“Non esiste una battaglia definitiva. È sempre una battaglia dopo l’altra.” (Angela Davis)
Una battaglia dopo l’altra. È andata bene, va’. Non capita sempre. Ha vinto un gigante dei nostri tempi, Paul ThomasAnderson, finora trascurato dall’Academy, con un film politico, sarcastico e sentimentale insieme. Cinema totale, di genere e d’autore. Fantastico.
“Boogie nights”, “Magnolia”, “Il petroliere”, “Ubriaco d’amore”, “The master”, “Vizio di forma”, “Il filo nascosto”, “Licoricepizza”: un ventaglio di film che vanno dal “bello” al “bellissimo” al “capolavoro”. Finora agli Oscar ne avevano goduto solo Daniel Day Lewis, protagonista e Robert Elswit, direttore della fotografia (entrambi per “Il petroliere”), oltre a MarkBridges, costumista, per “Il filo nascosto”. Quanto al resto, una lunga sequela di candidature e basta. Come con Spielberg e Scorsese, prima ancora con Lubitsch e Kubrick e Altman e altri non da meno. Molto, molto meno del minimo sindacale.
Ha vinto il migliore e ha vinto molto: film, regia, casting, sceneggiatura non originale, montaggio, attore non protagonista (Sean Penn). Dieci, come da un po’ di anni, le candidature: una scelta di film che avrebbe potuto essere il programma di un cineclub, variato come un grande menu per tutti i gusti. Nessuno trascurabile in assoluto. A me il fantasy–più–che–horror di Guillermo Del Toro (“Frankenstein”) e lo zombi–horror musicale di Ryan Coogler (“I peccatori”) interessano il giusto, ma molto piacciono ai giovani filmofagi. Anche ai giurati, “Sinners” (“Frankenstein”, meno). Entrato come favorito, con un subisso di candidature, ne è uscito con i premi a sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora e protagonista (Michael B. Jordan). Quest’ultimo “rubato”, si può dirlo tranquillamente, al prodigioso Timothée Chalametdi “Marty Supreme”, favola ebraica ipercinetica, dal montaggio parossistico e dal messaggio odioso (“nihil vetitum(vietato) volenti”) su un giovane venditore di scarpe convinto di poter diventare campione del mondo di ping-pong e disposto a tutto (rubare, mentire, imbrogliare, sedurre) per riuscirci. Non rivelerò il finale.

Antipatico e pur tuttavia notevole, “Marty Supreme” può essere considerato un esempio di scuola di come il parossismo del ritmo – su due ore e mezza di durata, poi! – invece di tener desta l’attenzione dello spettatore rischi di favorire il suo nemico mortale, la noia. A dissipare la quale, quando si affaccia, provvede per fortuna la strepitosa interpretazione di Timothée Chalamet, un nuovo Leonardo di Caprio destinato, pare, alle stesse traversie premiali. Non lo aiuta la tempra morale mostrata quando, portato al successo da Woody Allen nel bellissimo “Un giorno di pioggia a New York”, si cosparse il capo di cenere per avere accettato quella parte, promettendo di non lavorare mai più con il regista newyorkese. Salvo poi scusarsi personalmente con lui per aver ceduto al timore di vedere compromessa la sua carriera, in quegli anni un po’ bui, se non avesse preso le distanze da quel film bandito in America e uscito solo in Europa. Il servilismo serve, parafrasando Totò; anche quello verso le grandi bubbole collettive. Ma non rende simpatici.

Onusto di EFA (gli Oscar europei), il norvegese “Sentimental Value” ha entusiasmato i tanti orfani di Ingmar Bergman. Come me, che però ho un po’ sofferto la parte centrale. Stupendo, invece, senza mezzi termini, il brasiliano “L’agente segreto”, immersione nella dittatura brasiliana degli anni ottanta. Fra i personaggi figura un’esule politica (grande attrice e figura bellissima) che ha lavorato per qualche anno in Italia, a Sassuolo. E fa un certo effetto sentire “Sassuolo” pronunciato in portoghese, immaginando i carichi di quelle rinomate ceramiche in Brasile. La noterella parrà futile, e mi scuso. Per redimermi, invito caldamente a inseguire, ovunque si trovi, “L’agente segreto”, film davvero straordinario. Da vedere assolutamente.
QUALCHE APPUNTO A MARGINE.
Famiglie, vi amo. Per nulla in sintonia con la politica americana, questa edizione degli Oscar rimarrà come una fra le più prudenti riguardo a quella mondiale. Nell’ora più buia per la situazione internazionale, il mondo del cinema se ne ritrae, come spaventato, e torna in famiglia, da sempre il primo di tutti gli incubatori di storie. Dove c’è romanzo, c’è famiglia. Tanto gli Oscar quanto i Golden Globe, i premi della stampa estera che aprono loro la strada, hanno premiato in prevalenza storie di padri e figlie (“Sentimental value”, “Una battaglia dopo l’altra”), di madri e figli (“Hamnet – Nel nome del figlio”), di padri e figli (“L’agente segreto”, che pure si segnala come quello più inequivocabilmente politico). Marca questa tendenza, in particolare, la scelta di “Sentimental value” come miglior film internazionale, preferito a quattro candidati molto diversi come l’iraniano “Un semplice incidente” di Jafar Panahi, Palma d’oro a Cannes; il brasiliano “L’agente segreto”, di Kleber Mendonça Filho; il franco-spagnolo “Syrat, di Oliver Laxe, il tunisino “La voce di Hind Rajab”, di Kouther BenHania, premiato a Venezia. Unico in controtendenza, l’Oscar al documentario, che dopo “No other land” (2025) torna alla sua linea anti-putiniana. “Mr Nobody against Putin”, di David Borenstein (da noi su Amazon Prime), segue “20 days inMariupol” (2024), di Mstyslav Chernov, e “Navalny”, (2023), di Daniel Roher.

