Negli ultimi decenni lo studio sistematico di studiosi e scienziati ha dimostrato che il riscaldamento climatico nell’ultimo secolo e mezzo è anomalo e preoccupante, destando allarme per il futuro del pianeta. In particolare, diverse fonti concordano che tale processo si sia accelerato a partire dalla seconda metà del secolo scorso, segnalando il periodo 2015-2024 come il più caldo da quando sono cominciate le rilevazioni su basi scientificamente affidabili.
La Commissione europea su https://climate.ec.europa.eu/climate-change/consequences-climate-change_it evidenzia che “I cambiamenti climatici interessano tutte le regioni del mondo. Le calotte polari si sciolgono e cresce il livello dei mari. In alcune regioni le precipitazioni e i fenomeni meteorologici estremi sono sempre più diffusi, mentre altre sono colpite da siccità e ondate di calore senza precedenti. Bisogna agire adesso per il clima o questi impatti non faranno che aggravarsi. I cambiamenti climatici rappresentano una minaccia molto grave e le loro conseguenze si ripercuotono su molti aspetti diversi della nostra vita” elencando nel dettaglio diverse conseguenze molto serie. Vanno in questa direzione l’aumento sia di eventi atmosferici estremi che lo scioglimento dei ghiacciai che l’innalzamento del livello del mare che le minacce dirette alla salute umana.
A fronte di tali scenari l’UE, nel quadro degli Accordi di Parigi di contenere al di sotto dei 2°C il riscaldamento globale e di proseguire gli sforzi per circoscriverlo a 1,5°C, ha adottato una serie di iniziative vincolanti per i paesi membri, nell’ambito della strategia denominata European Green Deal, con l’obiettivo di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, con traguardi intermedi di progressiva riduzione delle emissioni climalterante, per favorire la tutela dell’ambiente, ridurre i rischi per il clima, la salute umana e la biodiversità.
Per questo obiettivi l’UE lavora nell’ambito della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per armonizzare le politiche e le tappe per conseguire le finalità di Parigi della Cop 21, con risultati ad oggi giudicati insufficienti per la mancanza di impegni concreti per ridurre le emissioni e per la mancanza di politiche e finanziamenti adeguati.
Punti essenziali della strategia europea per la neutralità climatica sono il contrasto all’inquinamento e alle emissioni di gas serra, lo sviluppo di un’economia circolare, la preservazione di un ambiente sano e la tutela della biodiversità, la sostenibilità delle attività economiche in generale e dei trasporti. Rientra in questo ambito la politica per una mobilità sostenibile, come lo stop alla vendita di nuovi veicoli a motori endotermici a partire dal 2035.
A fronte di tali scelte, sostenute da un ampio schieramento europeista, sociale, politico e istituzionale, non sono mancate critiche e prese di posizioni contrarie, che sono cresciute all’indomani delle ultime elezioni europee che hanno ridisegnato gli equilibri che sostengono la Commissione europea. Proviamo a farne una rassegna per capire di cosa si tratta.
C’è una critica che attiene alla sostenibilità economico-sociale e politica. Dai sindacati dei lavoratori ai rappresentanti delle imprese automobilistiche, da diverse forze politiche e sociali, sono arrivate richieste di rinvii, ponderazione e declinazioni socialmente accettabili delle misure prese. Si sono avanzate preoccupazioni in ordine a crisi industriali e rischi occupazionali, in un continente che ha fatto dell’industria automobilistica- e dell’enorme indotto che ruota intorno ad essa- uno dei punti di forza della propria economia. Il timore dei sindacati è che i lavoratori possano dover pagare il costo della transizione energetica, tanto da far chiedere che gli investimenti vadano di pari passo con la protezione sociale e la creazione di nuovi posti di lavoro, garantendo equità e sostenibilità. Sulla stessa lunghezza d’onda le associazioni d’impresa e le principali case automobilistiche, che dichiarano irrealistici i target del Gren Deal europeo e reclamano nuove regole e flessibilità per il futuro dell’automotive europeo. Le associazioni imprenditoriali man a mano che si avvicinano le scadenze del cronoprogramma europeo avanzano critiche sempre più forti, evidenziando la rigidità e la ristrettezza dei tempi per gli obiettivi di decarbonizzazione e i conseguenti rischi di deindustrializzazione continentale rispetto ai competitor cinesi e americani, mettendo in evidenza anche una carenza di infrastrutture adeguate a supportare la mobilità elettrica, come la mancanza di colonnine per la ricarica. (Su questo punto, vale però la pena ricordare che già oggi l’Italia dispone di una rete di oltre 22.000 stazioni di distribuzione carburanti- la più numerosa in Europa- che potrebbero essere trasformate- senza ulteriore consumo di suolo- in aree di servizio di distribuzione energia, anche elettrica, con colonnine di adeguata potenza alla ricarica veloce, se il Ministero del Made in Italy tirasse fuori dai cassetti e varasse la riforma della stessa rete, attesa ormai da svariati anni dagli operatori del settore.)
