Gran Chaco, una immensa pianura, teatro di tante storie.

Chaco, lo ricorderete, è una parola quechua che significa terreno di caccia. Il suolo altamente salino, perché nel Mesozoico era il fondo di un mare, lo rende più adatto all’attività venatoria che all’agricoltura. 24 etnie o popoli di cacciatori e raccoglitori di frutti selvatici resistono all’avanzata della modernizzazione in piccole comunità. Gli Ayoreo, valorosi guerrieri e cacciatori di giaguari sono uno di questi 24 popoli. Ancora oggi vivono in una vasta area a cavallo tra Bolivia e Paraguay. Piccoli gruppi sono ancora incottattati e rifiutano ogni rapporto con l’uomo bianco.

Nel giugno del 2015 mi aggiravo tra gli stand della Fiera Internazionale del libro di Asuncion. Un grido rauco e potente come un ruggito da far accapponare la pelle proveniva da un capannello. Mi feci spazio tra gli spettatori di quella rappresentazione improvvisata e lo vidi. Zigomi alti e pronunciati, occhi brillanti di una luce ferina, in testa un turbante di pelle di giaguaro, sulle spalle un collare di penne bianche e in mano un bastone che spingeva in avanti, come una lancia, per trafiggere una fiera immaginaria.

“Chi è?” chiesi ad uno degli intervenuti.

Mi indicarono un tavolo sul quale erano ammonticchiati dei libri. Ne presi uno. Sulla sinistra della copertina il ritratto fotografico dell’uomo che stava rappresentando la lotta con il giaguaro. Proprio lui, solo più giovane. Sulla destra il titolo “Cattura del Ayoreo Josè Iquebi”. Autori: Deisy Amarilla, una antropologa paraguaiana, mia vecchia conoscenza, e lo stesso Josè Iquebi Posoraja

Ne comperai una copia, tornai a casa, mi feci un buon caffè e mi immersi nella lettura.

José Iquebi Posoraja , foto Luis Vera 2008

José Iquebi Posoraja , foto Luis Vera 2008

  1. Degli Ayoreo, disseminati nelle foreste tra il centro nord del Paraguay e la parte orientale della Bolivia si sapeva ben poco. Si diceva che i loro piedi fossero privi di dita. In realtà calzavano sandali di legno rettangolari e lasciavano orme simmetriche dalle quali non era possibile dedurre il loro senso di marcia. Un trucco per disorientare eventuali inseguitori. Erano nomadi, orgogliosi della loro identità e si opponevano con le armi all’avanzata dei bianchi. Erano temuti e combattuti come animali selvatici. I soldati che abbattevano un Ayoreo venivano premiati con il congedo dal servizio militare.

Anni 50. I gesuiti tentarono di raccogliere gli Ayoreo in una missione situata nella parte nord orientale del Paraguay ma l’esperimento fallì nel giro di pochi anni e gli indigeni, insofferenti a qualsiasi disciplina, tornarono nella foresta.

La Cattura

  1. Iquebi, un adolescente Ayoreo di 12 o 13 anni, si aggirava nella boscaglia con la sua famiglia alla ricerca di cibo ad alcune decine di chilometri da Bahia Negra (Nord del Paraguay). Si erano sparpagliati per esaminare il suolo alla ricerca di tracce di animali. “Iquebi, guarda qui!” Un amico più grandicello indicava un’orma lasciata nel suolo ancora molle per una recente pioggia. Era, evidentemente, l’impronta di un maiale selvatico, un’abbondante e succulento pasto per tutta la famiglia. I due si precipitarono a seguire le tracce e si allontanarono dagli altri. “Improvvisamente – racconta Iquebi – udimmo un rumore tremendo, che non avevo mai sentito prima ed apparvero quattro esseri in groppa a giganteschi animali che non avevo mai visto prima. Mi tirarono un lazo, era fatto di corda (allora non sapevo cosa fosse una corda, ora lo so…) mi tenevano legato, mi portarono in un luogo lontano e mi rinchiusero in una angusta prigione. Pensavo a mia madre e piangevo, piangevo molto. Pensavo che mi avrebbero ucciso” Iniziò un trasferimento verso Bahia Negra, porto fluviale sul rio Paraguay. I bianchi offrivano il loro cibo al giovane indigeno ma lui non mangiava perché non aveva mai visto quello che gli veniva dato. Accettava solo acqua e ci vollero parecchi giorni perché i morsi della fame lo convincessero a superare la sua diffidenza e ad addentare una galletta. In un’estancia, dove avevano fatto tappa, gli fecero una foto e lui si spaventò a morte perché : “da quella cosa usciva una luce fortissima” A Bahia negra lo slegarono per metterlo in una gabbia alta solo un metro. : “Mi ammalai, avevo mal di testa, febbre e tosse: cose che non avevo mai conosciuto prima… mi vestirono con una divisa di marinaio che mi andava molto grande “ A Bahia Negra imbarcarono la gabbia per un viaggio di 2 settimane verso Asuncion. “…credevo che la barca fosse una casa che galleggiava … e che camminava da sola e questo mi atterriva… La barca si fermava e ogni volta la gente saliva a bordo per vedermi. Ero spaventato perché non avevo mai visto prima persone vestite. Credo che quelli della barca guadagnavano molti soldi mostrarmi nella mia gabbia…credevano che fossi un animale strano”
José Iquebi dopo la cattura

