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    Home»Europa»Al tavolo del baro USA, l’UE ha carte vincenti?
    Europa

    Al tavolo del baro USA, l’UE ha carte vincenti?

    Giampiero GramagliaDi Giampiero GramagliaMaggio 20, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    È un momento difficile, per la democrazia nell’Unione europea. In realtà, è un momento difficile per la democrazia nell’Universo Mondo. Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump ha ridato vigore a ogni latitudine a ‘uomini forti’, regimi illiberali, ‘democrature’: ai campioni consolidati di questa ‘fauna’, Vladimir Putin in Russia, Mohammed bin Salman in Arabia saudita e Viktor Orban in Ungheria, senza trascurare il mix tra corruzione e ultra-ortodossia di Benjamin Netanyahu, solo per citarne alcuni, altri rischiano di aggiungersi a ogni voto.

    Nell’Unione europea, in questo clima, le elezioni, invece di esaltare la democrazia, possono nuocerle, promuovendo, dalla Germania alla Romania, partiti e leader che la minacciano. Parlando a Coimbra al vertice Cotec, una fondazione che promuove la cultura dell’innovazione e lo sviluppo di nuove competenze, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella prende il prestito le parole d’un’aria della Turandot di Giacomo Puccini, “Nessun Dorma”, per ‘svegliare’ l’Unione su temi come i valori e la difesa; e Mario Draghi la invita a “reagire”.

    Nei 27, gli unici partiti in salute e in crescita sono quelli a vario titolo populisti, nazionalisti, sovranisti, spesso con venature xenofobe nelle politiche anti-migranti: sembra che una grossa fetta dei 450 milioni di cittadini europei abbia abdicato ai propri valori – libertà, giustizia, solidarietà, democrazia, pace – e preferisca seguire i pifferai magici delle soluzioni facili. Candidati e leader deòlòe destre nazionaliste si sostengono l’un l’altro: i candidati presidenti di destra Karol Nawrocki e George Simion, in corsa rispettivamente in Polonia e in Romania, hanno fatto un comizio insieme mercoledì 14, nell’imminenza delle elezioni svoltesi domenica 18 in entrambi i Paesi.

    I partiti di centro e di centro-sinistra, tradizionali portatori di valori democratici ed europeisti, sono sulla difensiva. E gli argini all’avanzata delle destre costruiti, ad esempio, in Francia e in Germania sono spesso fragili e controproducenti: la maggioranza degli elettori si sente ‘tradita’ – in Francia, dove la coalizione di governo non rispecchia l’esito del voto – o è perplessa di fronte a soluzioni ripetitive e, nel passato, spesso deludenti – in Germania, la Grosse Koalition versione Merz -.

    E questo proprio nel momento in cui la tracotanza anti-europea del magnate presidente richiederebbe due beni proverbialmente rari nell’Ue: coesione e prontezza. Trump, che è stato appena ‘ingabbiato’ dalla Cina sul fronte commerciale, se la prende con l’Europa anche perchè la considera un interlocutore più debole e un bersaglio più facile della sua protervia, che si esprime con i dazi e con la minaccia di allentare le garanzie di sicurezza americane sul Vecchio Continente.

    Tre anni di guerra in Ucraina (e oltre tre mesi di Donald Trump alla Casa Bianca) hanno indebolito l’Unione europea più della pandemia, da cui, anzi, i 27 erano uscita rinvigoriti e quasi rivitalizzati dalla decisione di fare debito comune per trovare le risorse per rilanciare le economie più provate dalla lunga stasi. Una soluzione analoga potrebbe ora servire a organizzare una difesa europea che sia solido pilastro dell’Alleanza atlantica, ma, all’occorrenza, anche asset autonomo. Purtroppo, complici le ambiguità della Commissione europea, l’Ue persegue, al momento, un riarmo che passa attraverso il rafforzamento dell’apparato industriale-militare europeo, ma non attraverso la creazione di una politica estera e della sicurezza europea.

    In questa direzione, vanno più i sussulti dei Volenterosi sull’Ucraina: un gruppo più ridotto dei 27 e che ha l’apporto – indispensabile, se si parla di difesa – della Gran Bretagna. Perchè, come accadde per la moneta unic a, anche la difesa europea potrà essere realizzata solo da un nucleo di Paesi più coesi dei 27 e pronti a rinunciare al vincolo dell’unanimità e ad accettare decisioni a maggioranza.

    La guerra ha intaccato il mantra del continente rimasto in pace dopo la Seconda Guerra Mondiale: un mito, perché le guerre nella ex Jugoslavia avevano già segnato gli Anni Novanta e avevano coinvolto, via Nato, gran parte dei Paesi Ue.

