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    Home»Sviluppo sostenibile»Italia in coda nell’Europa che corre
    Sviluppo sostenibile

    Italia in coda nell’Europa che corre

    Nunzio IngiustoDi Nunzio IngiustoFebbraio 19, 20260 VisualizzazioniTempo lettura 4 min.
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    Nei libri di storia dell’energia, il 2025 sarà ricordato come l’anno del sorpasso: per la prima volta in Europa le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità dei combustibili fossili. Ma mentre il continente segna il traguardo del 48% di energia pulita, con eolico e solare a coprire il 30% della domanda, l’Italia- Paese del sole e del vento – è in coda. Potrebbe guidare la transizione verde, essere tra i Paesi di testa, mostrare capacità politica per uno sviluppo davvero sostenibile, invece è il “malato energetico” d’Europa. Resta schiavo di gas e petrolio e per questo è condannato alle bollette più care del continente. Autolesionismo è la parola più adatta a quello che stiamo per raccontare.

    Studi e analisi

    La recente analisi dell’European Electricity Review uno dei maggiori Centri studi sull’energia, non lascia spazio a interpretazioni: l’Italia è in controtendenza. I Paesi vicini blindano le proprie economie con l’energia pulita — più economica e sicura — mentre Roma continua a esporsi alla volatilità dei mercati fossili. Le tensioni geopolitiche e il ribaltamento di ruoli negli approvvigionamenti non lasciano traccia nelle decisioni politiche. Scegliere le rinnovabili come opzione strategica di lungo periodo non è più un vezzo ecologista, ma un imperativo di sopravvivenza. Pare, invece, che la pensiamo come Donald Trump, il più illustre anti green del mondo, laddove eolico e fotovoltaico garantiscono costi inferiori e indipendenza dagli shock geopolitici. Cos’è che non va ? Burocrazia, mala politica, sindrome da paesaggio, norme che si accavallano. Un’indolenza diffusa che alla fine ignora che l’inquinamento atmosferico, più in generale il cambiamento climatico, vede il Paese tra le aree più colpite e sofferenti d’Europa.

    La zavorra burocratica

    L’analisi dell’European Electricity Review si aggiunge alle valutazioni dell’Anev, l’Associazione delle imprese eoliche italiane. Il 2025 è stato un anno di stallo che ha accentuato il divario con l’Europa, soprattutto a causa di una burocrazia che rasenta il sabotaggio, è il giudizio  dell’organizzazione. Mentre le direttive UE impongono iter autorizzativi inferiori ai due anni, in Italia servono tre anni per un pannello fotovoltaico e più di cinque per una pala eolica. Il quadro normativo è un labirinto di incertezze: mancano ancora i decreti fondamentali (FER X e FER2) richiesti a gran voce dalle aziende. Il “Decreto Aree Idonee”, poi, rischia di agire come un freno a mano tirato. Hanno le loro ragioni gli industriali, ma il provvedimento paralizza i nuovi progetti, anziché agevolarli. L’Italia  ha oggi  un’architettura legislativa che sembra progettata per scoraggiare gli investitori e proteggere lo status quo delle fossili. In queste condizioni parlare di sviluppo sostenibile vuol dire cadere in un burrone.

    Il falso mito del Paesaggio

    A peggiorare il quadro è un dibattito pubblico viziato da una narrazione antiscientifica. I giornali e i talk show continuano a dipingere l’eolico come un mostro che deturpa il paesaggio, i pannelli fotovoltaici come ladri di ortaggi, ignorando i progressi fatti in tema di salvaguardia ambientale. Davvero l’ambientalismo pulito e responsabile non lascia tracce ?  Oggi le proposte di nuovi impianti se non superano le Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) restano ferme. Tutti i progetti di pale eoliche devono avere la compatibilità con il territorio, il paesaggio, l’ambiente, i beni culturali. Diciamola tutta, il paesaggio è un museo immobile ?  La vera minaccia alla  biodiversità non sono una turbina, un parco fotovoltaico, un impianto di biomasse, ma la desertificazione e gli eventi estremi causati dal collasso climatico che  i combustibili fossili alimentano.

    L’Italia deve decidere se restare un museo a cielo aperto che vive grazie a gas e petrolio o diventare una potenza industriale moderna. Se  affrontare lo sviluppo civile e industriale in maniera concretamente sostenibile. Senza una politica coordinata (qualcuno lasci la retorica spicciola) e una pulizia radicale della burocrazia, la transizione italiana rimarrà uno slogan vuoto. Gli altri corrono verso un futuro che noi , purtroppo, continuiamo a guardare dal finestrino.

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    Nunzio Ingiusto

    Nato a Pomigliano d’Arco (Na) giornalista, laureato in Scienze Politiche Ha iniziato negli anni ’80 ed ha scritto per l’Unità, Paese Sera, Il Mattino, Il Denaro, Specchio Economico, il Riformista, www.startmag.it. Nella lunga carriera si è occupato di Mezzogiorno, economia, energia, green economy, ambiente. É stato Direttore di periodici locali ed account manager in Eni e Italgas. Ha fatto parte di Comitati, Commissioni speciali su ambiente ed energia. Già consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Relazioni Pubbliche (Ferpi) è membro della Federazione Italiana Media Ambientali ( FIMA) e della Free Lance International Press (Flip). E' autore del libro “Mezzogiorno in bianco e nero“ (Ed. Orizzonti Meridionali). Ha vinto il Premio giornalistico “Calabria ‘79” e il "Premio Nadia Toffa 2022 ».Scrive per FIRSTonline collabora con Italia Notizie24, EspressoSud;

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