Nel nome del figlio. Intercetta questo sentimento generale il premio per la migliore interpretazione femminile, andato, a furor di popolo, all’irlandese Jessie Buckley – recentemente ammirata nel bel “Cattiveriea domicilio” – per “Hamnet – Nel nome del figlio”. Il film di Chloé Zhao – Oscar 2021 per “Nomadland” – racconta il lutto che colpì la famiglia Shakespeare (William e la moglie Anne, ribattezzata Agnes, come nel testamento del padre) con la morte per peste del figlioletto Hamnet; malattia contratta dalla sorellina gemella, che si sarebbe poi salvata. La tragedia portò, quattro anni dopo, il Bardo a dare al suo Principe di Danimarca il nome del bimbo (Hamnet e Hamlet sono lo stesso nome). Così almeno racconta la storia, che ha spunti magici e strampalati. Attrice e regista forzano i toni viscerali dell’interpretazione, con qualche eccesso da pornografia del dolore. Jessie Buckley è brava e ha una bella faccia, ma a teatro si direbbe che “chiama l’applauso”, cercando di suscitare nel pubblico di oggi l’identificazione con quello popolare del “Globe Theatre”. Scommessa vinta. L’applauso arriva, caldo, commosso e soprattutto indulgente davanti a qualche eccesso istrionico in materia di lutti estremi. Mi fermo qui per non far la parte del professore di educazione cinica, anche perché il film, nonostante qualche lenocinio attoriale di troppo, ha i suoi pregi: nella storia delle due famiglie; di un amore contrastato che “resiste ai colpi dell’avversa fortuna”, e di un personaggio (quello di Agnes) strano e selvatico, che arriva disarmato al confronto sulla scena fra arte e vita, fra la finzione e la realtà.

Storie di attori. Se Marlon Brandoaveva rifiutato l’Oscar per “Il Padrino” da “Wounded Knee”, dove si trovava per testimoniare solidarietà ai nativi americani, Sean Penn – premiato per l’eccezionale interpretazione del generale erotomane che cammina come “Braccio di Ferro” in “Una battagliadopo l’altra” – non lo ha rifiutato, ma lo ha disertato per recarsi a Kiev, presso l’amico Zelenski (conosciuto prima che il presidente ucraino entrasse in politica), facendo rumore con la sua silenziosa assenza. Sull’altro fronte di guerra ancora aperto (parlar di pace non sembra proprio il caso), a MotazMalhees, protagonista di “La voce di Hind Rajab” è stato negato il visto per accompagnare il film, di cui è testimonial nel mondo più ancora della regista. Non è che sia il primo caso: era successo anche a Gian Maria Volontè, nel 1971, di non ricevere il visto per l’America in occasione dell’Oscar a “Indagine su uncittadino al di sopra di ogni sospetto”, in quanto iscritto al PCI. In anni recenti, però, era diventato molto raro. L’assurdo interdetto di oggi al cisgiordano Malhees ha quel gradevole sapore di discriminazione squisitamente etnica che tanto piace al mondo MAGA. È l’America di Trump, bellezza! E Hollywod, la città del cinema, ne è una riottosa (a volte) enclave. “Arrendetevi. Siete circondati”.
Avatar – Fuoco e cenere. Due soli Oscar, a costumi ed effetti speciali. Il messaggio non è forte ma è chiaro: avete stufato con gli omini blu (non i Puffi, magari). Per conferma, citofonare Zalone.

Viva Verdi. Non c’era Italia, in concorso, se si eccettua LeonardoDi Caprio che guarda in TV “La battaglia di Algeri” di Pontecorvo. Ma fra i concorrenti all’Oscar per la migliore canzone troviamo “Sweet dreams of joj”, da “Viva Verdi!”, curioso documentario dell’italo-americana Yvonne Russo. Girato a Milano a “CasaVerdi”, la casa di riposo fondata da Giuseppe Verdi nel 1896, il film è “uno sguardo intimo sulla vita di celebri cantanti e musicisti d’opera che stanno vivendo il loro terzo atto, mentre fanno da mentori a studenti di musica internazionali che vivono con loro nella singolare casa di riposo milanese” (Wikipedia). Proveniente dal “Woodstock Film Festival” si è conquistato una nomination fuori dalla sua categoria, quella del documentario, grazie a questa canzone, scritta dal compositore NicholasPike e cantata dal soprano portoricano Ana Maria Martinez. Sarebbe bello vederlo anche qui. Chissà che qualcuno non se ne accorga.
Prigionieri del passato. Fra tanta gente rincorsa dal passato e condannata a riviverlo, magari per elaborarlo od esorcizzarlo, un momento di sollievo, di genuina e struggente nostalgia dei propri anni felici, è offerta dall’Oscar per l’animazione. Ma è un discorso, quello di “La piccola Amélie”, che vale un capitolo a parte.
Alla prossima.



