di Guido Bassi
Lei
A 57 anni, quando ne ha avuto abbastanza di fare l’attrice, era già arrivata a ottanta film. Possibile? Sì, quando una a vent’anni (aveva iniziato a undici) ne ha già girati venticinque, di cui la metà da protagonista, fra cui tre del marito, Robert Hossein, sposato tre anni prima, diciassettenne. Sarebbe tornata sui suoi passi una sola volta, quattordici anni dopo, per “Quelques jours de répit” (2009), del berbero algerino Amor Hakkar, inedito in Italia.
Ha ottantasette anni Marina Vlady, classe 1938 (10 maggio, Toro), nata Marine Catherine Poljakova a Clichy, Parigi, da due russi “bianchi”. Di lei si hanno poche notizie ma una memoria grata. Gli italiani la ricordano sedicenne protagonista con Marcello Mastroianni di “Giorni d’amore” di Peppe De Santis (quello di “Riso amaro”), cassiera dello “Splendor” per Scola, giovane contessa in Russia per “La steppa” di Lattuada, “Ragazza in vetrina” ad Amsterdam per Luciano Emmer, indossatrice a Roma per “Le infedeli”, di Steno e Monicelli, ma soprattutto diabolica “Ape regina” nella “Storia moderna” di Marco Ferreri. Rimasta celebre quella camicia da notte con su scritto “Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio”.

Marina Vlady e Marcello Mastroianni in “Giorni d’amore”
Sul piano internazionale, oltre a “L’ape regina”, ha interpretato capolavori come “Due o tre cose che so di lei”, di Jean Luc Godard, “Falstaff” di Orson Welles, “Che la festa cominci”, di Bertrand Tavernier. Per una generazione di italiani, quella più infranciosata, è stata un mito, non solo artistico. Giorgio Conte, fratello minore di Paolo e come il fratello stimato cantautore, le ha dedicato questi versi ispirati: “Da ragazzo la sognavo / lei la balia ideale, lei la zia ideale / il primo amore ideale, la governante ideale / la commessa ideale, la segretaria ideale / la prima volta ideale, una fi*a madornale”. (“Marina Vlady”, 1993). Per chi non lo conoscesse, diciamo che, senza essere il fratello, ha fatto di meglio.

Monumento a Vlady e Vysotsky a Ekaterimburg, Russia
Un matrimonio
Non ama stare con le mani in mano, la nostra beniamina, e siccome da un po’ non girava film, ha trovato il tempo di scrivere una decina di libri. Un anno fa è uscita per Aliberti (quello della salamandra disegnata da Vauro) la riedizione del suo libro più importante e famoso: “Vladimir, il volo spezzato” (1987), racconto dei dodici anni (dieci di matrimonio) trascorsi con Vladimir Vysotsky, suo ultimo marito, conosciuto a Mosca sul set di un’altra grande storia d’amore, vissuta da Anton Cechov. Primo attore della compagnia Taganka di Jurij Ljubimov (il grande capocomico scomparso nel 2014 a 97 anni), ma soprattutto poeta e cantautore, Vysotsky non ebbe mai dalla società degli scrittori dell’URSS l’autorizzazione a pubblicare i suoi testi poetici. I “poeti laureati“ di Montale non erano e non sono un modo di dire da quelle parti. Popolarissimo in patria come cantautore nonostante l’ostracismo pubblico (mai una sua canzone ha avuto l’onore della diffusione radiofonica, men che meno televisiva) il suo sterminato canzoniere circolava in cassette pirata, scambiate di mano in mano fino a raggiungere una diffusione che sarebbe stata impensabile ovunque. I suoi pochi concerti erano come quelli di un Vasco Rossi.
Non era un dissidente (non proprio) e non conobbe un ostracismo palese (in fondo, per il potere, era sempre un cantante), ma solo cinque 45 giri in vent’anni di attività, trovarono la via dei negozi. Centinaia i testi rinviati al mittente dai “comitati di lettura” (“comitati del popolo”, ovviamente) e molti furono i concerti annullati pochi minuti prima dell’inizio, adducendo motivi di salute di cui l’interessato non era al corrente (poi, come vedremo, ci sarebbero stati quelli veri, ma questo è un altro discorso). A teatro, la giuria insindacabile dei “rappresentanti della cultura” bloccava uno spettacolo su tre prima della messa in scena. Non ebbe mai l’autorizzazione ad uscire dall’URSS fino a tre anni dopo il matrimonio, e solo in quanto sposato con una famosa attrice di origine russa. Fu Marina stessa ad ottenere da Breznev in persona la concessione di quei visti temporanei per l’estero che, da un certo momento in avanti, gli avrebbero consentito di seguirla nella sua vorticosa carriera. Ma non fu una cosa semplice né rapida: niente era più laborioso della concessione di un visto per l’espatrio.
Molto si è parlato di questo matrimonio, per la notorietà dei protagonisti e la personalità di Vysotsky, genio minato dall’alcolismo e da un’irredimibile pulsione autodistruttiva (ad ucciderlo sarebbe stata la morfina, nel 1980, a quarantadue anni) ma la stabilità sentimentale, ignota fino allora ad entrambi, ebbe il potere di rinviare di dieci anni l’appuntamento con un destino che appariva segnato.

