Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri
In questa X puntata del racconto dei nostri viaggi in Iran, sintetizzo i risultati delle misurazioni per i tre qanat, completate con i due viaggi nel 2009, e le idee operative che ne sono scaturite. Ricordo la guerra Iran-Iraq e i tanti martiri delle repressioni della teocrazia iraniana. Tornando a Teheran per ripartire nel gennaio ‘09, vi è stata l’opportunità di avere un primo incontro presso l’Ambasciata d’Italia in Iran e di partecipare ad una bella festa. Buona lettura, continuate ad accompagnarci lungo le strade, i villaggi ed i deserti persiani.
I risultati per il qanat di Beyarjomand
Il qanat di Beyarjomand, ha attualmente una valenza esclusivamente agricola, si sviluppa per circa 10 Km ed è suddiviso in 5 rami. Tra le caratteristiche peculiari di questo qanat abbiamo notato la presenza, in parallelo ai due rami principali, di due gallerie funzionali per le operazioni di manutenzione e la realizzazione di tre punti di sbarramento, utilizzabili eventualmente per immagazzinare acqua oppure per interrompere temporaneamente il deflusso, per evitare nuovi incidenti. Infatti questo è soprannominato “il qanat del sangue”, in ricordo dei manutentori morti durante la costruzione e le attività di gestione dei pozzi.
I parametri fisico-chimici rilevati durante la missione di gennaio 2009 evidenziano, per l’acqua allo sbocco del qanat, una temperatura di 18,5 °C. Le prime indagini hanno confermato la captazione da parte dei rami del qanat di acque con temperature differenti (comprese tra 17,4 e 21,3 °C). Si è conclusa l’elaborazione dei dati piezometrici relativi alle falde acquifere dell’area.
Beyarjormand, Famiglia sulla moto (foto mia)
Nel gennaio 2009 e nel dicembre successivo, abbiamo potuto ritirare i supporti sospesi (vedi puntata IV e puntata VI) nei pozzi dei qanat di Beyarjomand, recuperare i rilevatori di radon per leggerli e immettere nuovi rilevatori. Com’era facile immaginare, i valori di concentrazione del gas nei pozzi verticali è risultato piuttosto alto (media annuale fra i 500 e i 700 Bq/m3). C’è da dire che la permanenza dei manutentori all’interno dei pozzi è ridotta a poche ore al mese, pertanto non dovrebbero esserci risvolti sanitari apprezzabili a loro carico.

Supporto con i rilevatori radon estratto del qanat di Bey. dopo 6 mesi (Foto mia)
Tutta l’area attorno ai numerosi pozzi è circondata da alte montagne che conferiscono al paesaggio una grande attrattiva: potrebbe essere interessante realizzare un percorso-museo all’aperto del qanat, semmai restaurando almeno uno dei vecchi mulini adiacenti all’acquedotto. Inoltre l’acqua più calda del ramo orientale potrebbe essere utilmente utilizzata a scopi termali.
Da alcuni pozzi situati non molto distanti dal pozzo madre, durante i lavori per la manutenzione e la pulitura del canale, sono stati estratti grossi blocchi di calcite che ostruivano il passaggio dell’acqua. Con un investimento modesto si potrebbe avviare un’interessante attività artigianale per realizzare oggetti turistici e di arredo.
Beyarjormand, depositi calcarei estratti dai vari pozzi del qanat (foto A. Ferrari)
L’unica attività, già presente nel 2009, non collegata con l’allevamento di piccoli greggi di pecore o capre e con l’agricoltura, era relativa al trattamento artigianale del cotone, raccolto nelle vallate adiacenti al villaggio.
Lavoro artigianale del cotone nel villaggio di Beyarjomand (foto mia)
L’antico mulino di Beyarjomand
Poco prima dello sbocco del qanat di Beyarjomand, avevamo notato l’anno precedente i resti di un mulino, apparentemente antico e probabilmente danneggiato dai terremoti che colpirono la zona. I lavoratori locali non ci sapevano dire niente, l’avevano sempre visto così: un rudere abbandonato. Vi entrai per vedere se ci fosse qualcosa interessante, ma non trovai nulla.
Esco dal rudere del mulino vicino Beyarjomand (foto A. Ferrari)
Durante la missione dell’inizio 2009 abbiamo prelevato, dall’interno del mulino, diversi frammenti di terrecotte e di mattoni fatti con paglia e fango. La datazione al Carbonio-14 di questi reperti fu effettuata in Italia da un collega dell’Università di Milano-Bicocca e i risultati furono concordi nel riferire al VII secolo i frammenti di terrecotte (per la precisione, la media indicava l’anno 680+/-80 d.C.). La data si riferisce all’ultimo riscaldamento ad alta temperatura dei frammenti, non necessariamente a quella della messa in opera dei frammenti, che potrebbero essere molto più antichi della struttura, ovvero facenti parte del materiale che è stato impastato per la costruzione.

