
L’Europa sta attraversando una stagione di profonde trasformazioni, segnata da crisi geopolitiche, tensioni economiche e nuove sfide globali. In questo contesto, due eventi apparentemente distinti – la netta sconfitta di Viktor Orbán e le difficoltà strutturali emerse dopo la Brexit – rappresentano, in realtà, segnali convergenti di un ritorno di centralità del progetto europeo. Non si tratta di trionfalismi, ma della presa d’atto che le scorciatoie sovraniste e le ambiguità strategiche hanno mostrato tutti i loro limiti.
Il declino del modello Orbán
Per oltre un decennio, Viktor Orbán ha incarnato il paradigma della “democrazia illiberale” nel cuore dell’Europa. Un modello fondato su un uso spregiudicato del consenso, sulla compressione degli spazi democratici e su una retorica costantemente ostile alle istituzioni europee. A ciò si è aggiunta una postura ambigua, quando non apertamente filorussa, soprattutto nel contesto della guerra in Ucraina. Eppure, questo modello è stato sonoramente bocciato dagli elettori. L’Ungheria di Orban si è sempre più isolata all’interno dell’Unione; ha boicottato quasi tutti gli atti intrapresi per sostenere il popolo ucraino in questa guerra di aggressione della Russia. È stata oggetto di diverse procedure per violazione dello Stato di diritto e, per questo, privata di importanti fondi europei. L’illusione di poter beneficiare dei vantaggi economici dell’UE senza condividerne i valori fondamentali si è rivelata insostenibile. Orbán ha giocato una partita rischiosa, cercando di porsi come ponte tra Bruxelles e Mosca, ma finendo per indebolire la posizione del suo stesso Paese. E per questo è stato sonoramente sconfitto.
La Brexit: una promessa tradita
Sull’altro fronte, quello britannico, ricordiamo a noi stessi che quando il Regno Unito decise di uscire dall’Unione Europea nel 2016, la Brexit fu presentata come l’inizio di una nuova stagione di sovranità, prosperità e libertà economica. A distanza di anni, il bilancio appare ben diverso. Il Regno Unito ha sperimentato un rallentamento della crescita, difficoltà negli scambi commerciali e una perdita di influenza politica sullo scenario europeo e globale. Le tensioni interne, dalla questione scozzese a quella nordirlandese, si sono acuite, dimostrando quanto fragile fosse l’equilibrio su cui poggiava il progetto britannico post-europeo. Ma il dato più significativo è forse il mutamento del clima politico interno. Sempre più settori dell’opinione pubblica e della classe dirigente britannica riconoscono che la Brexit non ha mantenuto le promesse iniziali. In questo contesto si inserisce il dibattito promosso dal nuovo Primo Ministro Keir Starmer che – pur con prudenza – ha riaperto la riflessione sul rapporto tra Londra e Bruxelles. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, Starmer starebbe valutando perfino l’ipotesi di strumenti legislativi straordinari per riallineare il Regno Unito al quadro normativo europeo. Un’ipotesi che richiama addirittura i “poteri di Enrico VIII”, ossia la possibilità di utilizzare una legge del 1539 che permette all’esecutivo di prendere decisioni, per decreto e nell’esclusivo interesse della nazione, senza dover passare né per un referendum né in Parlamento. L’iniziativa, come riporta il sito Dagospia, verrebbe adottata nell’ambito del “riallineamento dinamico” con le norme della UE in materia di commercio, attualmente al vaglio di un negoziato con Bruxelles. Al di là della suggestione storica, ciò che emerge è la difficoltà politica di affrontare apertamente il tema di un possibile riavvicinamento all’Unione.
Il ricorso a strumenti eccezionali sarebbe il segno di una contraddizione irrisolta: riconoscere il fallimento della Brexit senza avere ancora il consenso necessario per rimetterla formalmente in discussione. È il paradosso di una sovranità riconquistata solo sulla carta, ma sempre più compressa dalla realtà economica e geopolitica.
Verso gli Stati Uniti d’Europa
Per farla breve, tanto il declino del modello Orbán, quanto il fallimento della Brexit non sono episodi isolati, ma segnali di una tendenza più ampia: l’Europa, pur tra contraddizioni e lentezze, resta l’unico spazio politico in grado di garantire stabilità, diritti e prospettive di sviluppo. I padri fondatori – da De Gasperi a Schuman, fino a Konrad Adenauer avevano intuito che l’integrazione non doveva essere solo un progetto economico, ma una necessità storica per un continente segnato da conflitti e divisioni. Oggi quella intuizione torna con forza.
Chi immagina un’Europa frammentata, ripiegata su egoismi nazionali o attratta da modelli autoritari esterni, si scontra con la realtà dei fatti. Al contrario, cresce la consapevolezza che solo un’Europa più unita, più politica e più federale possa affrontare le sfide del nostro tempo: dalla sicurezza energetica alla difesa comune, dalla transizione ecologica alla competizione globale. In questo senso, la disfatta di Orbán e il fallimento della Brexit rappresentano due lezioni fondamentali. Non due sconfitte da celebrare, ma due errori da cui imparare. Perché il futuro dell’Europa non può essere nel ritorno ai nazionalismi, ma nella costruzione, purtroppo ancora incompiuta, degli Stati Uniti d’Europa.


