
Viviamo oramai nel penultimatum permanente e non c’è bisogno di conoscere se l’età del ferro che l’instabile presidente degli Stati Uniti vorrebbe imporre “senza pietà per i nostri nemici “(Pete Hegseth) al di fuori del diritto internazionale, del quale (Trump dixit) “non ho bisogno”, porterà il pianeta all’età della pietra.
Prima di tutto perché se tornassimo all’età della pietra non leggereste quello che sto scrivendo ed io, assieme a voi, cari lettori, avrei ben altro da fare dovendo pregare Gesù di avere la misericordia di accogliermi. Poi perché penso che all’età della pietra non ci arriveremo, ad un lungo periodo di difficoltà, delle quali avremmo potuto fare a meno, sì.
So all’ultimo minuto, prima di consegnare quest’articolo, che Trump ha dovuto prendere atto che la maggioranza del suo paese e del mondo intero si è ribellata al suo delirio ed ha dovuto accettare quel piano di tregua e quel tavolo di discussione diplomatica proposti dal Pakistan e suggeriti, consigliati, appoggiati dalla Cina. L’ora X della distruzione totale non è scattata e non si ripresenterà. Per Israele, che intende continuare in Libano la sua guerra, resta un monito: quello che il mondo non ha accettato per gli Stati Uniti, la distruzione delle infrastrutture e la morte dei civili, non potrà accettarla neanche da parte del Governo di Israele.
Il Diritto, conosciuto e sgradito
Trump, secondo cento giuristi (tutti esperti di diritto internazionale e in grande parte docenti nelle Università nordamericane) hanno scritto una lettera aperta (cfr. Avvenire, 7 aprile 26, pag.2), che pur non trascurando “ i continui rischi posti dal governo iraniano nei confronti della propria popolazione “attraverso repressioni violente del dissenso” è illegale l’attacco israelo-americano “in assenza di una minaccia reale imminente”, e che il ricorso alla forza da parte di Washington è in palese “violazione della Carta delle Nazioni Unite”. La lettera aperta- riportata da Avvenire- si sofferma poi sulle violazioni del diritto internazionale umanitario per gli attacchi alle infrastrutture e in particolare “potrebbe configurarsi come un crimine di guerra” l’omicida attacco alla scuola primaria di Minab. La violenza retorica che accompagna l’azione militare e i numerosi ultimatum, assieme al disprezzo pubblico del diritto sono ampliamente descritti e stigmatizzati come lo sprezzo noncurante dei valori minimi di umanità che risultano dalla dichiarazione presidenziale che afferma di poter colpire l’Iran “anche solo per divertimento”. I giuristi affermano che la strategia di Difesa 2026 “omette completamente” le garanzie istituzionali a tutela dei civili, “contribuendo all’escalation”. I moderati americani, come esplicitano i sondaggi, non capiscono più Trump e i Maga sono entrati in agitazione, assieme a quella destra che ha poca capacità di udito delle esortazioni di Papa Leone e si distingue dai Maga e dagli evangelici perché cristiana (a mo’ di Vance). La maggioranza repubblicana al Congresso si guarda bene di tradire le aspettative del loro capo, che temono più dei sondaggi infausti (subito dopo Pasqua, secondo Ipsos-Reuters, l’approvazione a Trump è scesa al 36%; il 56% ha paura delle ripercussioni negative sulle proprie finanze; l’86% teme per la sorte dei militari in guerra). Se fossi uno statunitense, ricordando l’assalto al Campidoglio ( 6 gennaio 2021), il tentativo di insurrezione dopo il discorso di Trump ai suoi sostenitori nel quale contestava il risultato elettorale che lo aveva sconfitto, la grazia presidenziale a 1250 condannati e a 300 rivoltosi in attesa di giudizio, dichiarando che erano non colpevoli di omicidio, violenze e distruzione, ma eroi, non sarei molto sicuro che chi critica e fa finta di non ascoltare la Corte Suprema, che lui stesso ha nominato ( sei su 9), non sia in condizione, governando con mano ferrea FBI, CIA, Guardia Nazionale ed ultimamente lo Stato Maggiore della Difesa, di compiere quel colpo di stato che non gli era riuscito nel 2021.