Anche altri comparti economici osservano che i tempi ristretti non sono coerenti con la capacità di adeguamento ai nuovi standard di sostenibilità ambientale e minacciano la competitività delle Pmi, nell’industria come nell’artigianato, nei servizi e nel turismo. Insomma, da più parti- pur non mettendo in discussione gli obiettivi per il contrasto ai cambiamenti climatici- si reclama un maggior gradualismo rispetto ai target europei, manifestando i timori che paesi concorrenti possano beneficiare di una transizione più lunga, capace di assorbire, con maggior coerenza sistemica e in tempi più lenti, gli adeguamenti richiesti. Ciò soprattutto nell’ottica di chiedere ai consumatori e agli imprenditori di sostenere il costo della transizione, in un momento di grande difficoltà delle economie dei paesi membri, con molti mercati interni segnati dal declino del potere d’acquisto e da crisi dei consumi e in assenza di piani industriali sostenuti da politiche pubbliche.
Sul fronte della mobilità, si evidenzia la difficoltà e l’onerosità eccessiva per i cittadini di accedere a modelli di autoveicoli di nuova generazione, elettrici e ibridi, che hanno prezzi eccessivi per ampie fasce della popolazione. A tal proposito, altri osservatori propongono, ai fini dell’abbattimento delle emissioni, lo svecchiamento del parco auto, favorendo il mercato dell’usato, avviando alla rottamazione le auto ad elevate emissioni ante euro 5, che secondo stime attendibili sarebbero oltre il 25% delle auto circolanti.
C’è un’altra osservazione. Segnala che il riscaldamento climatico è una questione globale, che riguarda l’intero pianeta. L’Europa, rispetto a Cina e Usa, è responsabile di minori emissioni climalterante, mentre esse aumentano in modo costante nei paesi in via di sviluppo. Insomma, l’osservazione di fondo è che l’Europa da sola non basta a fermare il cambiamento climatico. Occorrendo invece prevedere azioni globali di mitigazione delle emissioni, magari nell’ambito della prossima Cop 30 a Belem, in Brasile.
Un’altra ancora riguarda la messa in discussione della scelta verso l’elettrico come unica opzione per l’abbattimento delle emissioni di gas serra, avanzando la richiesta di una valutazione che assuma intanto la neutralità tecnologica come strategia per gli obiettivi target, lasciando alla scienza e alla ricerca il tempo e gli strumenti per perseguire tali finalità, mentre alcuni paesi come Italia e Germania avanzano già proposte sui biocarburanti-facendo leva su principi di economia circolare- sui carburanti sintetici e- fuel e sull’ idrogeno, che però ha bisogno di un’adeguata rete di supporto per l’immissione in distribuzione che, ad eccezione della Germania che ci sta lavorando, in Europa è deficitaria.
Questa rassegna, di alcune delle critiche avanzate, evidenzia da una parte la diffusa resistenza al cambiamento e dall’altra la preoccupazione concreta di una parte- rilevante- della popolazione europea che teme i contraccolpi economici e sociali di scelte non comprese ma obbligate. La risposta politica, in termini elettorali alle ultime europee, a favore di forze euroscettiche e conservatrici che hanno criticato il Green Deal sin dal suo esordio, lo testimonia.
