
Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri
In questa XI puntata del racconto dei nostri viaggi in Iran per studiare i qanat, parliamo dell’incontro con l’Ambasciatore di Italia in Iran, poi raccontiamo gli incontri a Shahrood con i docenti universitari e il sindaco per presentare i risultati dei nostri studi sui tre qanat e chiudiamo con la festa a Teheran, la sera prima di imbarcarci per tornare in Italia. Buona lettura, continuate ad accompagnarci lungo le strade, i villaggi ed i deserti persiani.
Galeotta fu la bottiglia
Nel dicembre 2009 organizzammo la terza missione in Iran per completare le nostre misurazioni nelle tre aree ove abbiamo studiato i qanat. Il soggiorno in Iran sarebbe stato arricchito anche da due momenti importanti: l’incontro con l’Ambasciatore italiano a Teheran e un incontro conclusivo presso l’università di Shahrood con il rettore, i docenti coinvolti con i nostri studi e il sindaco della città, per illustrare i risultati della nostra attività di ricerca.
Ci troviamo all’aeroporto di Fiumicino con ampio anticipo per poter effettuare comodamente il check in. Discutendo fra noi nasce l’idea di portare un piccolo omaggio al nostro Ambasciatore che, gentilmente ha accettato di incontrarci. Concordammo che probabilmente avrebbe potuto gradire un liquore, visto che in Iran non si può acquistare (almeno in maniera ufficiale) nessuna bevanda alcolica. Al duty free acquistiamo due bottiglie di un whiskey blended da 12 anni e le carichiamo nel mio zaino, dove c’è un po’ di spazio.
Viaggio tranquillo, faccio un bel sonno e mi risveglio vedendo che le signore stanno aggiustando i foulard, dunque capisco che fra poco atterreremo.
Al controllo il militare mi ferma e mi chiede di aprire lo zaino, evidentemente con lo scanner ha individuato le bottiglie. Vede l’whiskey e subito lui stesso chiude lo zaino, come fosse cosa pornografica da vergognarsene. “Siamo in un paese islamico” mi dice in buon inglese, guardandomi con fierezza. Gli rispondo che lo so bene e noi stessi non beviamo alcool in Iran, ma quelle sono bottiglie portate come omaggio per il nostro Ambasciatore che incontrerà domani noi e i professori universitari iraniani. Mi invita a seguirlo.
Entriamo nel bagno uomini, il militare dice qualcosa ai due signori che si stanno lavando, quelli si asciugano ed escono in fretta senza dire una parola. Mi preoccupo un po’, ora siamo soli il militare ed io. A gesti mi dice di tirar fuori le bottiglie. Tiro fuori la prima e faccio il segno di consegnargliela, semmai ne vuole una… fa un passo indietro, come per non bruciarsi le mani, e mi indica di svuotarla nel lavandino.
Eseguo pensando allo spreco inutile di quel nettare ambrato. Mi chino per buttare la bottiglia ormai vuota, ma mi blocca e mi dice di metterla nello zaino. Prendo la seconda bottiglia e gli ripeto che sarebbe stata per l’Ambasciatore. Mi guarda, fa sì con la testa indicando lo zaino di nuovo e si gira. Rimetto subito a posto e chiudo lo zaino, almeno una bottiglia l’abbiamo salvata…
I colleghi mi aspettano un po’ preoccupati all’uscita, dico loro che ne pareremo dopo e andiamo subito a prendere il taxi e attraversiamo la capitale nel traffico fra le vecchie e lente Khodro Paykan (significa “freccia”!) e le più moderne Samand (costruite in Bielorussia) che fanno a gara nell’inquinare, le auto moderne straniere non si possono acquistare per l’embargo. La sera, grande risate per il mio volto livido dopo la dogana, per tutto il mio racconto, per la mia faccia tosta a salvaguardare una bottiglia “infernale”, nonostante tutto.
Dicembre 2009: l’incontro all’Ambasciata Italiana
Ambasciata d’Italia in Iran (Foto tratta dal sito dell’Ambasciata)
L’indomani taxi per andare alla nostra Ambasciata. È un bel edificio ispirato a canoni neoclassici, costruito alla fine dell’Ottocento da un facoltoso dignitario dello Shah e poi venduto allo Stato italiano nel 1925 per destinarlo Ambasciata in Iran. Davanti all’ingresso vi era una grande vasca di circa 3600 m2 con al centro un’isoletta, l’acqua era fornita dal piccolo qanat privato che ci era stato mostrato in gennaio; successivamente la vasca fu sostituita dal grande prato, ben curato, che abbiamo visto al nostro arrivo.