I democratici, che portano sulle spalle il peso non indifferente degli errori di Clinton ed Obama e la loro incapacità di distinguere il progressismo dai totem individualistici della cultura woke trasformati in imposizione – spesso ridicola- del politically correct, sanno che la proposta di rimuovere il Presidente a norma del 25° emendamento ( “ incapace di esercitare le sue funzioni” perché evidentemente squilibrato) non ha alcuna possibilità di ricevere la maggioranza costituzionale dei due terzi del Congresso. Ogni azione che appare impossibile a realizzarsi è sempre pericolosa.
La forza fonte del Diritto
Penso che sia woke, politicamente corretto, imporre in assoluto regole specifiche di metodo analitico. La teoria della forza come fonte del diritto non è nuova o vecchia, detestabile o degna di ammirazione, è una teoria da discutere in base alla sua utilità a fronte degli interessi generali.
La filosofia politica è una parte, importante ma soltanto una parte, della teoria politica perché serve a dare una identità ai problemi basilari, alle categorie che distinguono lo studio della politica, occupandosi della autorità, della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia, ma la filosofia non sostituisce la politica.
Chi ha voglia di ricordare il mito della caverna di Platone ritroverà lo smarrimento che si prova leggendo l’avventura dello schiavo incatenato e con la testa bloccata che, a differenza degli altri schiavi, dopo anni ed anni in cui ha letto l’esistenza attraverso le ombre stagliate sulla parete di chi passava alle sue spalle e che fortunosamente liberatosi guadagna l’uscita e lentamente si abitua a vedere il mondo alla luce autentica del sole e capendo che la realtà, la verità, è diversa dal vero esistenziale percepito in catene, sente il bisogno di tornare nella caverna. Torna per il bisogno etico di informare gli schiavi incatenati che la verità è altra dell’apparenza, ma viene sbeffeggiato e ridicolizzato. La morale: la caverna per Platone rappresenta la corrotta democrazia ateniese e lo schiavo che torna invano il filosofo, deriso da chi non vuole credere al mondo della luce e decide di restare nel buio.
Lo stesso processo a Socrate, concluso con la condanna a morte votata dalla maggioranza (autorità) dei cittadini, è basato sulla lotta tra la filosofia (Socrate) che sapendo di non sapere approfondisce maieuticamente ogni problema con i singoli cittadini mettendo in discussione il principio conformistico del potere, il confine tra pubblico e privato, tra giusto ed ingiusto.
Roba antica quindi, che non scandalizza quando la teoria del potere è affrontata con logica e metodo, ma che, dopo 2500 anni ad occhio e croce, lascia interdetti se immotivata da addetti ai lavori.
Anche in Italia circola, nel ristretto mondo intellettuale che ha molto spazio nell’informazione, la strana idea che il mondo cambia – il che è vero- e l’Europa si aggrappa all’esistente.
Prendo ad esempio un quotidiano che leggo con piacere tutti i giorni, del quale non mi priverei per le chicche di intelligenza ed ironia che regala con quotidiana tenacia, il Foglio, che, almeno per me, è anche la lente d’ingrandimento sugli anfratti che ospitano le psicodinamiche critiche ed irridenti degli italici pensatori (un nostrano intellettuale è, per metodo, un critico che si fa un baffo delle varie realtà umane, spesso con cinica civetteria).
Il Foglio non sarebbe il Foglio se non ospitasse opinioni diverse. Ho trovato in un giorno solo, il 28 marzo, in prima pagina un Andrea’s version sberleffante chi cerca di separare dalla valutazione politica Netanyahu, il suo governo, i coloni dagli ebrei come popolo e come fedeli religiosi e, in seconda pagina, il perché del proclamato immobilismo europeo di Michele Silenzi , che ha studiato filosofia ed economia, offrendo nell’ultimo decennio occasioni di riflessione ai lettori di Lotta continua, del Fatto, di Panorama fino agli spettatori di alcune tavole rotonde televisive della sempre vivace Mediaset. Silenzi va lodato perché sa presentare la sua filosofica coerenza all’inesistenza della certezza nel pensiero, anche se contraddittoriamente rispetto ai proclamati maestri. I due articoli dei foglianti sono figli della stessa logica, che giustifica la sua eccellenza interpretando il senso del presente e della Storia di Hegel.
