Quando iniziò la discussione anche di tipo culturale, sia a livello istituzionale che accademico, per individuare gli strumenti di politica industriale più idonei e efficaci per favorire la crescita dimensionale, soprattutto in termini qualitativo – relazionali, delle nostre micro e piccole imprese e imprese cooperative fu individuato il contratto di rete come un possibile ed efficace strumento per conseguire suddetti obiettivi e per superare alcune criticità presenti nelle nostre imprese. Esso fu approvato e introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge 33/2009 e successive modifiche/integrazioni.
Il legislatore nel 2009 fece sua la proposta dell’allora Ministero Sviluppo Economico (MiSE) oggi MIMIT, partendo da una serie di considerazioni sulle tipicità del nostro sistema di impresa.
In primis si considerò che la dimensione media delle nostre imprese, in tutti i settori, era più piccola delle imprese europee (ad esempio nel settore manifatturiero la dimensione media delle unità italiane era pari a 9 addetti contro i 14 addetti di quelle europee).
Inoltre, si prese atto che le imprese italiane in particolare quelle di piccola dimensione dovevano aumentare la propensione all’internazionalizzazione e all’innovazione creando le condizioni per avviare un circolo virtuoso internazionalizzazione – innovazione – internazionalizzazione. In pratica lo sforzo doveva essere prima che economico di tipo culturale e di mentalità e passare dalla “cultura dell’io a quelle del noi”, cercando di fare impresa secondo il modello organizzativo in rete e non in maniera “egoisticamente” isolata.
A tal proposito, il libro su “Contratto di rete per il Made in Italy” che il prof. Giuseppe Capuano, economista, ha scritto per la FrancoAngeli, insieme ai Proff. Tunisini e Arrigo, entra nel merito di questo strumento e aiuta le imprese ad avere più informazioni, attraverso la descrizione di come si costruisce un contratto di rete e analizza i vantaggi che le piccole imprese hanno conseguito o possono conseguire attraverso il suo utilizzo.
Infatti, le imprese in rete hanno delle performance aziendali migliori, riducono i costi di gestione e sono più competitive sul mercato, con vantaggi in termini di incentivi fiscali, fondi regionali e europei e partecipazione a bandi di gara pubblici che gli Enti pubblici mettono loro a disposizione.
Ciò significa, nelle dinamiche aziendali, ridurre l’impatto dei costi fissi, aumentare la scala di produzione e dotarsi di risorse, sia in termini di capitale economico-finanziario che di capitale umano, attraverso una crescita per “vie esterne” seguendo un processo di aggregazioni “soft o hard” che può essere modulato nel tempo.
Negli anni le imprese italiane hanno apprezzato molto il contratto di rete anche se è ancora poco conosciuto e molto ancora si può fare in termini di informazione/comunicazione. Le imprese italiane che hanno adottato il contratto di rete ad aprile 2026 (fonte: Infocamere) sono 53.811 organizzate in 10.608 contratti di rete. Il contratto di rete è diffuso su tutto il territorio nazionale, con Lazio (12.141 imprese), Lombardia (5.848) e Veneto (4.762) nei primi tre sposti tra le 20 regioni italiane e il Sud protagonista con Campania (4° in Italia e 1° regione al Sud con 4.167 imprese) e Puglia (2.784) in testa. Un valore assoluto delle due regioni del Mezzogiorno superiore anche a quello di alcune regioni del Centro-Nord come Umbria (1.208), Liguria (1.317), Marche (1.553), etc.
I dati ci dicono, quindi, che il contratto di rete oltre ad avere effetti positivi sulle imprese partecipanti al contratto ha anche un impatto sul territorio dove esse sono localizzate con la creazione delle cosiddette “economie esterne” in termini di crescita e occupazione (ad esempio nelle aree interne e/o montane).
Gli effetti positivi si moltiplicano sul territorio dove il contratto di rete affianca altri interventi di agevolazione destinati alle imprese che al territorio stesso. Infatti, esiste un “effetto congiunto di vicinato” (ad esempio tra piccoli comuni limitrofi), ossia un doppio effetto di segno positivo.
Esso è generato sia sul territorio che beneficia dell’effetto congiunto tra contratto di rete e altre politiche agevolative sia sui territori adiacenti che non ne beneficiano o ne beneficiano in forma ridotta.
Entrando nello specifico della misura, il contratto di rete può essere stipulato tra imprese senza limitazioni di forma giuridica (società di capitali, società di persone, imprese individuali, cooperative, consorzi, ecc.); dimensione (grandi, medie e piccole imprese); numero di imprese (devono essere almeno due); luogo (possono partecipare imprese situate in diverse parti del territorio italiano e imprese estere operative in Italia); attività (possono essere operanti in settori diversi, anche liberi professionisti).
Le principali motivazioni che spingono le imprese a partecipare a un contratto di rete sono:
- Accedere a fondi pubblici, PNRR e appalti pubblici;
- Innovare in modo condiviso (sfruttare brevetti, rafforzare rapporti con centri di ricerca e Università);
- Espandersi all’estero (import/export, reti commerciali, investimenti esteri);
- Rafforzare la filiera (produttiva o commerciale);
- Condividere costi e rischi;
- Avere rapporti migliori con il sistema bancario;
- Evitare situazioni di crisi di impresa.
Molti imprenditori, inoltre, si avvicinano al contratto di rete attratti dalla possibilità di accedere a finanziamenti agevolati o di beneficiare di incentivi fiscali. Le reti d’impresa sono infatti spesso premiate in bandi pubblici nazionali e regionali, in quanto considerate uno strumento di aggregazione e sviluppo del tessuto produttivo locale.
A tal proposito, il Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2025 ha approvato il primo disegno di legge sulle PMI che introduce misure strategiche per rafforzare le micro, piccole e medie imprese italiane. Tra i principali interventi l’incentivo fiscale per le imprese che aderiscono ad un contratto di “rete soggetto”.
Sono introdotti incentivi fiscali per le imprese che aderiscono a un contratto di “rete soggetto” (per un approfondimento sul tema si veda il libro sopra citato), consentendo la sospensione d’imposta sulla quota di utili destinata a investimenti previsti dal programma comune di rete.
L’agevolazione, finanziata fino a 45 milioni di euro dal 2027 al 2029, riguarda gli utili realizzati tra il 2026 e il 2028, destinati al fondo patrimoniale comune o al patrimonio dedicato all’affare.
Queste e tante altre buone motivazioni spingono le imprese ad aggregarsi e mettersi in rete, perché il contratto di rete e il libro “Contratto di rete per il Made in Italy” che ne “celebra” gli effetti positivi da esso generato sulle imprese e sui territori parte dalla convinzione che, parafrasando il poeta e religioso inglese John Donne, “nessuna impresa o territorio è un’isola” e come l’uomo, “nessuna impresa o territorio può farcela da solo”.


