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    Home»Speciale 7 marzo 2025»Earthquake Trump
    Speciale 7 marzo 2025

    Earthquake Trump

    Flavio de LucaDi Flavio de LucaMarzo 7, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Trump si sta dimostrando un terremoto. Durante la prima presidenza abbiamo avuto diversi sciami di avvertimento. Durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2024 gli smottamenti nel caso avesse vinto sono stati dati per certi. Ed è stato così. È in corso un terremoto geopolitico mondiale destinato a durare fino a tutto il 2027. Negli Stati Uniti il terremoto Trump, tuttora in corso, è sussultorio mentre nel resto del mondo ha forma ondulatoria con onde d’urto che colpiscono randomicamente in particolare le Nazioni Europee tradizionalmente alleate e non quella tradizionalmente avversaria. Il terremoto, attualmente in fase acuta, sta scuotendo la ferrea alleanza storica tra USA e Nazioni europee. Dobbiamo sperare che il cessate il fuoco in Ucraina e il contratto commerciale su terre rare segnino il passaggio agli sciami sismici di assestamento.

    L’incognita che va più temuta è la lettura che Trump darà dell’iperattivismo del duo Macron (presidente francese che lui non ama) e Starmer (Primo Ministro inglese cui non sembra fidarsi, avendogli ordinato di interrompere il supporto di intelligence all’Ucraina) e dei vertici europei (ai quali non riconosce legittimità). Su questi ultimi pesano le critiche e gli insulti rivolti da Von der Leyen, Metsola e Kallas al presidente Donald Trump, pubblicamente e ripetutamente, durante tutta la campagna elettorale.

    Trump ha un super ego, come molti leader. In genere gli interessati lasciano agli interlocutori il compito di lusingarli, facendo finta di non tenerci, Trump invece lo ostenta, aspettandosi plausi e complimenti, oggi, soprattutto da chi lo ha offeso sul piano personale. Non ci possiamo fare nulla, almeno per i prossimi quattro anni. A meno che non si voglia invocare la divina provvidenza, cui peraltro Trump attribuisce la volontà di averlo voluto, avendolo salvato da più di un attentato.

    Il tenore di vita dell’Occidente è elevato, al di là della forbice sociale che si allarga e le sacche di povertà che sussistono. Merito della rivoluzione tecnologica che ha portato grandi benefici non solo in termini di libertà individuale e collettiva.

    La rivoluzione tecnologica ha fatto evolvere il Capitalismo industriale e finanziario in Capitalismo globale, connettendo tutti i settori dell’economia tra loro e ciascuno di loro con quelli di tutte le società del Pianeta. Si è creato un effetto farfalla per cui gli eventi che colpiscono un qualsiasi settore economico industriale o finanziario di un paese, alla lunga, si ripercuotono sul sistema finanziario globale.

    Il Capitalismo globale non può permettersi la guerra. Può consentire a due paesi o più paesi di prendersi a pugni ma non la distruzione né l’umiliazione di uno o più contendenti. A pagarne il prezzo sarebbero tutte le società del Mondo.

    Gli sherpa di Trump, e lui stesso, ne sono consapevoli per questo chiedono, come un mantra, l’immediato cessare il fuoco. Per gli USA, è questo il presupposto indispensabile per avviare la ricostruzione dell’Ucraina (certamente anche per recuperare, con gli interessi quanto investito nella guerra) e dare il via a trattative di pace, la quale, come obiettivo ritenuto, punta alla sicurezza stabile in Europa, tramite la revoca delle sanzioni alla Russia.

    Quello che mi sento di escludere è il disimpegno USA dall’alleanza strategica con l’Europa a livello globale. D’altro canto, la campagna russa in Ucraina ha dimostrato che, data l’impossibilità di utilizzare armi nucleari, la guerra sul territorio è terribilmente incerta e costosa soprattutto per chi invade. E, comunque, le nazioni europee, se coordinate sul piano militare, sarebbero in grado di mobilitare una quantità di risorse e di persone di altissimo livello.

    Non ci devono essere ulteriori strappi diplomatici e fughe in avanti.

    All’invasione della Russia, la Von der Leyen ha condotto l’UE su una posizione di totale intransigenza, abdicando al ruolo naturale di arbitro tra le parti. Ora Trump ha occupato quella posizione, gestendola a modo suo: ha chiarito che l’Ucraina non entrerà nella Nato poi ha convocato Zelensky chiedendogli di accordarsi con la Russia e, di fronte al rifiuto, ha tolto il sostegno.

    L’UE, a quel punto, è entrata nel panico.

    Francia e GB si sono mosse per prime, in modo scomposto: “mandiamo le truppe Ue in Ucraina”; poi: “NO: creiamo un gruppo di volenterosi con gli Stati europei che ci stanno”.

    La Von der Leyen si è subito accodata, annunciando un piano di riarmo dell’UE e, nemmeno 24h dopo, un investimento di 800MLD di euro per uniformare gli arsenali dei paesi membri, razionalizzare gli acquisti e aiutare l’Ucraina. Al di fuori della NATO. Rischioso veramente. Soprattutto se l’arsenale militare europeo fosse al comando di Von der Leyen e soci e non di un Consiglio Militare UE con i paesi fondatori membri permanenti e altri a rotazione.

    È vero: Trump minaccia di continuo. Poi però immancabilmente apre le trattative (pensa che in questo, al tavolo, avrà qualche vantaggio). Il rischio è altro e altrove.

    A Jalta, in Crimea (ironia della sorte), tre nazioni (nessuna attualmente nell’UE) si riunirono per risolvere i casini combinati dai paesi europei (quasi tutti ora nell’UE). Dopo quasi 80anni di pace, la presidente della Commissione UE chiama gli stati membri a riarmarsi, senza preoccuparsi di eventuali defezioni e distinguo. Una fuga in avanti che non ha nulla che vedere con l’aumento dei contributi in armi alla NATO (come propone la Presidente Meloni) e così diventa un salto nel buio.

    Di fronte a tanto attivismo tremo all’idea che le tre superpotenze nucleari (di potenze nucleari ce ne sono una decina) potrebbero convincersi che è arrivato il momento di fare chiarezza. Con una seconda Jalta di USA, Russia e Cina e un solo punto all’ordine del giorno: definire nuove aree di influenza. Fantapolitica? magari sì.

    Intanto sott’acqua viaggiano sussurri per l’uscita, o l’assenza sistematica, dall’ONU di alcuni membri autorevoli.

    Gli interrogativi dirimenti sono i più pericolosi: la crisi russo-ucraina vale i rapporti dei Paesi europei con gli USA? L’insofferenza, l’antipatia e, diciamolo pure, il disprezzo, di molti a Bruxelles, per propositi e modi di Donald Trump (fra 4 anni non rieleggibile), valgono la rottura con gli USA?

    capitalismo Donald Trump Europa USA
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    Flavio de Luca

    Redaz. Roma – Docente universitario, avvocato quindi manager Specializzato in scienze amministrative ha approfondito i problemi dell’organizzazione amministrativa e dei pubblici poteri insegnando per quattro anni presso la scuola superiore della pubblica amministrazione e scrivendo un primo libro intitolato “definire l’amministrazione” edito da Rubettino. È stato al vertice di aziende pubbliche di Trasporti e Lavori Pubblici inoltre consulente legale e gestore del contenzioso di altra società pubblica di livello nazionale. Ha pubblicato: “Lavoro e immigrazione nuovi diritti di status individuale” edito da “Ed. Croce 2017 e “Tramonto del Welfare e capitalismo globale” edito da Pagine 2019.

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