La COP30- la 30 Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC) tenuta a Belem, in Brasile, dal 10 al 22 novembre 2025- si è da poco conclusa ed è già scomparsa dal dibattito pubblico. Nonostante la grande massa di partecipanti- circa 50 mila persone tra delegati di 193 paesi, invitati, attivisti, esperti, addetti ai lavori, giornalisti (2.300 accreditati) e lobbisti (1.602 quelli del mondo dell’energia fossile) – sui media se ne è parlato poco, persino durante lo svolgimento. Se dal punto di vista mediatico non è stato certo un successo, non è andata molto meglio per quanto riguarda gli obiettivi attesi che sottovalutavano il contesto internazionale a cornice dell’evento.

Belem dieci anni dopo Parigi

La Cop – che evoca la cooperazione mondiale finalizzata al contenimento della temperatura globale e le politiche dei singoli Stati aderenti per contrastare i cambiamenti climatici e i target di ciascun Paese in uno spirito di multilateralismo, universalismo e solidarismo – si è svolta, nel decimo anniversario degli Accordi di Parigi, in uno scenario di profondo ripiegamento nazionalistico, intriso di motivazioni identitarie, profondamente diverso da quello di allora. A Washington c’era Barack Obama, che esercitava la leadership globale con la convinzione che non ci fosse “sfida che ponga una minaccia più grande alle generazioni future del cambiamento climatico”; in Europa c’erano Francois Hollande e Angela Merkel. Oggi gli Usa, tra i principali emettitori per Pil pro capite, negano l’emergenza climatica e ritirano l’adesione a quel Trattato, boicottando la COP, lanciando un messaggio devastante sul percorso del necessario cambiamento energetico dei processi economici, ritrovandosi in compagnia (capolavoro diplomatico trumpiano) del ristretto gruppo di paesi che non hanno ratificato l’Accordo parigino composto da Eritrea, Iran, Iraq, Libia, Yemen e Sud Sudan, mentre in Europa, e in Italia, e in molti altri paesi del mondo, si allentano i vincoli e si allungano i tempi di adeguamento agli steps ambientali. Inoltre, l’ente Organizzatore- l’Onu- esprime una leadership che appare sempre più debole (irrilevante da anni nei principali teatri di guerre e/o conflitti), in presenza di   forti attacchi al multilateralismo e di crescenti tensioni geopolitiche est ovest e nord sud. In questo quadro, si registra il rafforzamento di blocchi di paesi come i Brics, sbilanciati sulla protezione delle politiche di sviluppo delle rispettive economie alimentate da fonti altamente inquinanti, e il consolidarsi di alleanze regionali come quella dello SCO in Asia. In aggiunta, si è fatta sentire l’assenza dei leader dei più importanti paesi inquinatori, come Russia, Cina e India, responsabili del 50% delle emissioni complessive, in un mondo che sostiene- ancora oggi- la domanda di energia in continua crescita per oltre l’85% con le fonti fossili. Da Belem rimbalza il paradosso di un paese- la Cina- principale emettitore climalterante, in quanto produttore e consumatore di carbone e carburanti, che è candidato di fatto a paese leader delle tecnologie pulite e a guida della transizione verde, mentre l’UE appare divisa e in fase di ripiegamento sul Green Deal, declinato nel frattempo in Clean Deal, per bilanciare maggiormente la transizione con le esigenze di sostenibilità.

A fronte di ciò, se da un lato era abbastanza evidente che le guerre in Ucraina e a Gaza, unitamente alle tensioni geo politiche globali, avrebbero contribuito a relegare l’evento in secondo piano, dall’altro si è registrata una effettiva minore attenzione/mobilitazione per il tema dei cambiamenti climatici, con gli stessi grandi protagonisti dell’ambientalismo un po’ in sordina e un po’ in dissenso con la formula Cop. In una fase complessa come quella illustrata, riteniamo che tenere alta l’attenzione sui temi ambientali e sulla sostenibilità sia una priorità per il futuro delle nostre società, per le democrazie, per la solidarietà intergenerazionale e per contrastare la deriva populistica e nazionalistica.

Multilateralismo, giustizia e finanza climatica

Tutti gli elementi descritti hanno condizionato il confronto delle Parti a Belem. Solo i grandi sforzi della delegazione brasiliana, con l’atto finale della Cop 30, il “Global Mutirao”, hanno evitato pericolosi passi indietro in quella che era stata definita la “Cop della verità”. La verità è che le resistenze al cambiamento si sono rivelate ben più strutturate e radicate in ogni angolo di mondo.