José Iquebi dopo la cattura

Un pendolare tra due mondi

Dopo 4 o 5 mesi che stavo con i bianchi iniziai a comprendere un poco della loro lingua; ma la tristezza non mi abbandonava, pensavo alla mia gente che era rimasta della foresta… Ad Asuncion Padre Dotto mi prese dai militari e mi portò a casa del sig. Abospino, il Presidente della Associazione Indigenista del Paraguay… iniziai a mangiare come i bianchi, non mi piaceva ma mangiavo. Mi davano carne, mandioca, patata e altre cose…mi trattavano bene…ricordo la prima volta che mi misero nella doccia pensavo fosse una cella e mi spaventai a morte quando l’acqua iniziò a cadere dall’alto. Poi, però mi piacque lavarmi e fare uso del sapone”. E poi, altre incredibili esperienze. “La prima volta che mi portarono al cinema ad Asuncion vidi che si stavano combattendo e fuggii di corsa dalla sala perché pensavo che sarebbero usciti dallo schermo e mi avrebbero ucciso.”

Un poco alla volta Iquebi iniziò ad abituarsi alla sua nuova vita. Si spostò tra Asuncion. Filadelfia, Puerto Casado perché il suo spirito di nomade lo rendeva inadatto a vivere a lungo nello stesso luogo. Cambiò 5 mogli dalle quali ebbe vari figli ma la loro unione terminò, quasi sempre perché lui veniva abbandonato per un altro sposo. Alla fine trovò una sistemazione con Celestina e Marianita che, dice, “sono uguali per me e non sono gelose l’una dell’altra”.

Visse anche a Maria Auxiliadora, una località situata sulle rive del rio Paraguay, vicino alla cittadina paraguaiana di Carmelo Peralta ove Iquebi si era recato in cerca di lavoro e dove “…mi piaceva molto vivere. C’era molto da mangiare”. Qui svolse funzioni di “interprete linguistico e culturale.” A Maria Auxiliadora i salesiani avevano acquistato, nel 1963, una proprietà di 20.000 ettari ove trovarono collocazione Ayoreo cacciati dalle loro terre dall’avanzata del mondo dei bianchi.

Nel 1976, 20 anni dopo la sua cattura, Iquebi riuscì a tornare nella comunità d’origine. Suo padre era morto ma la madre, suo fratello e tanti parenti erano ancora in vita e l’incontro fu molto commovente: Piangemmo abbracciati e poi tutti cantavano in mio omaggio.” Iquebi dovette riabituarsi a vivere e a nutrirsi in un modo che aveva dovuto abbandonare per tanti anni “…mi insegnarono di nuovo come sopravvivere nella selva”, ma non fu difficile perché: “sono sempre Ayoreo, anche se ho appreso cose da loro (i bianchi)…e noi Ayoreo siamo interessati a rivitalizzare le nostre credenze e le nostre consuetudini… quando mi trovo ad Asuncion mangio a tavola con le posate e quando sto nella mia comunità, con le mani. ”

La storia di Iquebi, iniziata in modo drammatico, all’insegna della confrontazione e della incomprensione tra il mondo dei bianchi e quello degli Ayoreo, ha registrato uno sviluppo incoraggiante.

Nel 2.000 il parlamento paraguaiano ha deliberato un provvedimento straordinario che non era facile prevedere 44 anni prima, quando il governo di Stroessner autorizzava la caccia agli Ayoreo e il protagonista di questa storia era imprigionato in una gabbia come un animale. Ha attribuito ad Iquebi una pensione con assegno vitalizio per i meriti acquisiti nel facilitare il dialogo tra due culture.

Nel giugno 2017 di prima mattina mi trovavo a Bela Vista, al confine tra Paraguay e Brasile.

Ero frastornato dalla notte passata sui sedili dell’autobus della compagnia Cometa de Amambay, che mi aveva portato fin lì da Asuncion. Insieme a tre com­pagni di viaggio, chiaramente indigeni, presi posto in un pulmino diretto a Porto Murtinho, prospera cittadina del Mato Grosso do Sul, Brasile, situata sulla riva sinistra del rio Paraguay. Da lì sarebbe stato facile attraversare il fiume su di una lancia ed arrivare nei pressi di Carmelo Peralta in una loca­lità sede di comunità ayoreo, conosciuta come “La Punta” perché il fiume disegnava una stretta ansa che aveva la forma della punta di una freccia.

