Aveva forse ragione Berlusconi? “L’Italia è un paese ricco e pieno di benessere. Guardate i ristoranti: sono sempre pieni!”. Tanti anni dopo quella frase (profetica?) il fenomeno si è acuito. La socialità viene spesa davanti al rito dell’apericena con l’orrido spritz (ho fatto stampare una maglietta con la scritta “Odio lo spritz”) e per i ristoranti, perlomeno a Roma, bisogna prenotare anche nei giorni feriali per non rischiare di mettersi in lista d’attesa. Anche se la nazione trascina sei milioni di poveri nel gorgo del difficile soddisfacimento dei bisogni primari, il ristorante è l’isola di salvezza che risolve le frustrazioni, compensa la mancanza di denaro per progetti più ambiziosi. Sublima i bisogni secondari perché è estetica, compiacimento, moda. Il Messaggero dedica molte pagine a incoraggianti recensioni sui ristoranti in. Fateci caso, nessuno ha un costo base inferiore ai 60 euro. L’Antica Pesa di Trastevere viene contrassegnato con una spesa base di 140 euro a cui dobbiamo sicuramente aggiungere una bottiglia di vino. Si va al ristorante non più solo per mangiare ma per…vivere un’esperienza. Una definizione ripugnante e persino offensiva per chi non può permettersi questi locali e queste cifre. Gli italiani viaggiano di meno ma il trovi puntualmente seduti al ristorante nel segno dell’evasione. Una congerie di programmi televisivi di dubbio gusto soddisfano questa fame di ristoranti. Si insegna a cucinare, si stroncano con Cannavacciuolo locali che non funzionano, si promuovono nuovi chef. Un brand in cui personaggi come Cracco, Borghese o Vissani si sono felicemente inseriti. Ci sono persino programmi che insegnano l’etichetta a tavola. Insomma, un’industria che muove interessi, business, solletica il gusto, funziona. E il fenomeno riguarda anche gli stranieri. Non quelli che mangiano (male) a Trastevere confinati in un tavolo in cui toccano il gomito del vicino. Ma quelli ricchi che alimentano nozze e ricevimenti da nababbi nella capitale. Tutto fa Pil per esaltare il richiamo turistico della città. Nel 2024 si sono registrate 3.378 nozze tra sposi stranieri, non residenti, un discreto 2% del totale degli sposalizi in città. Nel carnet celebrazioni di lusso con uso di carrozze con cavalli, altrettanti taxi per gli invitati. Vanno alla grande le location appositamente adibite a questi festeggiamenti post-matrimonio. E i prezzi non sono certo teneri: Villa Miani chiede 20.000 a ricevimento, come il castello di Bracciano, Tor Crescenza si accontenta di 15.000. Con la massima ingenuità ci sono coppie americane che chiedono al Comune di Roma di poter affittare il Colosseo e chissà che un giorno non ci si arrivi visto come il pubblico sempre di più sconfina nel privato. Dal nulla è cresciuta una professione montante, quella del wedding planner. Meno matrimoni ma sempre più una catena di professionalità legate all’ottimizzazione degli stessi. Al centro di tutto il tavolo del ristorante. Come una ragione di vita. Se nella capitale avrete modo di osservare per un lungo periodo un ristorante vuoto che non chiude dovrete farvi un’idea precisa. È gestito dalle mafie o serve a riciclare denaro, per questo può permettersi di mantenere viva la ragione sociale.
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L’Italia che funziona? Seduta al ristorante
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Daniele Poto
Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.


