Il Gran Chaco è una delle regioni meno popolate e meno conosciute del pianeta, un contenitore di biodiversità e culture indigene ancestrali, da proteggere e valorizzare.
Nelle puntate precedenti abbiamo visto come si è formato: una pianura nella quale si accumularono sedimenti fluviali poi livellati dall’acqua salata perché 20 milioni di anni fa, in epoca di disgelo, il mare si innalzò di livello, e penetrò all’interno del continente sudamericano trasformandolo in un immenso golfo. Le acque poi si ritirarono lasciando un’ampia pianura esposta ai venti torridi settentrionali e gelidi meridionali incanalati dalla Cordigliera delle Ande, uno straordinario laboratorio di sperimentazione di biodiversità.
15.000 anni fa è stato scoperto dai primi uomini che venivano dall’est. Superarono a piedi lo stretto di Bering che l’abbassamento del livello del mare aveva trasformato in istmo; trovarono passaggi equatoriali con le loro geniali piroghe a bilanciere; percorsero la costa scongelata dell’ Antartide in un periodo di riscaldamento climatico. Un caleidoscopio di razze che si incontrarono, scontrarono, fusero in una regione che separava quella delle grandi civiltà andine da quella della cultura guarani.
Il Chaco, che in lingua quechua significa terreno di caccia, era popolato da piccole comunità di cacciatori e raccoglitori, appartenenti ad una trentina di diverse etnie, in continua migrazione alla ricerca dei frutti e della selvaggina che la natura offriva spontaneamente.
Solo 500 anni fa il vento della migrazione smise di soffiare da oriente e girò improvvisamente ad occidente.
Gli Europei avevano realizzato che le piccole caravelle erano in grado di cavalcare l’ onda oceanica più agilmente dei grandi bastimenti, e scoperto che dalle Canarie si apriva l’autostrada degli Alisei diretta verso favolose ricchezze di terre sconosciute.

Il contatto con il mondo occidentale è un fenomeno relativamente recente. Gli europei sbarcano in Sudamerica molte migliaia di anni dopo i loro predecessori venuti dall’Asia e dall’ Oceania e trovarono un quadro etnico/culturale molto complesso, formatosi seguito del mescolarsi di tante popolazioni eterogenee in un territorio di 1.300.000 di km2 caratterizzato da una grande diversità ambientale e biologica. Un mosaico di etnie, simili ma con sostanziali differenze linguistiche e culturali, in uno stato di effervescenza migratoria e grande bellicosità interetnica si contendevano le migliori zone di caccia e di pesca.
Sin dal ‘500 i contatti non furono amichevoli. Juan de Solis, scopritore del Mar de la Plata, finì divorato dai Charrua.Sebastiano Caboto, il primo a risalire il rio Paraguay, scampò per un pelo al massacro, per mano dei Timbu, della guarnigione che presidiava la fortificazione di Sancti Spiritus. Gli spagnoli non furono da meno.
Lo scontro tra due culture e due sistemi socioeconomici era inevitabile. Da una parte i Popoli originari, cacciatori e raccoglitori, avevano bisogno di ampi spazi privi di ostacoli e barriere. Dall’altra parte agricoltori ed allevatori delimitavano terreni e non potevano capire perché quei “selvaggi” distruggevano recinti e steccati ed ignoravano i più basilari rudimenti del diritto di proprietà. Due concezioni incompatibili.

