La spilla
Il 26 settembre, all’assemblea delle Nazioni Unite, Benjamin Netanyahu portava sulla giacca una spilla con sopra un QR- code. Inquadrandolo con i telefonini era possibile visionare le immagini del pogrom del 7 ottobre, filmate dagli stessi assalitori di Hamas. Era il suo “perché combattiamo”. Tre settimane prima, dagli schermi della Mostra del Cinema al Lido di Venezia, una regista tunisina, a nome dell’umanità non belligerante, aveva gridato il suo “perché non combattiamo”. Questa cineasta ha un nome difficile da memorizzare, per chi come noi non conosce l’ortofonia araba. Ma è bello provarci: si chiama Kawthar ibn Haniyya (oppure Kaouther Ben Hania, un po’ più semplice). “La voce di Hind Rajab” è il suo secondo film.
In America “Why we fight” è il titolo di una serie di sette film di propaganda, realizzati fra il 1942 e il 1945, su commissione del governo federale, da Frank Capra e Anatole Litvak, con la supervisione del regista di “Accadde una notte”. Il quale così aveva spiegato il progetto: “Pensavo che fosse il mio lavoro mostrare ai nostri ragazzi le ragioni della nostra guerra. Avevano 18 anni, quei ragazzi, e non sapevano niente di cose di guerra. Non erano soldati, non avevano nessuna disciplina militare. Erano i peggiori soldati del mondo, quando la guerra scoppiò. Ma in due anni, erano i migliori del mondo. E c’è una ragione, per questo: avevano una mente aperta. […] Era la prima cosa che facevano, vedere i miei film. E quando li vedevano, sapevano cosa fare, perché combattevano. Capivano che non era un gioco. Era vero”. Tutto Capra in poche righe.

Frank Capra e James Stewart
L’America di Roosevelt parlava alla mente e al cuore di soldati e popolo con la voce di alcuni dei suoi nomi più belli. E avrebbe continuato a farlo con l’impegno di un altro grande: John Ford (“La battaglia delle Midway” e “This is Korea”), mentre Alfred Hitchcock, non ancora americano, girava in Inghilterra “Bon voyage” e “Avventure Malgasce”, con un gruppo di attori francesi sfuggiti all’occupazione. Aveva fatto tutto lui Chaplin, nel ’41, con “The Dictator” (“Il grande dittatore”). Ma questo è un altro discorso.
Job’s act
E’ difficile immaginare una torsione di questo “Why we fight” peggiore del “Perché combattiamo” di Netanyahu (“finire il lavoro”: the job). Come dell’America di Trump rispetto a quella di Roosevelt. Ma è a questa America, suo unico vero alleato, che il discorso del primo ministro israeliano era rivolto. Una predicazione ai convertiti, molti dei quali hanno rilanciato il “QR-code” sui loro siti e giornali (in Italia lo ha fatto “Il Giornale”, in testa all’editoriale di Alessandro Sallusti), tutti con il rituale “warning” ai bambini e alle “persone sensibili” (per quelle insensibili non c’è problema). Per tutti gli altri, i non convertiti, quel “QR code” era una provocazione cosciente. Quasi uno sputo. Se il “Why we fight” rooseveltiano parlava alla mente e al cuore degli uomini – “sensibili” e bambini compresi – quello di Netanyahu puntava al bersaglio grosso, lo stomaco.
Credo di avere sufficiente fantasia per non aver bisogno di vederlo. D’altronde, nell’assenza di immagini pubblicate, i racconti sui social dei pasdaran pro-Bibi si erano già infittiti di particolari splatter sul pogrom del 7 ottobre, come se l’insistenza su questo schifo potesse modificare il giudizio sul dopo (perché, se li avessero ammazzati a fucilate sarebbe cambiato qualcosa?). Lucia Annunziata, che pure aveva raccontato da Baghdad la guerra del Golfo, dice di averne provato turbamento, pur avendo avuto l’accortezza – precisa – di qualche ora di digiuno preventivo. Potrei cavarmela dicendo che ho ormai un’età e che le cose da guardare a stomaco vuoto non le guardavo da giovane, figurarsi adesso. Ma il mio è un rifiuto più radicale. Mi offende l’idea che qualcuno pensi di convincermi dell’infamia di un pogrom facendomi vomitare. Mi offendono i “guarda e impara” sui social. La ripugnanza come viatico alla consapevolezza. Tutto quello che serve alla conoscenza della Shoah, sui suoi annessi e connessi, per chi se ne è nutrito per una vita pescando da una fluviale narrativa storica e letteraria, è nella mezz’ora di “Notte e nebbia” (1956), di Resnais, “il film più nobile e necessario mai realizzato” (François Truffaut), e in tre o quattro libri. Il resto l’abbiamo letto e visto perché bello (o sperando che lo fosse), non per imparare. E magari un po’ di cose le abbiamo imparate, a dispetto dei tifosi del metodo Ludovico (“Arancia meccanica”).
Sentieri selvaggi
Da una vita non rivedevo “Sentieri Selvaggi” (“The searchers”), che a vent’anni mi era sembrato nobilmente razzista (e non lo è). Un film che inizia con una strage: una famiglia di coloni ebrei trucidata dai Comanche, che bruciano la casa e rapiscono le due bambine. La più grande, già una ragazza, sarà violata e uccisa più tardi; la bambina crescerà come una di loro, fino a quando, dopo una ricerca di cinque anni, lo zio Ethan (John Wayne) e il fratellastro “mezzosangue” Martin (Jeffrey Hunter) riusciranno a rintracciarla e riportarla a casa. Trucidare e sequestrare, il periodico ritorno del rimosso. E trucidare voleva dire “scotennare” (serve un disegnino, in mancanza di adeguato “QR code”?).