Resti del mulino adiacente al qanat di Beyarjomand (Foto A. Ferrari)
I reperti con tracce di paglia o legno erano molto più recenti, si è stimato della metà del XVII secolo, indicando altresì che la struttura fu più volte riparata, rimaneggiata e modificata nei secoli di vita, come avveniva del resto per tutto il complesso funzionale dei vari qanat. È perciò da ritenere che i frammenti di paglia e legno non siano contemporanei alla prima realizzazione (ipotizzabile più di mille anni prima del nostro studio) del manufatto, ma ad interventi successivi.
I risultati per il qanat di Torud
Per questo qanat ci siamo concentrati sui dati allo sbocco (mahzar) del canale, che è in prossimità del centro abitato. Da lì l’acqua viene distribuita agli agricoltori attraverso una fittissima rete di piccoli canali che sostengono una coltivazione più che sufficiente per la popolazione.
Un contadino devia l’acqua del qanat di Torud per irrigare il suo campo (Foto A. Ferrari)
I dati ambientali hanno mostrato forti escursioni termiche al variare delle stagioni. La misura di portata dell’acqua, eseguita il 17/01/2009 allo sbocco del canale, ha permesso di quantificare in 52 L/s la sua disponibilità, per cui una quantità sufficiente per i fabbisogni della piccola comunità. Il dato più interessante è stato che l’acqua al mahzar aveva una temperatura di circa 24,5° C., quando la temperatura esterna era di circa 0 °C.
Ho in braccio una capretta a Torud, mentre fumo un cigarillo (Foto mia)
Come abbiamo comunicato al Rettore ed alle autorità locali di Shahrood, queste caratteristiche potrebbero permettere uno sfruttamento termale e/o geotermico dell’acqua del qanat; chiaramente occorrerebbe una attenta valutazione dei tempi e degli investimenti necessari. Inoltre, vista la peculiarità dell’oasi, si potrebbero organizzare percorsi che illustrino la cultura dell’uso dell’acqua in agricoltura in ambienti aridi o anche le tecniche di produzione e di conservazione degli alimenti. Infine il percorso potrebbe essere affiancato dalla commercializzazione dei tappeti tipici della cultura locale, realizzati con metodologie, tecniche, tessuti e colori tramandati attraverso innumerevoli generazioni della popolazione di Torud.
Troppi martiri per una guerra inutile!
In una via di Shahrood, non percorsa in precedenza, troviamo un grande manifesto con le foto in bianco e nero di volti di giovani uomini. Chiediamo ai nostri ospiti e ci spiegano che sono i Shahyd (martiri della guerra con l’Iraq) del quartiere.
Saharood, manifesto per alcuni “martiri” della guerra Iran-Iraq (Foto A. Ferrari)
Nel 1980 il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, senza dichiarazione di guerra, avviò un’azione bellica entrando nelle regioni iraniane confinanti e conquistando il porto di Khorramshahr a Sud. Fra i due paesi vi era una annosa disputa territoriale sospesa da un accordo firmato cinque anni prima. L’Iraq riteneva di poter vincere facilmente visto che l’anno prima lo Scià era stato cacciato ed era da poco morto in esilio, mentre l’ayatollah Khomeini (soprannominato “vecchia mummia” da Saddam) aveva appena preso il potere in Iran e aveva congedato l’esercito professionale e imprigionato tutto lo stato maggiore, fedele allo Scià.
I militari richiamati e i volontari iraniani riuscirono a rinsaldare le linee di fronte, avviando così una lunga guerra di posizione che costò le vite di tantissimi giovani di entrambi i paesi. Solo nel 1982 la città portuale fu riconquistata dagli iraniani (nominata “la città insanguinata”). La guerra, chiamata in Iran “Sacra Difesa”, continuò fino al 1988; l’Iraq ebbe supporti militari dei paesi arabi, dell’URSS e degli USA; ma anche l’Iran ebbe supporti stranieri, fra i quali gli USA (in modo illegale tramite “Irangate”) e Israele. Fu aiutato proprio dai “grande e piccolo diavolo” cui i fedeli inviano maledizioni giornaliere per volontà dell’ayatollah! Di fatto si tornò ai confini iniziali, ma entrambi i paesi erano sull’orlo del crollo economico e sociale e vi erano stati più di un milione di morti fra civili e militari.
Negli ultimi anni di guerra, Khomeini volle sfruttare l’unità mostrata dalla popolazione nella difesa del paese per rafforzare il proprio potere assoluto, alienandosi ulteriormente il consenso del consesso internazionale. Fra le azioni intraprese, ben esposte nel recente libro di Carlo Cereti[1]: l’uccisione di migliaia di prigionieri politici nelle carceri, la fatwa contro Salman Rushdie e la destituzione dell’ayatollah Montazeri, già indicato come futuro successore di Khomeini, poiché era in dissenso con le uccisioni e a favore di cauti contatti con l’Occidente.