Silenzi scrive:” Il massimo dello sballo rivoluzionario appare la conservazione. Figuriamoci cosa si può pensare, da una simile postura mentale, di un attivismo internazionale come quello degli Stati Uniti o di Israele che cercano di entrare nel grande gioco di riscrittura dell’epoca con la forza delle proprie idee, della propria politica e quindi, ovviamente, delle proprie armi. Il grande vecchio della nostra filosofia, Hegel, oggi più che mai freschissimo e rivoluzionario, riteneva che non ci si potesse non adeguare all’orologio della storia che scandisce le nostre vite”.
E se invece le preoccupazioni europee sulla guerra mediorientale israelo-americana; la evidente connessione dello sconvolgimento regionale sommato alla crudele invasione dell’Ucraina da parte della Russia; la prudente attenzione sollecitata alla UE dai partner asiatici e dell’Oceania sullo sviluppo cinese e sulle sue conseguenze; la crisi energetica che in pochi giorni ha messo in crisi tanti stati africani sub sahariani che lentamente avevano iniziato un percorso , difficilissimo, di sviluppo; l’inquietudine per la mancanza palese di obiettivi delle guerre in corso a parte l’ostentazione della forza, la distruzione del multilateralismo, lo sbriciolamento del Diritto assieme alla comparsa dichiarata di un messianesimo anti cristiano, perché poggia le sue radici nella morte, possono , tutte assieme, permetterci di sostenere che quando l’intellettuale perde il senso del ridicolo è salutare metterlo alla porta? E che questo respingimento non è woke e politically correct?
Non si tratta di moraleggiare sulla faciloneria ondivaga e sempre antieuropea di Trump, sulla incoscienza del segretario di Stato Rubio – che pure ha a disposizione analisi e studi di una diplomazia di altissimo livello della quale evidentemente non ha tenuto conto- sulla necessità e sul metodo di questa guerra all’Iran , al Libano con punte di espansione in Siria ed Iraq; sull’uso spregiudicato di mezzi e persone nella guerra asimmetrica scatenata da Putin che, sul campo, non ha fatto molti progressi nonostante gli aiutini e gli aiutoni della Casa Bianca. Si tratta di pesare con esattezza quanto costa il progresso invocato ed in che cosa consista.
Gli intellettuali dei miei stivali (citazione maramalda di San Bettino Craxi) giustificano la guerra nel culto della forza, ed eleggono la vigoria che cambia i destini come metro di valore e mezzo della politica, mischiandola anche con argomentazioni pseudo religiose.
Una sciocchezza che persino i proponenti cercano di giustificare con letture di comodo dell’Antico e Nuovo Testamento.
L’Europa, come ha scritto Silenzi sul Foglio, non è sazia se non “di grossolano pessimismo gaio e irenico che vuole soltanto essere lasciato morire in pace”.
Fra pochi giorni sapremo il risultato elettorale in Ungheria dove, per la vittoria di Orban, si sono personalmente spesi Trump, Vance, Le Penne, Meloni ed i cittadini sono stati invitati ad esprimere il loro voto a favore del filo putiniano anti-ucraino capo del Governo magiaro, dall’AFD nazionalsocialista tedesca, dal partito spagnolo di estrema destra VOX, dalla Lega salviniana.
Il voto in Ungheria non sarà neutro nella guerra semi-ibrida che Trump e Putin conducono, per diverse ma concomitanti motivazioni, nei confronti delle istituzioni europee. È pura illusione pensare che qualsiasi sia il risultato elettorale non si acceleri un processo di rinnovamento del Trattato che è alla base del sistema istituzionale europeo.