Immagine da “Sentieri Selvaggi”
Già, mica scherzavano quei pellirosse divisi in tribù, con i loro totem, le frecce, le penne in testa, i Manitù. (Mentre i valorosi soldati blu combattevano la loro battaglia di civiltà contro i selvaggi barbari e infami, a cui avevano preso la terra, bruciandone i villaggi, mozzando teste, violando millemila trattati, deportando, affamando, corrompendo.) Eppure, quanta dignità e coscienza del giusto in questo grande film, dove nulla che offenda i corpi e l’umanesimo integrale del suo autore viene mostrato, e il naturale spirito di vendetta dei due “searchers” (il vecchio e il giovane) si stempera, durante il lungo viaggio attraverso gli anni e le stagioni fra gli stupendi paesaggi del Texas, in quella “pietà che non cede al rancore” del ladrone buono di Fabrizio De André.
Vale la pena chiedersi se conviene, a Netanyahu, rivolgersi all’America di Trump e del generale Custer, al suo storico “job’s act”, sulla sostanza genocida del quale nessuno ha mai avuto dubbi. Ma si sa, come la pornografia è l’erotismo degli altri, anche le guerre genocidarie sono quelle degli altri. L’America, nata da un indiscutibile genocidio, l’ha epicizzato come “nascita di una Nazione” e se ne porta dietro benissimo la coscienza, come vediamo, da duecento e passa anni. Ma può uno stato come Israele sopravvivere a un sospetto – per toccarla piano, anch’io ho dei dubbi – di genocidio senza avvelenare alla radice le ragioni della sua stessa nascita, con quel che di sacro hanno (o hanno avuto?) per il mondo in cui la Shoah è maturata e in cui è stata perpetrata? Può, Israele, lasciare agli ebrei della diaspora e a qualche grande e disperato intellettuale il compito svolto in America da presidenti come Roosevelt e giganti come John Ford e metabolizzato, sia pure a fatica e rischio di inaridirsi, da gran parte della coscienza americana? Benjamin Netanyahu è un cane che minge (mettiamola così, per non fare arrabbiare Zuckerberg) sulle radici dell’ebraismo, e purtroppo la maggioranza della componente ebraica di Israele sembra seguirlo in questa determinazione a “finire il lavoro”.
“La voce di Hind Rajab”