Marina Vlady e Vysotsky
Si leggono le prime 50 pagine di “Vladimir, il volo spezzato”, quelle dell’innamoramento e delle prime reazioni autodistruttive (quando si avvicinava il momento in cui lei avrebbe dovuto tornare in Francia), chiedendosi cosa potesse mai aver condotto una donna vitale e sana di mente ad imbarcarsi in una storia del genere, con un uomo soggetto a crisi che lo portavano a scomparire per giorni, magari su una nave, fino al recupero in condizioni disperate e al ricovero in fin di vita. Un uomo che, allontanato per qualche giorno dalla bottiglia, le aveva strappato a forza il “beauty case” per scolarsi avidamente in bagno l’acqua di Colonia. Ma l’amore è una bestia strana. Ciò che appariva (ed era, per una donna) contrario alle più elementari norme di autotutela, funzionò. Faticosamente, dolorosamente, ma funzionò per dieci anni. Si sposarono, e quel bambino che con la moglie lontana per lavoro la ricattava con questi atteggiamenti spaventosamente autolesivi, un poco alla volta rallentò. Come sia successo che un condannato a morte abbia potuto, grazie all’amore di una donna, protrarre per dieci anni l’appuntamento con l’inevitabile, è argomento delle successive duecento pagine. Lasciando alle ultime cinquanta il rimpianto del fallimento, ma anche una strana fierezza: quella di averlo accompagnato.

Marina Vlady e Tognazzi in “L’ape regina”
Fu lo scacco doloroso, ma senza rammarichi, di una storia d’amore lunga, singolare e bella fra due persone speciali, con cinque figli in due, fra Parigi e Mosca e per teatro il mondo. Dai set hollywoodiani come quello di “Hair”, di Milos Forman, fra gli straordinari balletti di Twyla Tharp in allestimento, o di “New York, New York”, con De Niro e Minnelli interpreti della storia matta di un altro “puer aeternus”, e Liza con gli occhi ancora più grandi del solito – cioè che si mangiano la faccia – incantata dal poeta cantautore moscovita. Fino alle immersioni in Messico al seguito di John Huston, alla Cadillac con i freni difettosi in cui rischiano la pelle a Montecarlo (occhio a comprare auto usate dagli sconosciuti!) e ai localini di Piazza di Spagna dove i due sono coppia regina.
Un paradosso storico
Con grande finezza l’attrice francese analizza il dramma di una generazione di sovietici. L’impatto tanto atteso con l’Occidente ha per Vysotsky l’effetto imprevisto di una rabbia impotente, di un’insofferenza revulsiva. Berlino Ovest è un paradosso storico. Ricchezza ovunque. Abiti, scarpe, automobili, dischi. E teatri, cinema, ristoranti, spettacoli. Le vetrine dei negozi di alimentari traboccano di carni, salumi, frutta, prodotti in scatola. Vysotsky è sgomento: com’è possibile? “Questa gente ha perduto la guerra e vive nel benessere e noi che l’abbiamo vinta siamo poveri, non abbiamo niente da comperare. In qualche città sono anni che non c’è carne fresca, manca tutto, dappertutto, sempre.”