L’idolatria al servizio del potere “tecno” finanziario
Papa Leone ha usato la sua pubblica ed accorata esortazione a non seguire l’idolatria del Dio pro-guerra mistificata dal governo statunitense e dalle teologie USA, specialmente la chiesa evangelica, ed ha coraggiosamente sfidato la guerra alimentata e giustificata da fake news pregando per la pace:” Spesso il racconto della verità è oscurato dalla menzogna. Ma Gesù risorto è la buona notizia da testimoniare al mondo. Soprattutto a quanti sono oppressi dalla malvagità. Penso ai popoli tormentati dai conflitti e ai cristiani perseguitati”.
Siccome ci siamo proposti di usare un metodo razionale di discernimento credo si debba valutare come la sollecitazione del Papa nella Pasqua, con lo sguardo fisso alle guerre in corso in Ucraina, nel Medio Oriente e in altri luoghi, a perseguire la “vittoria della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio”, aggiungendo nel lunedì dell’Angelo la richiesta di pregare per la cessazione dei conflitti annunciando una veglia in San Pietro sabato 11 aprile, si colleghi ad una intensa attività diplomatica della Segreteria di Stato, finalmente in condizione di poter lavorare con la competenza storicamente unica che le è propria.
Per i cattolici è per lo meno bizzarra la citazione del Segretario statunitense alla Guerra, Pete Hegsett, del Salmo 144 (143) per rivendicare “la schiacciante vittoria in corso” in Medio Oriente.
Il finanziere filosofo, Peter Andreas Thiel, fondatore di Palantir, creatore dello strumento “tecno” finanziario PayPal, nato per sostituire il sistema bancario che a sua volta si è modificato inglobandolo come “servizio agli utenti”, inventore ed ideologo di JD Vance, sostenitore del King di Mar-a-Lago, Donald Trump, è , di gran lunga, l’unico tra i tecno feudatari a offrire una sia pur discutibile cornice ideologica al neo-capitalismo, profetizzando la necessità di lottare per battere l’Anticristo.
Il 7 aprile Trump ha ribadito di aver intenzione di distruggere l’intera civiltà e di riportarla all’età della pietra. Come temeva il ministro Crosetto, il presidente statunitense aveva nei fatti minacciato l’uso spregiudicato dell’arma atomica. Subito, per prima si è levata la voce del Pontefice:” La minaccia Trump a Iran non è accettabile = (AGI) – Città del Vaticano, 7 apr. – “Oggi, come tutti sappiamo, c’è stata una minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo non è accettabile”. Lo ha affermato Papa Leone XIV ai giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castel Gandolfo riguardo a quanto affermato da Trump. (AGI, Eli 072038 APR 26).”
Mentre gli ammiratori italici della forza non riescono a spiegarne lontanamente il fine ultimo, se non invocando un nebuloso progresso, Thiel ha capito che il capitalismo, quello con la C maiuscola, non quello delle esenzioni fiscali, (ricchezza “trattenuta” l’ha superbamente definita papa Leone a Monaco) ha fallito dopo secoli interi la sua missione e che, nell’era utilitaristica ad uso immediato, lo spirito religioso coinvolge miliardi di persone, più di quante sono affascinate dall’immagine del potere capitalistico quale oggi si presenta .
Ma quale capitalismo?
La logica di co-azione della tecno finanza e tecno impresa con il cleptomane Trump (come definire altrimenti chi in qualità di Presidente ha moltiplicato più di tre volte il suo miliardario capitale privato? – avvenimento che sarà ricordato nei secoli a venire e mai successo nella storia americana-) è di ardua definizione, possibile soltanto mettendo in rilievo una interpretazione del capitalismo nell’epoca moderna si avvale di strumenti diversi ma tutti legati ad una logica di potenza.