La storia è nota e risale al 29 gennaio 2024, terzo mese di guerra. I telefoni della Mezzaluna Rossa (la Croce Rossa araba) di Ramallah ricevono la telefonata di una ragazza, Liyan Hamada. Parla da un’auto presa di mira da un carro armato israeliano. Dentro l’auto l’intera famiglia Hamada – padre, madre e tre figli – è morta, crivellata da un numero spropositato di pallottole. In macchina oltre a lei, ferita, c’è la cuginetta Hind Rajab, illesa. Un’ulteriore raffica e addio Liyan. Nascosta fra i corpi dei familiari uccisi c’è ora solo la piccola Hind, cinque anni, che prende il telefono e parla con i soccorsi. Per qualche ora il carro armato, vicinissimo, tace. La bimba parla piano, si cerca un’ambulanza libera, che è lì vicino ma rischia di venire colpita anch’essa. Occorre un via libera, un’autorizzazione, che non arriva. Quando arriva, anche l’ambulanza, nonostante le garanzie, viene colpita. La bambina è sola. Dal carro armato scorgono nell’auto un segno di vita. Un’ultima scarica ed è finita. Adesso può essere distrutta.

Carcassa dell’auto sventrata dai proiettili
Tecnicamente, “La voce di Hind Rajab” è uno di quei film che iniziano e si concludono al telefono, fra qualcuno che parla e qualcuno di cui sentiamo solo la voce. Ciò che lo rende diverso è il fatto che la voce è quella vera della bambina: le immagini digitalizzate dei file audio si inseriscono nella narrazione come unica evasione visiva da quell’ufficio in cui si consuma il dramma dei soccorritori, impotenti a soccorrerla, e della bambina, che vede l’ambulanza colpita ed è sola. Una bambina che vede il carro armato vicinissimo e chiede che vengano a prenderla, ma come tutte le bambine di questo mondo, neanche semisepolta dai corpi insanguinati dei familiari, vede la morte (o ne ha vista troppa). Ci vorrebbe forse il genio di un Benigni al telefono, ma è una parola. I bravissimi attori/operatori, sono gente normale, alle prese con un impegno impossibile e straziante: interloquire, soffrire e disperatamente fallire senza poter muovere un dito.

Immagine da “Alle soglie della vita” di I. Bergman
“La voce di Hind Rajab” è uno di quei film che i festival premiano talvolta con un riconoscimento collettivo al cast: le quattro interpreti di “Alle soglie della vita” di Bergman (1958, Cannes), i quattro di “Streamers” di Altman (Venezia, 1983). Non so se questo fosse possibile, oggi che i regolamenti sono cambiati, né se l’ipotesi sia circolata in giuria, ma non sarebbe stato un errore. Cinque attori bravissimi, chiusi in due stanze come le dita di un pugno, e se al protagonista principale sfugge in un paio di circostanze la frizione è la regista, senza parere, a mostrare quanto vale. Da citare tutti, con i loro nomi per noi complicati, uno dopo l’altro: Motaz Malhees, 33 anni, in primo piano nella foto, l’ambasciatore del gruppo alle varie presentazioni del film, palestinese di Cisgiordania, già impegnato in varie parti del mondo; Saja al-Kilani, 29 anni, la “suora”, giordana con passaporto canadese; Clara Khuri, 48 anni, a destra nella foto, la decana del gruppo, palestinese israeliana, marito americano, già “Sposa siriana” in quel bel film; Amer Hlehel, il coordinatore, palestinese israeliano, attore teatrale, assente dalla foto.

Kaouther Ben Hania alza il Leone d’Argento vinto con il suo film
Trentacinque nomi alla produzione, franco-tunisina-inglese-americana, un mondo. Il mondo. Da Brad Pitt a Jonathan Glazer, da Alfonso Cuaròn a Joaquin Phoenix. C’è anche un Moratti (Gabriele, figlio di Letizia, nipote di Massimo)
Nell’imbarazzo per il peso politico che avrebbe avuto un Leone d’Oro, la giuria ha optato per un bellissimo Leone d’argento. Jim Jarmush è un piccolo grande americano, beniamino dei festival e della critica, ma nessuno fra i critici di ogni orientamento presenti al Lido aveva pensato al suo film per questo Leone. Ma sono cose che capitano con le giurie dei festival.
A dispetto di chi l’ha definito un film non giudicabile, i tanti che l’hanno fatto non hanno solo espresso commozione. Nel plauso generale, non sono mancate le obiezioni linguistiche e tecniche. Non è mancata qualche clamorosa stupidaggine, su cui è bello sorvolare. Per mio conto, “La voce di Hind Rajab” è un gran bel film, con una regia densa e controllata, tutta addosso ai suoi ottimi interpreti, abbigliati con occhio poco islamico; a parte Rana, il bellissimo volto della foto di testa. Anche questo è un punto lodevole di fuga dal realismo spicciolo. Qualcuno (Valerio Caprara) ha parlato di “pornografia del dolore”, per il ricorso alle registrazioni autentiche della voce della bambina. Ma quei file audio visualizzati interagiscono con le voci e l’interpretazione degli attori come in un artificio dichiarato. Un momento di quel “fare cinema” politico che ha marcato tanta parte degli ultimi sessant’anni. Buona scuola, di libera osservanza godardiana, meno “straniata”, ancor meno “epica”, più moderna. Il rapporto fra la base documentaria, astratta e concreta nello stesso tempo, e il lavoro degli attori è grande cinema del reale. Fra teatro di posa (in Tunisia) e “finestra sul mondo”. Compreso quel mondo che appare dallo schermo lattiginoso di un computer. Soprattutto quello.
“Che mondo sarà se ha bisogno di chiamare Superman” (Lucio Dalla , “Fumetto”)