    In tre anni di sanguinoso conflitto in Ucraina e in 19 mesi di scontri letali tra Israele e Hamas, l’Europa non è stata capace di produrre un’iniziativa di pace autonoma ed è rimasta, fino a tutto l’anno scorso, gregaria degli Stati Uniti di Joe Biden, a loro volta incapaci di disinnescare negoziando l’attacco della Russia e di confrontarsi poi con Mosca in modo costruttivo e non solo punitivo. Quanto al Medio Oriente, né gli Usa né l’Ue hanno voluto – o saputo -. mettere in campo con forza la capacità di condizionamento che hanno su Israele.

    La situazione dell’Unione è nettamente peggiorata, com’era largamente prevedibile, con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha compromesso la stabilità del quadro atlantico, trasformando un rapporto di alleanza in una pretesa di sudditanza e creando tensioni economcihe e commerciali senza precedenti negli ultimi 80 anni.

    I 27 si trovano ad affrontare il confronto commerciale con gli Stati Uniti in un contesto per loro senza precedenti di debolezza politica. Le leadership dei suoi due maggiori Paesi, Francia e Germania, sono labili: il presidente francese Emmanuel Macron, che non ha più una maggioranza nel Paese, s’affida a un governo che si regge con esercizi di equilibrismo istituzionale; il cancelliere tedesco Friedrich Merz, appena insediatosi e che deve ancora dare una misura del suo valore, è stato azzoppato, ancora prima dìi mettersi al lavoro, da franchi tiratori – quasi un inedito nel Bundestag – che hanno subito voluto dargli il segnale della fragilità della sua maggioranza, sbiadita riedizione della Grosse Koalition tra centristi e social-democratici – che oggi sembra fatta apposta per fare ulteriormente crescere l’estrema-destra di Alternative fur Deutchland.

    Stanno meglio, ma non hanno forza trainante, la Spagna e la Polonia. La Gran Bretagna del premier laburista Keir Starmer s’è riavvicinata all’Unione non per rinnegare la Brexit, ma per portare avanti il discorso della difesa, di fronte all’inaffidabilità dell’America di Trump che un giorno bussa a soldi e il giorno dopo prospetta disimpegno. Ma Londra non archivia l’idea della relazione privilegiata con Washington e raggiunge un accordo commerciale prima ancora che l’Ue abbozzi una trattativa.

    Gli unici governi che sono solidi e godono di buona salute nell’Ue sono quelli ‘euro-freddi’, sovranisti e nazionalisti, populisti e con striature xenofobe e islamofobe, più amici di Trump che della democrazia e poco inclini a fare forte l’Unione, ma piuttosto tesi a trarne vantaggio là dove possono farlo – con i fondi delle politiche di coesione e con scelte loro convenienti sui migranti -.

    L’Italia di Giorgia Meloni è un po’ un’anomalia: la sua maggioranza mescola una forza chiaramente europeista, Forza Italia, con due che non lo sono, al di là delle operazioni di cosmesi dialettica tentate da Meloni per Fratelli d’Italia (Matteo Salvini non prova neppure a nascondere la Lega dietro una facciata europea). Del resto, basta ricordare il discorso di Meloni in Parlamento sul Manifesto di Ventotene per avere una misura dell’ipocrisia delle attestazioni di europeismo della premier, mentre cerca di compiacere Trump ed è rapidamente passata, sull’Ucraina, dal sostegno a Kiev, nella ricerca di una pace giusta, all’appoggio alla pace ‘trumpiana’, che è una resa senza giustizia e che, comunque, non arriva.

    A dare un’idea della perdita di credito dell’Italia in Europa, bastano due foto: 2022, sul treno che li porta a Kiev a testimoniare la vicinanza dell’Unione all’Ucraina, ci sono il presidente francese Macron, il cancelliere tedesco Martin Schultz e il premier italiano Mario Draghi; 2025, sul treno ci sono Macron, il cancelliere Merz e il premier Starmer – l’Italia s’è persa per strada -.

    Restano i Vertici delle Istituzioni europee insediati da sei mesi (ma la presidente della Commissione Ursula von der Leyen non è un’esordiente, perché è al secondo mandato). Trump è un osso duro e può mettere in difficoltà chiunque, con l’imprevedibilità delle sue sortite e l’approssimazione, che spesso travalica nella falsità, delle sue affermazioni. Ma la risposta di UvdL all’erraticità americana è stata totalmente sbagliata, sul piano della comunicazione e della sostanza: il suo ‘ReArm Europe’ s’è rivelato un boomerang. L’Europa non deve spendere di più in difesa per compiacere l’America che ci vende armi ed equipaggiamenti, ma deve dotarsi – come abbiamoi già detto – di una politica estera e di sicurezza comune, che presuppone l’abbandono del vincolo dell’unanimità e la messa in comune delle risorse senza sprechi in doppioni.

    Sbagliata la risposta sulla difesa, L’Ue deve ora giocare al tavolo dei dazi la partita della trattativa: la Commissione ha in mano buone carte per chiamare il bluff americano, purchè non si faccia intimidire dalla pistopla sul tavolo del baro di Washington.

    Europa nazionalismo sovranismo. populismo
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