La storia del capitalismo moderno ha superato tante fasi. Dalla manina invisibile di Adam Smith , a David Ricardo (le sue quattro teorie: valore-lavoro, rendita differenziale, vantaggi comparati per il commercio internazionale, equivalenza “ricardiana”- l’aumento della spesa pubblica finanziata in deficit non stimola l’economia-), alla ciclicità delle crisi provocate dalle contraddizioni interne del sistema fondato sullo sfruttamento del lavoro e la creazione di plusvalore (il profitto estratto dal lavoro operaio) di Karl Marx – in un’epoca tuttavia nella quale la spesa sociale non contava mediamente più dell’1,5% dei bilanci pubblici annuali-, al collegamento di Max Weber del capitalismo a fattori culturali, in particolare all’etica protestante, a John Maynard Keynes, che propose il regolamento dei mercati con interventi statali per prevenire , o superare, i collassi economici, fino alle sfide globali dello scorso fine secolo. Con la fine formale (scioglimento dell’URSS) dagli Stati Uniti partì il tentativo di rigenerare il sistema collegando mercato e produzioni in modo transnazionale.
Nella storia il capitalismo, neanche nelle sue pulsioni più liberticide, fino alla evoluzione “digitale” dei sistemi, mai ha teorizzato che fosse possibile etero gestire economia, profitto, sostenibilità accentuando la disuguaglianza intesa come divario crescente tra ricchi e poveri.
La sopraggiunta rivoluzione digitale ha colto di sorpresa i non addetti ai lavori che, invece, col controllo dei dati, hanno trasformato la vita quotidiana soprattutto nei paesi che si definiscono “occidentali”.
Il nuovo capitalismo digitale è, al momento, diffuso, strumentato, come le App. che luccicano in numero quotidianamente più alto sui nostri telefonini. Per vivere nell’attuale contesto noi tutti consegniamo la nostra identità e permettiamo ai “biscottini”, i cookies, di proliferare senza limite conosciuto, per di più faticando a disperdere i nostri dati e a memorizzare e/o nascondere improbabili password.
Il prossimo tecno capitalismo usando l’AI supererà il mondo delle App e invece di scegliere tra le App ci verrà offerto un pacchetto completo, la solita offerta da Padrino, quella che non si può rifiutare essendo costretti a vivere nella attuale “caverna”. Ci sarà offerto un piatto unico, cioè la possibilità di scegliere tra diversi sistemi unici e completi che utilizzando la AI elimineranno le App. Probabilmente resteranno tre o quattro sistemi completi e diversi fra loro. Si potrà cambiare? Immagino di sì, ma avendo lasciato a proprio rischio e pericolo tutti i propri dati ad un gruppo e riconsegnandosi ad un altro.
Cinesi ed americani si divideranno la cucina e sul menù, se non ci si pensa per tempo, ci saranno come sospetta il presidente Mark Carney (indaffarato assai a non far diventare il Canada 51° Stato dell’Unione) l’Unione Europea, il Canada, il Giappone, tanto per parlare soltanto dell’attuale G7.
Il passaggio dall’era TiKToK all’AI è delegata da Trump all’attuale capitalismo tecnologico, interessato a tre processi: le nuove monete: Stablecoin, Criptovalute, Mining e Bitcoin, nell’ambito del “Genius Act”, discusso nel 2025, che rappresenta una svolta normativa fondamentale, concepito per disciplinare il mercato delle stablecoin e ridurre il rischio regolatorio, favorendo l’ingresso di grandi capitali. Per riuscire nel suo intento la spinta USA sulle nuove monete digitali, per garantire la supremazia del dollaro nella finanza digitale, Trump ha sfidato sia l’euro digitale che lo yuan cinese. Da qui il primo grande affanno antieuropeo. La Cina ha risposto diffondendo l’uso dello yuan come moneta di scambio con i paesi soggetti ad economie emergenti e in via di sviluppo (EMDEs – Emerging Markets and Developing Economies).
L’altro grande tema che appassiona il presidente Trump (assopitosi nel tempo il piacere di frequentare galantuomini alla Jeffrey Epstein, come raccontano i files che sono costati pochi giorni fa il posto alla segretaria alla Giustizia, Pam Bondi) è il petrolio. Gli USA sono autosufficienti nel petrolio ma non sono in grado di esportarne molto, come invece fanno con il gas liquefatto. L’Europa è il principale cliente del GNL statunitense, specialmente dopo la riduzione delle importazioni di gas russo. Nel 2024, il GNL americano ha coperto circa il 45% delle importazioni via nave in Europa.
