde alla chiamata alle armi della repubblica di Salò. Collocato in un ufficio amministrativo, quando può non esita a firmare permessi che consentono ad alcuni giovani arruolati insieme a lui, provenienti da famiglie contadine, di tornare a dare una mano ai genitori nel lavoro dei campi. Basterà questo gesto a preservarlo da pesanti ritorsioni nel dopoguerra ma altrettanto non accadrà a Maria Luisa, che nella concitazione dei momenti che seguono la Liberazione finisce vittima di una rappresaglia che la segnerà per il resto della vita

*

«Era il giorno che era logico pensare che chiunque avrebbe come minimo avuto la forza di alzare la testa, di guardare avanti, perché́ ognuno di noi sopravvissuti potevamo dire «io ho già̀ pagato!». Invece io, proprio io, non avevo ancora finito di pagare. C’era una macchina accanto a me da dove scendevano tanti partigiani, erano aggrappati alle portiere, e avevano tutti i capelli e la barba lunghi, e tutti avevano intorno al collo un fazzoletto rosso, e tutti cantavano continuamente fino a drogarsi col canto «…e bandiera rossa sempre vincerà̀… e bandiera ros- sa sempre vincerà̀…».

I due stupidini che mi avevano prelevata a casa dissero al compagno Lupo: “Questa è una repubblichina”. Dieci, cento mani mi spinsero, mi toccarono, mi spinsero, i bottoncini della camicetta bianca erano saltati ed il mio seno era semiscoperto. Ero una fanciulla di una figura meridionale bruna e prorompente, perciò̀ maggiormente tutti erano eccitati.

I due ragazzi che mi avevano portata non c’erano più̀; forse chi era più̀ grande di loro e che mi conosceva sapeva che io non c’entravo per niente con tutto ciò̀, ma la voce del compagno Lupo mi portò alla realtà̀ perché́ mi gridò: “Bacia la bandiera”.

Davanti a me c’era una specie di tovaglia rossa, lercia, sporca, bagnata, strappata, puzzava di sudore e di sangue e il tessuto (non il simbolo) mi fece schifo e voltai la faccia… non l’avessi mai fatto! Il volto mi fu riempito di schiaffi, il primo mi colpì subito la bocca, mi si ruppe il labbro superiore e sentivo il sapore dolciastro del mio sangue, i mei capelli lunghi si sparpagliavano intorno al mio volto e ogni tanto sentivo: «Bacia la bandiera». E io cretina continuavo a volta- re la faccia finché i miei capelli, che mi coprivano il volto, e che mi entravano in bocca quando prendevo fiato per urlare di nuovo… improvvisamente il mio volto era libero. E i miei bei capelli neri e riccioluti, erano in terra più in là. E quelli ridevano e quello con la forbice che faticava a tagliare. E quelli che mi tenevano la testa. E io che urlavo e poi una voce forte che grida «Basta!». Basta.

Fui sollevata da terra e Glauco, un ragazzo che conoscevo da piccola ed ora già̀ adulto, pulito, con gli occhiali i capelli normali e diventato qualcuno di importante durante la vita partigiana, presami per un braccio mi disse: “Stai tranquilla, è stato un errore…”».