La teocrazia inoltre approfittò della guerra per effettuare una cosiddetta “rivoluzione culturale” che, fra l’altro, portò alla chiusura di tutte le università dal 1980 al 1988.
Nel giugno 1989 morì Khomeini, al suo posto fu nominato dagli “esperti” Ali Khamenei, che è tuttora la Guida Suprema; Rafsanjani fu nominato Presidente dello Stato e restò in carica otto anni, fino al 1997.
[1] Carlo Cereti – “L’Iran contemporaneo” Brioschi ed. 2023
Troppi martiri per le repressioni della teocrazia!
Invece non ci sono manifesti e neanche ricordi ufficiali per i tanti martiri uccisi dai pasdaran o dai basiji in maniera illegale durante le manifestazioni o nelle carceri dove sono portati senza processo. Proprio nell’estate del 2009 ci furono le nuove elezioni per il Presidente dell’Iran; fu rieletto Mahmud Ahmadinejad, pare grazie a numerosi brogli. Era un personaggio reazionario, noto per aver più volte negato l’Olocausto, preso posizioni antioccidentali, per puntare sul programma nucleare iraniano e per aver promosso nuove regole discriminatorie per le donne.
Dopo l’elezione contraffatta vi furono numerose proteste, cui partecipò anche il candidato moderato Mousavi risultato sconfitto. Iniziò subito una violenta repressione che portò alla morte di molti manifestanti (chiamati “Onda Verde”), a iniziare da Neda Agha-Soltan, colpita in petto da un proiettile sparato da un agente dei basiji (le immagini drammatiche furono riprese e diffuse in tutto il mondo) e vi furono anche centinaia di manifestanti malmenati o imprigionati.
Una ragazza prega sulla tomba di Neda Agha-Soltan (da Wikipedia)
Durante la nostra missione di dicembre sentimmo echi di questi drammatici eventi, i pochi che ne parlavano con noi temevano che altri quattro anni di un presidente reazionario avrebbero reso l’Iran ancora più isolato nel contesto internazionale. In particolare il vincitore delle elezioni era criticato anche per la sua misoginia, irrisa anche in una barzelletta feroce[1]: “ha la riga fra i capelli per separare i pidocchi maschi da quelle femmine”.
[1] Riferita anche nel bel libro “La notte sopra Teheran” di Pegah Moshir Pour
Jin, Jiyan, Azadi
Purtroppo in questi ultimi anni si sono aggiunti tanti, troppi nuovi martiri a causa delle politiche repressive e violente della teocrazia iraniana e non possiamo non citare la nuova ondata di proteste provocata nel 2022 dalla brutale uccisione di Masha Amini, una ragazza del Kurdistan iraniano bloccata da agenti della “polizia morale” per il velo (hijab) indossato male, caricata in un furgone e picchiata a morte. In onore della nuova martire per la libertà venne scelto e usato nelle successive manifestazioni lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi – Donna, Vita, Libertà”, usato dalle partigiane curde nel difendere, dal 2013, la popolazione dall’ISIS.
Mohammad Tolouei nel suo libro “Le lezioni di papà”[1] esprime molto bene l’attuale disposizione d’animo dei giovani più istruiti: “la classe media urbana non può più tollerare la situazione attuale e vuole lasciare l’Iran a ogni costo e con qualunque mezzo, persino usando il pretesto di cambiare religione o fingendosi gay”. Questo significa che un paese con bassissimo tasso di natalità come l’Iran, perde tante preziose competenze e potenzialità, ma anche che ci saranno sempre meno difensori dei diritti umani e civili nel paese.
[1] M. Tolouei “Le lezioni di papà” ed. Ponte33, 2019
Contatto con l’Ambasciata italiana nel gennaio 2009
A Teheran non potemmo incontrare l’Ambasciatore, come avremmo voluto, ma abbiamo avuto la possibilità di essere ricevuti all’Ambasciata Italiana da un funzionario, cui esponemmo le attività che stavamo conducendo.
Quando seppe che studiavamo i qanat, ci portò a visitare i resti di un piccolo qanat interno alla tenuta di proprietà dell’Ambasciata. Ci raccontò che il primo proprietario, alla fine dell’Ottocento, acquistò il terreno e fece costruire una grandissima vasca che pare fosse alimentata dall’acqua di quel qanat privato. Ora l’area della vasca è stata totalmente ricoperta dal giardino antistante l’ingresso all’Ambasciata.
Nei mesi successivi potemmo corrispondere con il nuovo Consigliere Culturale dell’Ambasciatore italiano in Iran, il Prof. Carlo Cereti, noto iranista, docente della “Sapienza” di Roma, autore di vari libri storici. Grazie al suo aiuto organizzammo la visita ufficiale effettuata nel dicembre 2009, di cui parleremo nella prossima puntata.