Il boom delle esportazioni è legato allo sfruttamento dello shale gas (gas di scisto) tramite la tecnica del fracking. L’UE deve, specialmente a causa della crisi energetica provocata dal conflitto mediorientale e per mantenere la sua solidarietà all’Ucraina, aumentare ulteriormente l’importazione di gas statunitense per garantire la sicurezza energetica.
“Fare soldi col petrolio”, “Diventare molto ricchi col petrolio” ha dichiarato anche il lunedì di Pasqua nella lunga conferenza stampa Trump alla “Easter Egg Roll”. Una volta, tradizionalmente, la festa era per i bambini, invitati – certamente non a caso- a trovare uova colorate nel giardino della Casa Bianca, con foto opportunity di immagine familiare per la stampa. Da ieri è divenuta l’occasione per prendere la scena sulla guerra in corso, pronunciare oscene violenze verbali, oscurare la straordinaria impresa degli astronauti e di Artemis II, mentre suo figlio, Donald Trump Jr, anticipava di tre giorni il suo arrivo in Bosnia-Erzegovina per introdurre potenziali investitori (ANSA del 6 aprile, ore 19,36) sollecitati dalla azienda di famiglia che lui rappresenta. Ai dirigenti della Bosnia -Erzegovina, in particolare all’ex presidente Milorad Dodik sono state revocate dagli USA le sanzioni cui erano soggetti. Il figlio di Milorad Dodik, Igor, assieme all’uomo d’affari israelo-americano Matan Adelson, figlio di Miriam Adelson, ha “finanziato la campagna elettorale dell’attuale presidente degli Stati Uniti con ingenti donazioni” (ANSA già citata).
A parte le valutazioni che ciascuno pensa di dare sugli episodi che quotidianamente la Casa Bianca mette agli occhi e nelle orecchie di tutto il mondo, resta il fatto che fare tanti soldi senza aver petrolio da vendere è impresa ardua senza andare a prendere quello degli altri e venderlo come proprio, in stile Venezuela.
Ovviamente i paesi importatori di petrolio, come gli europei, ad esclusione della Norvegia ed in parte del Regno Unito, difficilmente hanno sentito la guerra israelo-americana come loro guerra. A questo proposito mi sembra opportuno valutare positivamente il viaggio della presidente Meloni negli emirati e nel Golfo. È una chiara indicazione di priorità degli interessi italiani, coincidenti con quelli europei, attorno agli approvvigionamenti. La politica estera deve essere una riserva politica degli interessi generali nell’ambito dei binari costituzionali. Criticare sempre e comunque per trovare una artificiale unitarietà nel “no”, a prescindere dal necessario e faticoso lavoro di programma comune che ogni coalizione deve svolgere, rischia di privare l’Italia della necessaria autorevolezza.
Le sorti della guerra non sono andate come Trump sperava. È successo quello che i vertici militari e dell’intelligence avevano fatto sapere ai loro diretti superiori. L’America First è diventata l’America sola con Israele, che comunque combatte una sua guerra ed ha, a differenza degli USA, obiettivi chiari, definiti e pubblici. L’enorme spesa della guerra preventivata (200 miliardi di &) si sta consumando. La guerra si è trasformata, non è più garantita dalla quantità dei mezzi e, nel caso specifico dalla loro qualità soprattutto aerea. L’Ucraina , che è divenuta la maggiore potenza militare europea, ha , qualunque sia il risultato finale, battuto la Russia perché nonostante la capacità di infiltrazione e di corruzione del Cremlino la guerra ibrida, combattuta coi droni- di tanti tipi- con mezzi marittimi veloci e piccoli, con la solidarietà eroica nel dramma del popolo, con l’uso parco e attento del poco a disposizione è costata ai russi, secondo il CSIS (Center for Strategic and International Studies) ed altri accreditati centri di analisi e ricerca, 325.000 morti su un
totale di 1,2 milioni di perdite, comprensivi di feriti e dispersi. Le perdite russe sul campo sono, aggiunge il CSIS, “significativamente superiori a quelle ucraine, con un rapporto di circa 2,5:1 o 2:1.”.
