Donald Trump ha guadagnato oltre un miliardo di dollari dalle criptovalute in un solo anno. È più di quanto abbia mai ricavato da una singola proprietà in tutta la sua lunga carriera immobiliare. La cifra, però, è quasi secondaria. Ciò che conta è il metodo. Trump ha dimostrato che una carica pubblica può generare ricchezza personale attraverso strumenti finanziari legali. Niente conti offshore, niente pagamenti occulti. Solo token legati alle politiche di governo – usando proprio quella tecnologia che avrebbe dovuto rendere impossibili simili intrecci.
Le criptovalute sono state concepite come denaro virtuale senza guardiani ai cancelli. Avrebbero potuto diventare la base di una democrazia digitale. Nella pratica, producono nuove forme di centralizzazione e finiscono per rafforzare l’autoritarismo, trasformando le politiche in prodotti e gli esiti giudiziari in asset negoziabili.
Ad aprile, il fondo sovrano di Abu Dhabi ha investito 2 miliardi di dollari in USD1, un “dollaro digitale” creato dalla società cripto della famiglia Trump. Questa valuta è progettata per restare stabile perché agganciata ai titoli del Tesoro statunitense. I rendimenti arrivano proprio da quei bond. Sulla base dei rendimenti tipici delle stablecoin, la quota di Trump potrebbe arrivare a 80 milioni di dollari all’anno. Uno schema affascinante nella sua semplicità, dentro una nuova economia politica in cui la corruzione non ha più bisogno di nascondersi. Le basta rinominarsi “investimento”.
Pochi giorni dopo, gli Stati Uniti hanno approvato licenze di esportazione che permettono agli Emirati di importare ogni anno mezzo milione di chip AI Nvidia. Le autorità per la sicurezza nazionale hanno espresso timori per una possibile riesportazione verso la Cina. In un’altra epoca, sarebbe stato uno scandalo potenzialmente fatale. Oggi rientra nella normale contrattazione politica. I capitali stranieri entrano. Le concessioni politiche escono. La cripto rende tutto visibile: le transazioni sono registrate su registri pubblici che chiunque può controllare. Legali. Tracciabili. Normalizzate.
Il “gioco a somma positiva” di Trump non si è fermato ai governi: ha coinvolto anche il capitale privato. A ottobre, Trump ha concesso la grazia a Changpeng Zhao, fondatore di Binance, il più grande exchange di criptovalute al mondo. Era stato condannato pochi mesi prima per violazione delle norme antiriciclaggio americane. Nel 2023 Zhao si era dichiarato colpevole in un accordo che prevedeva le dimissioni e una multa da 4,3 miliardi di dollari: una delle sanzioni societarie più alte della storia.
I 2 miliardi degli Emirati sono passati proprio attraverso Binance, rendendo la piattaforma un anello essenziale nell’architettura costruita da Trump. Due terzi di USD1 girano sulla blockchain di Binance. L’exchange incassa commissioni su ogni transazione. Il volume di scambio giornaliero di USD1 arriva a centinaia di milioni di dollari. Ogni trade genera una commissione per la piattaforma di Zhao. Trump guadagna. Zhao guadagna. Gli Emirati ottengono l’accesso ai chip. Un perfetto “win-win-win”.
Con la grazia a Zhao, Trump ha fatto molto di più che intervenire su un dossier regolatorio. Ha esteso la clemenza al fondatore di una piattaforma strettamente legata a un’operazione che favorisce finanziariamente il progetto cripto della sua famiglia. La Casa Bianca ha presentato la decisione come una “correzione di rotta” dopo un eccesso repressivo dell’amministrazione precedente. Gli investitori hanno colto un altro messaggio: gli esiti giudiziari diventano sempre più negoziabili quando i tuoi token sono legati al potere politico.
La corruzione tradizionale è sottile, indiretta, negabile. Un senatore possiede alcune azioni, favorisce un settore, i prezzi salgono. Si può sempre invocare la coincidenza.
La corruzione in versione cripto è diretta, tracciabile, dichiarata. Il presidente possiede il token. I governi stranieri lo comprano. Le politiche cambiano. Tutti possono vedere la transazione. Gli esiti legali si trasformano in una variabile del modello di business. La regolamentazione comincia a somigliare a una fonte di ricavo.
Il punto, però, non è il carattere di un singolo uomo. È la struttura del sistema. Trump non ha inventato questo meccanismo. Lo ha semplicemente adattato. Le criptovalute avevano promesso di distribuire il potere. In realtà, proprietà e influenza possono concentrarsi in poche mani a livelli che ricordano schemi premoderni. Secondo i dati pubblici delle blockchain nel 2025, il 2 per cento dei possessori di Bitcoin controlla il 95 per cento dell’offerta. Una concentrazione di ricchezza più vicina all’Inghilterra feudale del XIII secolo, alla Russia zarista o agli imperi coloniali che a qualsiasi idea di economia digitale del futuro.
Per elettori e investitori, non è un dibattito astratto. Quando token e politiche si intrecciano, l’enforcement diventa prociclico: grazie, licenze di esportazione e “correzioni di rotta” regolatorie muovono i prezzi più dei fondamentali. I mercati scivolano verso una logica di patronato, e l’onda d’urto investe risparmi, pensioni e perfino le politiche di sicurezza finanziate con le tasse.
Per affrontare seriamente questa nuova realtà, bisogna riconoscere che la cripto sta costruendo un sistema finanziario alternativo. Non scomparirà. Sta già ridisegnando le economie globali e richiede meccanismi innovativi per evitare la cattura autoritaria. Senza interventi, la sua architettura rischia di cristallizzare una nuova forma di dominio delle élite. La tecnologia digitale finirebbe per mascherare l’autoritarismo invece di smascherarlo.
Un passo fondamentale sarebbe separare in modo netto il potere politico dal profitto personale. Molti Paesi vietano ai funzionari eletti di gestire aziende o accettare doni dall’estero. Gli Stati Uniti dovrebbero applicare lo stesso principio agli asset digitali legati a entità straniere. I politici e i loro familiari più stretti dovrebbero essere formalmente esclusi dal possesso o dal beneficio di questi strumenti.
L’enforcement potrebbe sfruttare la stessa tecnologia. I contratti intelligenti – in sostanza programmi informatici che eseguono automaticamente determinate regole – potrebbero segnalare e congelare gli asset non conformi. Il rispetto delle norme non sarebbe opzionale: verrebbe codificato nell’infrastruttura stessa. Su questa base, si potrebbero introdurre audit digitali annuali per tutti i funzionari pubblici – dal consigliere comunale al presidente – con verifiche indipendenti e obbligo di rendere pubbliche le proprie posizioni e transazioni in valute digitali. La logica è semplice: trasformare l’opacità in accountability e scoraggiare le alleanze occulte prima che prendano forma.
A differenza delle operazioni immobiliari, gli schemi cripto non richiedono permessi di costruzione, piani regolatori o fascicoli cartacei. Servono solo potere politico e un indirizzo di wallet. Se riprogettiamo questi sistemi mettendo la vigilanza al centro, la moneta digitale potrebbe ancora avvicinarsi alla promessa originaria. Ma il tempo stringe – e il prossimo leader sta già prendendo appunti.