Un bimbo palestinese con il mantello di Superman fra le macerie di Gaza
Questa foto è del novembre scorso. Difficile dire se sia vera o costruita; è abbastanza probabile che sia finta. Però è bella. Me l’ha segnalata qualche giorno fa un amico, Ugo Caruso, accompagnandola con un bellissimo post, cui cedo volentieri la conclusione di questo articolo.
Ugo è una singolare figura di curioso, nel senso che dava a questa parola François Truffaut in “Jules e Jim”: ex critico cinematografico, televisivo, musicale (rock e cantautori italiani in particolare), “fumettologo” e via dicendo. “Massmediofilo”. La foto mostra un bambino palestinese che si aggira fra le macerie di Gaza “avvolto nel suo mantello da Superman, cercando di tenere in vita i suoi sogni d’infanzia nonostante un presente così drammatico e un futuro a dir poco incerto”.
Sono più vecchio di Ugo e non posso dire di aver avuto Superman fra i miei beniamini, ma conosco quel sentimento e la foto di quel bambino, stretto nella tenaglia fra due nazionalismi, due integralismi religiosi, fra attacchi nel nome di Allah e ritorsioni dai nomi biblici, parla anche a me. “Che mondo sarà se ha bisogno di chiamare Superman?” cantava Lucio Dalla in “Fumetto”.
A colpirmi, dice Ugo, sono due incongruenze. E qui, cedo la parola al “fumettologo”.
“La prima riguarda il culto di Superman che a quel bimbo arriva direttamente dall’America, dalla cultura pop di cui il capostipite dei supereroi è un caposaldo da oltre ottanta anni. L’altra, ancora più curiosa e, se vogliamo, beffarda, è che Superman discende in linea diretta dalla tradizione culturale ebraica. Il personaggio ideato da Joe Shuster e Jerry Siegel (entrambi di famiglia ebraica) è per certi versi la trasposizione nel fumetto del mito del Golem. Chi vuole può leggere in proposito il magnifico romanzo “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay” di Michael Chabon.
L’arrivo sulla Terra di Superman allude alle tante migrazioni cui sono stati costretti nei secoli gli israeliti. La distruzione del pianeta Krypton rimanda all’esodo degli ebrei e il nome originario kryptoniano di Superman è Kal-El; come quello di suo padre, profeta saggio ma inascoltato, è Jor-El, chiaramente di ascendenza e assonanza ebraica.
Ma altri autori della “DC Comics” sono di origine israelita e ciò si riflette sui superpoteri dei loro personaggi. D’altronde, anche i supereroi del loro storico rivale editoriale, il “Marvel Comics Group”, impostosi negli anni ’60, la Silver Age dei comic books americani, tradiscono la loro matrice riconducibile alle leggende e alla letteratura biblica. Ed infatti i suoi principali autori, Stan Lee e Jack Kirby, dietro i loro cognomi apparentemente wasp o di origine celta, si chiamano in realtà Stanley Martin Lieber e Jakob Kurtzberg.
Nulla dunque è più ebreo di Superman e dei supereroi e nulla, come dimostra la predilezione dell’ignaro bambino palestinese della foto, è più pretestuoso, insensato e rovinoso dell’odio di origine religiosa“.
Saranno incongruenze, ma a me me fanno vola’ , come dicono i nostri figli.