Siamo stati ricevuti con cordiale ospitalità da S.E. Prof. Alberto Bradanini, Ambasciatore d’Italia in Iran e dall’Addetto Culturale all’Ambasciata, Prof. C. Cereti che ci aveva aiutato a fissare l’incontro. L’incontro avviene in un magnifico salone e con noi vi sono anche un paio di funzionari dell’Ambasciata e tre imprenditori che operano in Iran. Abbiamo dato all’Ambasciatore il nostro piccolo dono e ha mostrato di gradire il whiskey. Al mio fianco è capitato uno degli imprenditori che si occupava di energia e, quando gli dico che sono di Taranto, mi racconta del suo amore per la nostra regione e per il nostro mare.
Finalmente arrivano verso le 12,00 il Rettore e tre professori dell’Università di Shahrood, quelli che con noi hanno più collaborato. Poi ci dissero che erano stati molto emozionati, poiché non era mai capitato loro di avere un incontro così importante. Portarono all’Ambasciatore un quadro che incorniciava il manifesto dell’accordo fra la loro università, il CNR e l’Università di L’Aquila di cui avevamo parlato nella precedente puntata.
Manifesto con l’accordo fra le tre istituzioni italiane e iraniane presentato all’ Ambasciatore (Foto mia)
Abbiamo illustrato in breve i risultati ottenuti dalle nostre misurazioni dei tre qanat studiati, secondo le indicazioni dell’Università ed abbiamo accennato alla nostra proposta di realizzare uno sfruttamento turistico di questi affascinanti acquedotti sotterranei che permettono la vita anche in pieno deserto.
Il ricevimento dell’Ambasciatore
Presto siamo stati chiamati per il pranzo in una stanza adiacente ove c’è un grandissimo tavolo magnificamente apparecchiato per quindici persone. Purtroppo non ricordo il menu, invece mi sono rimasti in mente due avvenimenti: i camerieri quando versavano il vino non lo facevano per gli ospiti iraniani che erano facilmente riconoscibili per l’assenza della cravatta. Poi ho notato che i piatti erano decorati col Nodo Savoia (detto anche nodo a otto), per cui il servizio era stato portato dall’Italia prima della Seconda Guerra Mondiale! Confesso che mi sarebbe piaciuto averne uno, ho provato ad aprire il discorso con un cameriere, dicendo che avevo notato il fregio e lui mi ha risposto che ritiravano i piatti appena vuoti per evitare che si rompessero o che fossero sottratti, poiché il servizio si era assottigliato. Ho desistito…
Pranzo offerto dall’Ambasciatore Italiano a Teheran (Foto A. Ferrari)
Abbiamo un po’ accelerato per poter partire non troppo tardi, noi saremmo andati con i colleghi universitari nel van per arrivare a Shahrood in serata. Tutti si sono trasferiti nel salone per fumare, io sono andato in bagno e dopo pochi minuti mi sento chiamare a gran voce dall’imprenditore che era vicino a me. Mi sbrigo e arrivo subito nel salone. “Guarda c’è aria di casa” mi dice il nuovo amico. Al centro del consesso è posizionato un carrello con almeno una trentina di bottiglie di vari liquori! Infatti l’Ambasciatore ci ha spiegato che, grazie alla “valigia diplomatica” o ai doni di altri ospiti, poteva avere una cantina abbastanza rifornita.
La frase dell’imprenditore era riferita ad una bottiglia di Elisir San Marzano Borsci posta in bella vista. È l’unico liquore prodotto a Taranto e in Puglia molto popolare, anche per “correggere” il gelato, ma non molto diffuso nel resto dell’Italia; ricordo che negli anni Settanta ne portavamo una bottiglia alla zia che abitava a Bologna. Ora lo trovo a Teheran! Pensa che idea originale abbiamo avuto noi a portare le bottiglie e ho pure rischiato alla dogana…
Terminiamo l’incontro con grande armonia e buon umore; l’Ambasciatore ha chiesto la collaborazione del nostro gruppo di lavoro per studiare in dettaglio il qanat di proprietà dell’Ambasciata italiana, che permette l’irrigazione del giardino. Lo studio, potrebbe prevedere anche un progetto di valorizzazione culturale, che sarebbe particolarmente interessante negli scambi culturali italo-iraniani. Lo ringraziammo e gli assicurammo di iniziare la prossima volta che torneremo, ma purtroppo non ci furono più le condizioni per ritornare in Iran negli anni successivi. Poi, con i colleghi universitari, ci congediamo e iniziamo il viaggio verso Shahrood.
Terminiamo il programma scientifico
Nei tre giorni successivi al ritorno a Shahrood, completiamo le misure presso i tre qanat studiati, io ritiro definitivamente i supporti con i rilevatori per radon, dopo più di un anno di posizionamento.
Il momento più importante fu rappresentato dall’incontro che facemmo nell’ufficio del Rettore dell’università e replicammo il giorno successivo incontrando il sindaco di Shahrood raccontando i risultati dei nostri studi. Ad entrambi regalammo un piatto di terracotta fatto produrre dal nostro Ezio in Abruzzo con gli stemmi delle tre istituzioni coinvolte nel Qanat Project.