Un motivo sufficiente per Putin di continuare a combattere, demotivare la solidarietà europea all’Ucraina, riarmare e riaddestrare alla nuova guerra ibrida e cyber le sue forze armate per minacciare gli unici che possono pagare, non certamente i cinesi, ma gli europei.
L’Iran ha dimostrato che pur avendo subito distruzioni enormi, l’assassinio di parte importante del gruppo teocratico al potere (violento e assassino nei confronti del dissenso interno, minaccioso per l’esistenza di Israele, finanziatore e complice di Hezbollah ed Houthi, nonché di movimenti islamisti e terroristi) conserva una maggioranza di consenso popolare. L’Iran per la sua conformazione geografica, la sua estensione, il numero di abitanti è stata in grado di bloccare la macchina americana, quanto basta per rassicurare la Cina- che guadagna politicamente dal conflitto gli Stati Uniti devono mettere in conto una loro non reazione ad un eventuale attacco a Taiwan. Una incursione che dopo l’infausta avventura iraniana appare più probabile e meno lontana nel tempo.
La Cina, col suo capitalismo di Stato, ha dimostrato che anche il capitalismo digitale americano può essere superato.
Il super ricco Elon Musk con la Tesla – che da sola rappresenta il 40% del valore degli investimenti produttivi del tecno imprenditore- è la dimostrazione vivente della marcia indietro rispetto alla modernizzazione ed alla ricerca. La concentrazione della ricchezza personale a scapito del capitalismo diffuso ha accompagnato non soltanto la discesa e la fermata per manutenzione dell’ascensore sociale ma anche dell’industria manifatturiera ed alla fine della ricerca, negli USA ben più che in Europa. La diminuzione costante di vendite della Tesla è dovuta alla competizione non soltanto sul prezzo ma anche sulla qualità e la diversificazione di marchi differenti, di impianti non più soltanto di semplice assemblaggio, specialmente in Europa, di ricerca avanzata. La Cina impone un modello di vita che non è compatibile con la storia europea ed ha una capacità di infiltrazione “dolce” meno evidente di quella russa e meno pervicace di quella americana, ma è una concorrente spietata e l‘Europa ne ha preso bene le misure, coi suoi accordi con India ed Australia.
L’America di Trump è obbligatoriamente antieuropea perché le politiche green allontanano e diminuiscono le entrate possibili dal gas e dal petrolio. Perché si sta allontanando il disegno di pretendere denaro con dazi inappropriati e costosi per i cittadini statunitensi. Perché la NATO, nata per un progetto politico USA-Europa, è stata logorata nel progetto dagli Stati Uniti ben prima di Obama – con la sola esclusione del vituperato Biden-ed è diventata una alleanza militare conveniente agli stati europei che non sono ancora in grado di produrre la quantità e la qualità necessaria degli armamenti e non hanno eserciti forniti delle dimensioni e della preparazione necessaria. Ma è conveniente anche agli Stati Uniti, ed agli interessi personali della famiglia Trump, restare praticamente in modo gratuito nelle basi militari europee. Meno che in Francia, ma questa è un’altra lunga storia.
È possibile non cadere nella trappola senza uscita di guerra o pace?
La pace non è certamente un sogno e non è neppure una prerogativa esclusivamente cattolica e cristiana.
Il 25 marzo scorso ho, con forte emozione, assistito alla intitolazione di una strada all’interno di Villa Ada a Roma di Mario Zagari socialista, partigiano, giurista, parlamentare nazionale dalla Costituente e parlamentare europeo nelle prime due legislature. Collaboratore di Nenni in qualità di sottosegretario agli Affari Esteri nel primo centro-sinistra, più volte ministro, era l’antesignano “europeista” dei socialisti; fu il parlamentare che collaborò nella Costituente alla formazione del testo dell’articolo 11:” L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: consente, in condizione di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Lo storico Antonio Tedesco, che ha pronunciato nella cerimonia di intitolazione l’elogio delle qualità e dei meriti di Zagari, ha puntualmente elencato come il parlamentare socialista influì nella redazione specialmente sul termine “ripudio”, sul collegamento alle limitazioni di sovranità per la pace e la giustizia. Per i socialisti e per la Costituzione l’hegeliano orologio della storia misura il tempo della vita ed assicura nel e col diritto le controversie internazionali.