Cominciammo a chiacchierare. I miei compagni di viaggio erano simpati­ci e loquaci. Uno dei tre, il più autorevole, si esprimeva con una proprietà di linguaggio non comune. Doveva essere un capo. Ricordai di avere letto che, in molte etnie, il caci­que era tradizionalmente scelto, oltre che per le sue abilità di guerriero e cacciatore, per le sue capacità oratorie. Anche loro, mi disse, erano diretti a “La Punta”, perché dovevano incontrare un visitato­re molto importante. Si trattava di una donna e si chiamava Francesca. “Cari amici – gli dissi – temo di dovervi dare una delusione. Non incontrerete una bella signora, ma un vecchio barbuto. Non si chiama Francesca, di nome, ma La Francesca, di cognome!”. Guardarono il mio indice puntato sul mio petto, realizzarono l’equivoco, e si sbellicarono dalle risate. Fu un buon inizio. Il mio interlocutore si chiamava Oscar Boabi ed era uno dei 5 cachique di “la Punta”.

Ma perché mi trovavo su quel pulmino?

Pochi mesi prima, a Roma, avevo incontrato Josè Zanardini, colui che mi aveva messo sul cammino che mi avrebbe portato nel Chaco per incontrarmi con i discendenti dei suoi abitanti originari. “ Gherardo- mi aveva detto- Gli Ayoreo hanno saputo che avete costruito un piccolo Museo per gli Ishir a Karcha Bahlut. Anche loro vogliono un Museo Verde.” Un’ altra proposta che non si poteva rifiutare e adesso stavo andando a La Punta per vedere di dar forma a questro progetto.

Arrivammo a Porto Murtinho. Sulla riva del Paraguay era facile trovare una delle lancie di alluminio che, spinte da un fuoribordo, facevano la spola trasportando passeggeri per 15.000 guaranies, poco più di un paio di euro, sul lato paraguaiano dove gli Ayoreo avevano costruito le loro abitazioni di caranday, legno di palma.

Oscar Boabi mi condusse in uno spiazzo, antistante la piccola scuola elementare, dove i rappresentanti della comunità erano riuniti, seduti in cerchio come sono usi fare i Popoli del Gran Chaco, perché la forma circolare è a loro più congeniale di quelle quadrato o rettangolare.

“Qui vogliamo il nostro Museo, che ci aiuterà a recuperare la cultura dei nostri antenati perché, altrimenti, cosa faremo quando i nostri anziani ci averanno abbandonato?. Il museo che vogliamo non deve essere però fisicamente simile a quello di Karcha Bahlut, costruito con legno di palma. Deve essere in muratura per poter ospitare un computer ed una biblioteca al riparo da umidità e polvere. Un centro culturale, a disposizione degli studenti della scuola”.

Il Museo Verde Ayoreo

Il Museo Verde Ayoreo

Capii che la nostra idea di riprodurre l’ esperimento realizzato a Karcha Bahlut per gli Ishir non doveva essere di tipo fotocopia. Era importante la sostanza: uno strumento per facilitare la conservazione e valorizzazione delle culture indigene. Su come ralizzarla massima flessibilità. E, in effetti, ognuna delle 12 etnie che oggi fanno parte della rete del Museo Verde avrebbe interpretato questo concetto a modo suo.

Qualcuno si chiederà cosa c’entri la storia del Museo Verde Ayoreo con quella di Josè Iquebi Posoraya. Dopo la riunione rimasi a chiacchierare con Oscar e appresi due cose che ignoravo. La località di La Punta, vicino al paese di Carmelo Peralta, è nota anche con il nome di Maria Auxiliadora. Era quindi il luogo nel quale Josè Iquebi Posoraya aveva passato anni felici svolgendo funzioni di interprete linguistico e culturale.

Appresi anche il nome completo del cachique: Oscar Boabi Posoraja. Mi venne un dubbio e, come al solito, pensai di rivolgermi a Josè Zanardini. “Pronto Josè, scusa se ti disturbo: Oscar Boabi Posoraja e Iquebi Posoraja possono essere parenti?” “ Sono parenti clanici- fu la risposta- gli Ayoreo hanno nome, cognome e nome del clan. Posoraja è il nome di uno dei 7 clan Ayoreo”. Il cerchio era chiuso

Settembre 2019 Autorità, comunità di Maria Auxiliadora/La Punta, bambini della scuola inauguravano il Museo Verde degli Ayoreo. Un anziano con turbante di pelle di giaguaro brandiva un bastone come una lancia mimando la lotta contro il giaguaro.Come avevo visto fare  a Josè Iquebi 4 anni prima  alla fiera del libro di Asuncion

Celebrazioni per l’ inaugurazione del Museo Verde Ayoreo

Celebrazioni per l’ inaugurazione del Museo Verde Ayoreo