A fine ‘800 il mondo scopre il Gran Chaco.
“Perché il Gran Chaco è oggi come un secolo fa una delle regioni meno densamente popolate del pianeta?”
I motivi li abbiamo individuati strada facendo: Il materiale roccioso necessario per costruire strade e palazzi è irreperibile; le temperature minime e massime sono estreme; la vegetazione di piante spinose è un ostacolo all’avanzamento; Il suolo salino è poco adatto all’agricoltura; bellicose popolazioni indigene oppongono resistenza.
Ciò nonostante la pressione del cosiddetto mondo occidentale aumenta. La colonizzazione dei territori situati nella parte alta del rio Paraguay avanza. La Bolivia, che ha perso con la guerra del Pacifico l’accesso al mare, cerca sbocchi ad est, verso le vie d’acqua che conducono all’ Atlantico. Viaggiatori ed esploratori spinti da motivazioni politiche ed economiche ma anche attratti e affascinati dalle culture indigene di terre assai lontane si addentrano in territori sconosciuti.
Ne abbiamo già incontrati due: Guido Boggiani, giovane artista, brillante rampollo della società della Belle Epoque e Doroteo Giannecchini, umile frate Francescano.
Il diavolo e l’acqua santa, accomunati da un impulso ad avventurarsi aldilà del loro orizzonte, affascinati dal Chaco e dai suoi abitanti. E’ questa un’importante novità. I Popoli originari, finora perlopiù visti come un ostacolo alla colonizzazione e al progresso, cominciano ad essere oggetto di curioso interesse e di apprezzamento.

Guido Boggiani
Boggiani, rampollo di una ricca famiglia di proprietari terrieri di Omegna, vicino Novara, era predisposto dalla nascita a contrarre quel misterioso morbo che abbiamo chiamato Mal del Chaco. Nei suoi diari confessa che :”sin da bambino, sognai di fare grandi viaggi in regioni vergini e lontane”. A 26 anni abbandona la vita dorata della belle epoque, i salotti mondani e i cenacoli culturali con D’Annunzio, Scarfoglio ed Herelle, si imbarca a Genova diretto al Sudamerica. Due anni dopo risale il rio Paraguay fino ai confini con Brasile e Bolivia per incontrare i Ciamacoco (Ishir) ancora incontattati.
“Davanti a noi camminano spediti i Ciamacoco. Procede, cantando e scherzando allegramente, la parte mascolina giovane della tribù senz’altro carico di quello delle armi e di piccole borsette contenenti gli oggetti di assoluta necessità. I loro corpi, alti, snelli, vigorosamente modellati, con proporzioni scultoree, agili e forti luccicavano al sole…si aggiravano nella foresta con sicurezza incredibile… bussole viventi”
Si orientavano per istinto in un mare di vegetazione privo di punti di riferimento come i Polinesiani che, da migliaia di anni, esploravano senza strumenti di navigazione l’Oceano Pacifico.
Boggiani viaggiò nel Chaco orientale, visse con Ishir e Caduveo, scrisse libri sulla loro cultura e le loro tradizioni. Raccolse centinaia di artefatti ceduti al Museo Pigorini di Roma ove sono conservati.

I viaggi di Boggiani nel Chaco orientale (Chaco umido)
La versione religiosa di Boggiani è un umile frate francescano, animato dalla vocazione a “…esercitare il mio mistero apostolico…tra deserti sconosciuti e tribù feroci”. Partecipa come cappellano a 3 spedizioni nel Chaco Secco, tra Bolivia ed Argentina, inviate per cercare un accesso al rio Paraguay per i minerali provenienti dalle miniere boliviane. Nel 1887 ascolta un anziano Tapii che gli dice:”Dio ci ha creati per bere, mangiare, cantare e ballare e ci ha dato la terra perché un giorno il nostro corpo sia racchiuso in essa, così come in essa racchiudiamo il seme del mais”, e si chiede quali benefici la cosiddetta civilizzazione poteva portare a quella gente.

Doroteo Giannecchini
Il Chaco è una regione inaccessibile. I sentieri indigeni sono tracciati per seguire la selvaggina o cercare frutti selvatici, non per collegare da un luogo all’altro.
Nel 1887 fra’ Doroteo è cappellano di una spedizione che parte da Sucre, si dirige a sud di Santa Cruz de la Sierra e imbocca un cammino che sembra condurre verso il rio Paraguay. Un mese e mezzo dopo è al punto di partenza. Scrive Giannecchini ”I sentieri degli Indios… invece di essere vie di comunicazione, erano percorsi di cacciatori che si perdevano, quando la caccia li conduceva per selve inospitali…”
Giannecchini ha ceduto la sua collezione di artefatti indigeni al Museo Antropologico di Firenze ove sono conservati.