A queste preoccupazioni sembra aver risposto la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel discorso sull’Unione a Strasburgo il 10 settembre us, oltre ovviamente alle questioni principali di preoccupazione vivissima di geopolitica e agli altri temi dell’agenda europea.
La Presidente della Commissione, a fronte delle preoccupazioni sulla sostenibilità del Green Deal, dice chiaro che “Dobbiamo mantenere la rotta verso i nostri obiettivi climatici e ambientali. So che molti sono preoccupati per l’entità della sfida che ci attende. Per questa ragione la transizione deve sostenere le persone e irrobustire l’industria. Ciò significa anche catalizzare un aumento massiccio degli investimenti pubblici e privati. Aprire mercati guida per i prodotti puliti e circolari, in grado di creare posti di lavoro e promuovere gli investimenti in Europa” aggiungendo, in relazione alla competizione internazionale, che “Sul versante dell’offerta, vareremo un pacchetto di sostegno per le batterie. Il pacchetto metterà a disposizione 1,8 miliardi di € di equity per potenziare la produzione in Europa. Le batterie sono essenziali per altre tecnologie pulite, in particolare i veicoli elettrici. L’iniziativa rafforza quindi un caposaldo della nostra indipendenza. (…) In quest’ottica introdurremo negli appalti pubblici un criterio relativo al “made in Europe”. (…) già oggi oltre il 70% della nostra energia elettrica proviene da fonti a basse emissioni di anidride carbonica.” Poi per spronare gli indecisi aggiunge “Siamo leader mondiali per numero di brevetti di tecnologie pulite, davanti agli Stati Uniti e testa a testa con la Cina. (…). Siamo decisamente sulla buona strada per centrare l’obiettivo di ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030. Ecco che cosa è in grado di fare il Green Deal europeo” E, infine, apre alle richieste di maggiori flessibilità quando afferma “ (…) Dal settore automobilistico dipendono milioni di posti di lavoro. Qualche mese fa abbiamo concesso più flessibilità per raggiungere gli obiettivi settoriali per il 2025: sta funzionando. Per quanto riguarda la neutralità tecnologica, stiamo preparando il riesame del 2035.” Detto questo la Presidente assicura che si lavorerà su modelli di auto elettriche più economiche e riafferma gli obiettivi del Gren Deal: “Milioni di europei vogliono comprare auto europee a prezzi ragionevoli. Di conseguenza, dobbiamo investire anche in veicoli piccoli e poco costosi, per andare incontro tanto al mercato europeo quanto all’impennata della domanda mondiale. (…). Non possiamo lasciare il mercato in mano alla Cina e agli altri concorrenti. Non ci sono dubbi: il futuro è elettrico e l’Europa ne farà parte. Il futuro delle auto e le auto del futuro devono essere made in Europe”.
Se dal discorso si evince la riaffermazione del percorso del Green Deal, degli obiettivi prefissati e la conseguente necessità di superare la dipendenza energetica dalle fonti fossili, allo stesso tempo si registra un’apertura significativa alle richieste pressanti di valutazione della sostenibilità sociale e della neutralità tecnologica, pur sempre dentro gli obiettivi di decarbonizzazione. Resta da capire con quali risorse e con quali tempi e come la Commissione, il Consiglio e il Parlamento lo declineranno sul piano operativo e normativo. Ma questo è ancora tutto da vedere.
Nel frattempo, c’è un grande lavoro da fare: evitare la saldatura tra le forze euroscettiche e le fasce di popolazione che manifestano disagio economico e sociale, facendo crescere- dalle scuole ai luoghi della socialità collettiva- l’attualizzazione di una consapevolezza dei rischi ambientali, che tutti sarebbero chiamati a pagare, la partecipazione democratica alle scelte ecologiche europee e la necessità di interventi correttivi, con il gradualismo che l’urgenza rende necessari.