Il ripudio della guerra come strumento di offesa non significa mancare alla difesa, all’obbligo di esercitare prioritariamente mezzi pacifici e diplomatici.
Proteggersi significa essere preparati convenientemente ed efficacemente ed è alla fine meno costoso di quanto costano già adesso le guerre altrui.
Tanto per cominciare pensiamo che la UE non è gli Stati Uniti e la formula giuridica della sua unità politica si svilupperà attorno a forme inedite di federalismo che, pragmaticamente ed in forma funzionale, si sono a poco a poco solidificate nel corso degli ultimi settant’anni e continueranno a cementarsi. Il desiderio di ritornare nella UE del Regno Unito troverà compimento soltanto con una revisione dei Trattati e questo imporrà l’auspicata revisione del voto unanime su temi fondanti di politica economica ed estera che rallentano molto l’unità politica, di bilancio e di difesa.
Pace è parola grossa e di molteplici significati. Nelle Chiese i cristiani si scambiano promesse di Pace riferendosi non a guerre ed ostilità ma alla promessa dell’amore in comunione con Cristo.
Nel mondo che viviamo e per la storia che l’umanità ha vissuto il concetto di valore della pace in sé e per sé, cioè come bene assoluto contrapposto alla guerra come male assoluto, appare un concetto debole. Non tutte le guerre sono ingiuste, non sempre sono un disvalore, ma se non sono valori assoluti o intriseci, per conseguenza – in base al principio che il valore del mezzo dipende dal valore del fine- la pace è buona quando il risultato che ne scaturisce è buono e di converso la guerra può essere buone se il fine cui tende è buono.
La storia ci ha insegnato che esistono due modi per giustificare la guerra, non disapprovandola, quando risponde alla violazione del diritto stabilito, cioè come sanzione ultima in base al principio “vim vi repellere licet”, per cui la guerra è giusta per eccellenza quando è di difesa ed è ingiusta quando è di aggressione o quando è mossa per instaurare un diritto nuovo, come atto creativo, fonte di un diritto “ex facto oritur ius”. In fin dei conti, semplificando, distinguere una pace giusta da una pace ingiusta si basa su un principio uguale a quello della legittima difesa che è tale, ovvero legittima, quando è proporzionata all’offesa; è il principio della giustizia correttiva che impone proporzionalità tra delitto e castigo, tra trasgressione e riparazione. Ingiusta una pace che impone ai vinti un castigo, una riparazione, una perdita di territorio, dettati dallo spirito di vendetta e non dal principio di ristabilire un ordine violato. Prima che il diritto, che c’è ed è chiaro, è la coscienza che ci impone di considerare disonorati gli eserciti che eseguono delitti, e non operazioni belliche, contro civili, infrastrutture, ospedali, bambini o affamano popolazioni o impongono esodi dai territori appropiati.
La guerra persa da Trump è stata vinta da chi ha creduto che fosse giusto non partecipare, a cominciare dall’Europa, da chi fosse necessario operare per riattivare la diplomazia, la Santa Sede, la Cina ed ancora l’Europa. Tuttavia, appare chiaro che i colpi inflitti alle Nazioni Unite rendono urgente coinvolgere, magari attraverso il G20 allargato, le nazioni più rilevanti per la ridefinizione più che dei principi dei metodi di azione di un nuovo multilateralismo. Senza arrendersi dinanzi alle evidenti difficoltà.
Nonostante lo scornacchiare antieuropeo sostenuto, anche in questa ultima drammatica crisi, dalla guerra ibrida di tanti (russi e poco raccomandabili alleati interni ed esterni agli stati membri), l’Europa, allargata al Regno Unito ed all’Ucraina, ha dimostrato di essere presente e di contare.
Un monito ai sovranisti che pensano che a Bruxelles e a Francoforte esistano soltanto due bancomat, a volte malfunzionanti.


