Nella società dello spettacolo era inevitabile che politici e media dedicassero – e dedichino ancora oggi – un incredibile attenzione al risultato dei referendum.
Si sente di tutto: i cultori dei sacri principi della democrazia – molti certamente ultra sessantenni – riaffermano l’obbligo etico di andare a votare come elemento fondante del sistema democratico. Molti altri commentatori invece, si dedicano all’antico mestiere di cercare di interpretare il voto di chi ha vinto e di chi ha perso.
Landini ha ammesso che, in mancanza del raggiungimento del quorum, i promotori del referendum hanno perso. Alcuni amici della sinistra, invece, si concentrano sul numero dei votanti, che sarebbe superiore a quello di coloro che hanno votato per la destra nell’ultima elezione politica. Da quando ero un ragazzino era raro che chi avesse perso una elezione, di qualsiasi tipo, non tentasse di dimostrare che in fondo il risultato andava nel senso da lui desiderato, usando ogni tipo di alchimia nella interpretazione dei numeri.
Infine ci sono i grandi esperti, i politologi, che si stracciano le vesti sulla crisi delle democrazie. A molti di questi ‘soloni’ consiglio caldamente di leggere il bellissimo libro, il più serio che ho trovato di recente in materia, di Emmanuel Todd “La sconfitta dell’Occidente”(2024).
Il referendum è uno strumento previsto dalla nostra costituzione, non per suggerire qualcosa al legislatore, ma per interrogare i cittadini sull’eventuale abrogazione di una legge o, più semplicisticamente, per chiamarli a manifestare la loro volontà su ciò che credono. Quindi un referendum su monarchia o repubblica, sulla legittimità del divorzio o dell’aborto, comunque organizzati, sono comprensibili da tutti, e riguardano quei principi fondamentali nei quali crede l’opinione pubblica in un dato momento storico. Invece hanno ragione coloro che affermano che quello più recente, che prevedeva l’abrogazione di pezzetti di legge, era meno comprensibile, come in particolare i primi quattro quesiti.
Le spiegazioni fornite dalle fonti ufficiali dello stato, ma anche da politici e giornalisti, forse non sono state sufficienti a far comprendere il senso profondo dei quesiti referendari. Infatti difendere il lavoro da eventuali abusi (primi quattro referendum) non dovrebbe essere né di destra né di sinistra, perché il lavoro riguarda tutti e in particolare i nostri figli e nipoti. L’abbreviazione dei termini per ottenere la cittadinanza italiana era il più chiaro: serviva a facilitare l’integrazione delle seconde generazioni di stranieri che già sono tra noi, parlano la nostra lingua, hanno studiato in Italia, vi lavorano e pagano le tasse. Invece, anche in questo caso, ho la netta impressione che molti abbiano interpretato questo quesito semplicemente come stranieri si o stranieri no. E siccome l’immigrazione è un cavallo di battaglia dei populisti della paura (Paolo Rumiz li chiama ‘i pifferai della paura’, nel suo libro Il Filo Infinito), la cittadinanza di persone che sono già italiane non è stata capita, o non si è voluto farla capire.
In un paese nel quale va a votare il 50% dei cittadini (il 63% nelle ultime politiche), si possono proporre articolate analisi e motivazioni, ma non si può negare che coloro che non votano, di qualsiasi tendenza siano, non credono più nella politica. Ciò quasi certamente avviene perché pensano che chiunque eserciti il potere lo faccia per i propri interessi o per giochi di partito. Allora succede che anche in un referendum non interessa cosa c’è da decidere, ma chi non va a votare, o vota si o no, ci va perché appartiene a una consorteria politica: la definisco così, perché quelli che chiamiamo ancora ‘partiti’ nel nostro paese, ma non solo, non offrono nessuna visione coerente e comprensibile della società che vorrebbero. E, dato che le liste elettorali le preparano queste consorterie, i cittadini non sanno mai da chi sono effettivamente rappresentati. È molto peggio di quando esistevano solo la Democrazia Cristiana da una parte e i partiti Comunista e Socialista dall’altra. (scusate la semplificazione).
I più sapienti propongono modiche all’istituto dei referendum, come l’abbassamento dei quorum o altri artifici. La verità è che il referendum è soltanto un sondaggio, e la politica è attaccatissima ai sondaggi, che siano oggettivi oppure in qualche modo strumentalizzati. Oggi però, nel mondo del web, sarebbe facilissimo sapere come la pensano i cittadini, non per abrogare le leggi, ma per sapere qual è la loro opinione sul suicidio assistito, la fecondazione artificiale, le madri surrogate, il matrimonio arcobaleno, l’uso di prodotti chimici in agricoltura, i termovalorizzatori ecc.
Non dico che molti gruppi di cittadini non manifestino già le loro opinioni su questi temi, ma forse un sondaggio organizzato dallo stato, da una Commissione di esperti di governo e opposizione, potrebbe essere un modo più intelligente, attuale e meno costoso, per orientare la legislazione futura, conciliando gli interessi delle maggioranze con il rispetto delle minoranze. Questo però non interessa a nessuno, perché i partiti al potere traggono in realtà vantaggio dal non voto dei cittadini, potendo conservare le loro squadre e soprattutto evitando i cambiamenti della società che sarebbero necessari. A loro non interessano i contenuti ma il colore delle bandierine. Vediamo tutti che gli esecutivi, i governi, sono i veri autori della legislazione, esautorando i parlamenti. Ma, anche in questo caso, si potrebbe rimediare ripartendo i parlamenti in organi più piccoli e più rapidi, dando così il potere legislativo alle commissioni parlamentari, che oggi sono soltanto organi istruttori.
Montesquieu non è affatto invecchiato, ma occorre una manutenzione delle democrazie occidentali, che dovrebbero essere aggiornate e riviste, altrimenti i populisti, che si vedono sempre di più nel nostro mondo, da Trump a Salvini, continueranno a proporci singoli problemi, uno per volta, da buttare sui social come propaganda, senza motivazione e poco importa se basata su fatti o su menzogne. La democrazia è come una vecchia automobile, che vogliamo conservare perché è semplice e funziona bene, ma ogni tanto ci vuole il tagliando.
Però ha ragione Emmanuel Todd: il diritto, le leggi, non possono sostituire le grandi culture, quelle delle religioni, che per alcuni delle elitès erano forse ‘l’oppio dei popoli’, ma servivano ai più per rispettare principi comuni, condivisi nella più ampia fascia delle comunità. Questi sono stati per secoli i principi cui tutti credevano, in gran parte rispettavano e insegnavano ai loro figli. Che lo si voglia o no le religioni, con tutti i loro difetti, orientavano i comportamenti umani molto più diffusamente delle leggi, e non c’era bisogno di poliziotti e giudici per applicarli.
Speriamo che le democrazie non siano alla disfatta, ma la ragione della loro decadenza dipende, come al solito, dalle convinzioni collettive, e il maggior pericolo è che non crediamo più che la politica sia l’espressione del ‘contratto sociale’, l’unica formula che fa vivere insieme ricchi e poveri, donne e uomini, primi ed ultimi.
Forse la disaffezione per i referendum viene anche da questa grande crisi di una coscienza collettiva.