Piatto ricordo per celebrare l’accordo fra le tre istituzioni italiane e iraniane per studiare i qanat nell’area di Shahrood (Foto A. Ferrari)
Non torniamo a ricordare quanto sintetizzato nelle puntate precedenti, nei due incontri abbiamo insistito sulle potenzialità turistiche sia del qanat di Beyarjomand, che ha più di 190 pozzi e uno dei suoi rami conduce acqua tiepida, sia di quello di Torud, nel pieno deserto del Dasht-e-Kavir, poco prima delle grandi distese salate del Kavir, che conduce nel centro dell’oasi un’acqua calda che potrebbe consentire uno sfruttamento termale e/o geotermico a bassa entalpia.
Al termine dell’incontro al Municipio, il Sindaco ha voluto portarci al Museo di Shahrood, che avevamo già visto in precedenza, ma che abbiamo visitato volentieri con un cicerone così esperto e tanto innamorato della sua terra.
Col sindaco di Shahrood al Museo archeologico (Foto A. Ferrari)
Ultimi incontri prima di tornare a casa
Prima di ripartire per il ritorno non ci siamo fatti mancare una visita al bazar di Shahrood per qualche ultimo acquisto, a iniziare dai pistacchi multicolori. I narghilè sono belli, ma ingombranti; le teste di agnello nella vetrina frigo mi hanno fatto veramente impressione, ma ben cotte le avrei assaggiate senz’altro.

Bazar: vetrina dei narghilè e frigo con testine di agnello (Foto A. Ferrari)
Tornando a Teheran, ci siamo potuti fermare un paio di ore a Semnan e questa volta almeno abbiamo visitato la grande moschea Jameh (moschea “del venerdì”) che è davvero interessante. Fu costruita nel VII secolo d.C. per la volontà del Califfo Ali Ibn Abi Talib, marito di Fatima, la figlia di Maometto, considerato il primo Imam dagli sciiti. Egli aveva deciso di far erigere 1001 nuovi luoghi di culto, ma fu ucciso a tradimento dopo pochi anni di governo.
Moschea Jāmeh di Semnan (Foto tratta da Wikipedia)
Arriviamo a Teheran, facciamo un veloce giro nel parco dello Shah e siamo già d’accordo con i nostri giovani amici conosciuti durante le precedenti missioni che ci avevano invitati ad una festa a casa della cugina di uno di loro. Ci rechiamo a casa di uno degli amici e poi alle venti ci conduce alla festa, poi lui stesso a mezzanotte ci avrebbe portato all’aeroporto per il volo di ritorno.
La festa si teneva in una casa grande evidentemente di una famiglia ricca; i genitori della festeggiata non c’erano. Eravamo gli unici tre non giovanissimi, c’erano una trentina di invitati e quasi tutti vollero parlare con noi che eravamo stranieri. Le ragazze erano molto truccate e curate; con una di loro enumerammo le infrazioni che venivano perpetrate: parabola satellitare, collegamento a canali USA (il “grande diavolo”), visioni pornografiche (le cantanti vestite in modo succinto), le ragazze alla festa sono tutte senza velo, alcune con minigonna, alcune con generosi decolté, ognuna di loro balla toccandosi con i ragazzi (non mariti legittimi), abbondanza di vino e superalcolici da poter bere (penso al militare dell’aeroporto, sarebbe svenuto), fumo in pubblico e forse non solo di tabacco. Insomma abbastanza per fare una retata! ma mi disse di stare tranquillo, nessuno ci avrebbe disturbati, siamo nella casa di una famiglia ben conosciuta. Impossibile non ricordare la “doppia moralità o doppia realtà” di cui parlammo con i ragazzi della “pizza americana”.
Con un ragazzo per qualche minuto parlammo addirittura di politica, ci disse che ci avevano sperato in un cambiamento con le elezioni del Presidente effettuate in estate, ma i brogli per riconfermare Ahmadinejad hanno frustrato tutta la gente con idee aperte, si attendono altri quattro anni di soffocamento. Lui e alcuni suoi amici pensano concretamente di andare a vivere in occidente.
Parco e Palazzo dello Shah a Teheran (Foto A. Ferrari)
Nella notte ci accompagnano all’aeroporto, viaggio tranquillo e ritorno a casa sereno. A posteriori posso dire che furono tre bei viaggi, imparai tanto dalle persone e dalle situazioni vissute, mi sono innamorato del deserto. Mi piace chiudere il racconto di questa missione con i versi di un grande poeta persiano del 1200, Saadi di Shiraz: “I dolori e i piaceri sono passeggeri, / Passerai anche tu nel mondo: non è nulla.”
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