Lo sapevano tutti: nell’URSS gli unici negozi ricchi (comunque non come quelli tedeschi) erano riservati ai funzionari. Anche Marina e Vladimir, per l’amicizia con la figlia di un potente, ne avevano usufruito per un breve periodo. Poi il potente era stato spotentato ed erano tornati al razionamento del sapone e alla fila delle donne la mattina presto fuori dai negozi semivuoti. La guerra più devastante nella storia dell’umanità, quella più infame, i cui responsabili saranno maledetti finché il sole risplenderà sulle sciagure umane, aveva prodotto questo effetto: chi l’aveva persa stava incomparabilmente meglio di chi l’aveva vinta e non parlava inglese. Chi l’aveva persa era libero e ricco e l’URSS, che l’aveva vinta soffrendo indicibilmente, viveva povera, umiliata e offesa. Senza neanche poter dare la colpa al mondo. Come russo, questo non avrebbe potuto avvilirlo di più. Abbiamo più testate nucleari di chiunque ma viviamo miseramente, attenti a quello che diciamo, facciamo, cantiamo. A teatro c’è un funzionario che giudica il nostro lavoro di commediografi e attori, uno che compra in negozi diversi da quelli in cui compriamo noi e che celebra ogni anno con noi, in grande pompa, la vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Lui sì che l’ha vinta la guerra (ma anche lui cambia ogni tanto e non si sa dove finisce), noi no. Volodja vedeva, girando l’Europa, un mondo che gli dava l’impressione di aver pescato, nascendo, la carta sbagliata.

Non poteva lenire il suo senso di estraneità l’accoglienza (ottima) che gli riservavano i circoli intellettuali e militanti – in sostanza l’entourage della moglie – a cui si aggiungevano circoli di studenti, russi in Francia e francesi di russo, in grado di apprezzare le sue canzoni. Intendiamoci, piaceva a tutti sentirlo cantare, ovunque si esibisse. In Europa come in America. Ma era un pubblico intellettuale, per molta parte del quale lui era “il marito di”. Il cinema è fatto di immagini e gira il mondo; la poesia si può tradurre e amare. Ma nel mondo che parla inglese, chi traduce uno chansonnier russo? Chi ne canta le canzoni? Non avrebbe mai potuto diventare un esule, pur vivendo male nel suo paese, perché nessun altro paese avrebbe potuto sostituirlo. Ma non avrebbe neanche più potuto, adesso che ne era uscito, identificarvisi come prima. Ogni ritorno era un trauma; ogni sortita una delusione. Girare l’Europa da sradicato, in una situazione antonioniana di sostanziale incomunicabilità, entusiasticamente ammirato da piccoli circoli di connazionali, studenti e brava gente con cui sentiva peraltro di avere poco in comune e ancora meno da trasmettere in musica e parole, lo aveva messo nella situazione della protagonista della “Sinfonia pastorale” di Gide, la cieca che recupera la vista. E sentiva analoga la fine della storia. Rimaneva il suo pubblico, calorosissimo, a teatro e ai concerti. Ma i concerti erano pochi, la sorveglianza intollerabile. Non si può vivere come un uccello in gabbia. Nessuno più di un cantautore sente la lontananza dal proprio paese. Lo sanno anche francesi e italiani. Figurarsi i russi (lasciamo stare il mondo anglofono, quelli la guerra l’hanno vinta davvero). Si sentiva ancora il bimbo solo che era stato dopo il divorzio dei genitori e la guerra. Non aveva mai sentito così forte l’isolamento del suo paese, della sua lingua e cultura. Per non dire della politica.
Al cinema
Il prezzo della inesportabilità lo aveva pagato anche al cinema. Era un bravo attore, con una ventina di pellicole all’attivo, ma una sola, molti anni dopo, sarebbe uscita dal suo paese. È “Brevi incontri” dell’ucraina Kira Muratova, film di una nouvelle vague molto osteggiata in patria (per cambiare) e apprezzata, con misura, fuori. È un bel film, invece. Gentile e coraggioso. Qualche anno fa è stato restaurato, insieme a un altro della stessa autrice: “Lunghi addii”. Dai titoli sembra un dittico e in fondo lo è. Al festival del “Cinema Ritrovato” di Bologna ebbe l’onore della proiezione in Piazza Maggiore e di una bella presentazione di Alice Rohrwacher.