In assenza di un roadmap cogente, quindi, la Cop30 ha elaborato- in chiave  multilaterale- in relazione ai diversi dossier, una serie di misure e strumenti di giustizia climatica finalizzati comunque a sollecitare, supportare e monitorare i progressi auspicati come: l’acceleratore di implementazione globale (un sistema capace di selezionare/privilegiare le azioni più mirate per efficienza e rapidità nel percorso di mitigazione climatico, con sostegno economico ai paesi in via sviluppo); la triplicazione dei finanziamenti (per aiutare le popolazioni e i territori più vulnerabili);il meccanismo per una transizione globale giusta (per garantire che la transizione nei diversi paesi sia equa); gli indicatori volontari (atti ad effettuare misurazioni obiettive dei progressi ottenuti dai singoli paesi nel contrasto ai cambiamenti); il TIP, programma di implementazione tecnologica (per favorire l’adozione di adeguate misure tecnologiche nei paesi in via di sviluppo); nei settori più sensibili  dei trasporti, dell’energia e dell’industria viene indicata la via dello sviluppo delle rinnovabili,  dell’efficienza energetica, dell’elettrico e di combustibili sostenibili come idrogeno e biocarburanti per perseguire la graduale decarbonizzazione; format di confronti su commercio internazionali, finanza climatica e trasferimenti di risorse dai paesi ricchi, focus sul ruolo delle città nella transizione e degli Stati e dei comuni a sostegno delle politiche pubbliche per la sostenibilità. L’UE dal canto suo ha riaffermato la necessità di contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C e presentato NDC (Nationally Determined Contributions) per la riduzione di gas serra del 55% entro il 2030, del 90% entro il 2040, per raggiungere la neutralità climatica nel 2050, confermando l’impegno finanziario a favore dei paesi più bisognosi. Il rischio è che, con gli Usa defilati e gli altri principali Paesi in posizione critica, l’UE resti il principale finanziatore del sud globale per le politiche d’impatto sociale derivanti dal passaggio accelerato alle fonti di energia pulita. Una posizione che in rapporto alle responsabilità emissive, appena il 6% del totale, potrebbe essere- considerate le difficoltà e le dinamiche politiche in atto nel vecchio continente – difficile sostenere anche nel breve medio termine.

A voler dare una valutazione unidirezionale all’approdo finale, dopo che nella precedente Cop tenuta a Dubai era stata chiaramente indicata nei combustibili fossili la causa del riscaldamento globale, Belem non fa ulteriori e conseguenti passi in avanti. Ma, dal nostro punto di vista, sarebbe riduttivo giudicare il complesso lavoro della Cop in relazione ad unico risultato, per quanto importante e significativo esso sia. A guardare con il realismo della concretezza, a fronte dell’attuale atlante geopolitico, occorre apprezzare il risultato di tenuta e di elaborazione di un pacchetto significativo di decisioni (come il Belem Action Mechanism che prevede interventi a favore dei paesi più esposti) atte a consolidare la transition away, rafforzando i processi e gli strumenti di inclusione e sostenibilità.

Da Belem nuove architetture diplomatiche

Se la Cop, dunque, manca di “implementare” le tappe per l’eliminazione graduale delle energie fossili, allo stesso tempo elabora un messaggio importante, riaffermando il multilateralismo al centro dell’iniziativa pro ambiente, con il possibile delinearsi di nuove strategie diplomatiche incentrate sulle esigenze interrogate dai cambiamenti climatici, aprendo scenari dove l’UE- non a caso sotto attacco da parte del vecchio mondo bipolare, USA e Russia- potrebbe svolgere un ruolo di riferimento  e di leadership.

Non c’era, dunque, realisticamente da attendersi molto di più ed anzi può considerarsi un buon risultato l’incremento del budget ambientale e la messa a punto di strumenti idonei al monitoraggio e all’incremento delle azioni verso la riduzione delle emissioni, oltre ad iniziative volontarie sostenute da una larga base di paesi partecipanti (88, ma non l’Italia) di procedere in modo più incisivo sullaroadmap verso il phase out.

Certo il quadro d’insieme non volgeva per un’accelerazione e le tensioni economiche scatenate dalla improvvida e controproducente iniziativa americana sui dazi hanno contribuito a generare preoccupazioni sul futuro, proiettando in primo piano la dimensione sostenibile e la necessità degli Stati di difendere il potere d’acquisto dei propri cittadini e i livelli di sviluppo delle proprie economie, togliendo ossigeno alle politiche ambientaliste più favorevoli alla transizione energetica  e all’abbandono delle fonti inquinanti.

In simili condizioni, con tutte le valutazioni del caso sui meccanismi di funzionamento della macchina delle COP, che sembrerebbe- anche in relazione alle esigenze del multilateralismo- troppo appesantita di temi e protagonisti, consolidare le posizioni può considerarsi già un buon risultato. Questo suggerisce, come indicato dal “Global Mutirao”, che occorre una grande mobilitazione per far crescere la partecipazione democratica ai processi di mitigazione del clima e, riteniamo,  più in generale dell’Agenda 2030, prosciugando lo spazio demagogico della narrazione negazionista che in buona parte fa rima con nazionalista, facendo lievitare la pressione delle opinioni pubbliche verso una maggiore consapevolezza dei rischi legati ai cambiamenti climatici che corrono- ai ritmi attuali- già oltre le soglie che la scienza definisce insostenibili.