Dopo alcuni mesi di passaggio su un’ottima piattaforma come MUBI, oggi li trovate tutti e due – ne vale la pena – in una più piccola (circa 180 film) ma da tenere d’occhio. Si chiama “Perestroika.it”, film russi in italiano. Considerato il vivo, presumibile interesse di Putin per la Perestroika (e ancora più per la Glasnost), non c’è rischio di passare per putiniani. Si possono invece trovare al suo interno i classicissimi di Eisenstein e Vertov, quelli moderni di Tarkovski, Michailkov o Konchalovsky e altri bellissimi film. Fra questi, e un centinaio di pellicole più o meno moderne per cui non garantisco, un raro gioiello: “Ho vent’anni” di Marlen Chuciev, il film simbolo della generazione cresciuta e bruciata nell’illusione krusceviana. Arrecò molti guai al bravo regista georgiano, che nei successivi cinquant’anni di una lunga vita a questo capolavoro avrebbe aggiunto solo tre titoli, inediti in Italia. Nel frattempo l’insorgente Perestroika (leggi Gorbacev) nella sua prima “finestra” riabilitativa, l’aveva nominato Artista Nazionale dell’Unione Sovietica. Altri avrebbero in qualche modo rimediato, successivamente, a questa avventatezza.
Canzoni, un piccolo primato italiano
Nella promozione dell’opera di Vysotsky, l’Italia vanta, grazie al premio Tenco, un piccolo primato. La rassegna annuale fondata da Amilcare Rambaldi aveva sempre invitato i grandi cantautori stranieri, offrendo loro una plaudente tribuna. Ma mai aveva fatto quello che fece, post mortem, per Vysotsky, producendo un album tributo con 15 delle sue canzoni, curato da Sergio Secondiano Sacchi. Titolo: “Il volo di Volodja” (1993). Quindici brani tradotti, arrangiati e cantati da un “parterre de rois” della nostra canzone d’autore. In ordine di uscita (da 1 a 15): Eugenio Finardi, Roberto Vecchioni, Luciano Ligabue, Vinicio Capossela, Cristiano De André, Paolo Rossi, Juan Carlos Biondini, Francesco Guccini, Milva, Giorgio Conte, Andrea Mingardi e Angelo Branduardi.

Anche Milva partecipò cantando una canzone di Visotsky al disco dedicato al cantautore in Italia
Non poteva mancare Marina Vlady che canta in italiano “Ho portato la mia pena” e in russo, col contrappunto italiano di Finardi, “Il canto della terra“ E poi lui, Volodja, a chiudere con “Ochota no volkov” (la caccia ai lupi). Per chi non trovasse il disco – comunque ordinabile – i 15 pezzi sono su “You Tube”.
Altri 12 testi di Visotsky (con sette diverse traduzioni di altrettante canzoni del disco), avevano fatto parte l’anno prima di un libriccino della collana ultratascabile “Millelire” dove le 19 traduzioni erano accompagnate da una lunga intervista all’autore, dalla presentazione di Gino Castaldo e da una introduzione di Amelia Rosselli. Qui il testo squadernato del libretto.


