Bambini reclusi. Continua il dramma umano di queste situazioni familiari ai limiti del senso civico e umano, inaccettabili per una società che voglia dirsi civile.
“È diritto della madre poter tenere i figli con sé fino all’età di tre anni”. Lo stabilisce l’ordinamento penitenziario. Ovviamente, i bambini, in linea di principio, non dovrebbero vivere nelle celle tradizionali, ma negli ICAM, Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri, strutture ripensate per essere – un minimo! – a misura di mamma e bambino. Ma non basta. La tristezza per un concetto di restrizione, o di un amore che per potersi manifestare deve stare sotto controllo, è comunque terribile. Ma tant’è. Se il reato è stato fatto, bisogna pagare. Ovvio. Ma le alternative, sono tante, e troppo spesso non considerate nel modo giusto, o evitate a causa della burocrazia. Senza contare che gli ICAM, in Italia, sono presenti solo in cinque città – Torino (complesso Le Vallette), Milano (un distacco di San Vittore), Venezia (sull’isola della Giudecca), Cagliari (nella località di Senorbi), e a Lauro (in provincia di Avellino). E se non è ICAM, e non vengono concessi i domiciliari? Forse – diciamo forse – arrivano le Case-famiglia. Ma non per tutti.
Come vivono i bambini in carcere con le madri?
L’idea, o piuttosto il “tentativo”, è quello di far vivere a questi bambini una vita il più possibile “normale”: a seconda del tipo di struttura, che sia un ICAM o un carcere tradizionale, i bambini possono uscire spesso per frequentare asili nido o scuole all’esterno, accompagnati ovviamente da educatori o dal personale; inoltre, hanno a disposizione aree gioco fornite di giocattoli, giardini o strutture ludiche dove possono passare tempo con le madri e interagire con loro o con altri bambini. Per fortuna il tempo libero di questi bambini è arricchito dall’intervento esterno di volontari, ma le cose non si risolvono così facilmente, pur essendo questi interventi assolutamente preziosi.
La soluzione più facile: la detenzione domiciliare. Ma non è così “facile”
Ma se è vero che la legge, nell’insieme, riconosce il diritto a madre e bambino, di vivere insieme, anche e soprattutto ricorrendo alla soluzione della detenzione domiciliare, è anche vero che nel recente “Decreto sicurezza” sono state introdotte modifiche importanti, che hanno reso questa soluzione altamente dipendente dalla discrezione del Giudice. Ed è un tema troppo umano e delicato per essere delegato ad una burocrazia: non si tratta solo di essere umani, ma di esseri umani assolutamente innocenti. Si tratta di bambini. Come i nostri, se qualche lettore si può riconoscere come genitore. E nessun bambino nasce di “serie A” o di “serie B”, né quando viene al mondo sceglie di avere una “buona famiglia”, o una “cattiva”. Virgoletto, sì: perché queste definizioni sono vuote e banali, se parliamo di valore umano. Ho visto molte “buone famiglie” essere assenti a livello emotivo, e viceversa molte “cattive famiglie”, nel senso di legate ad attività purtroppo illecite, provare ad essere presenti e amorevoli con i propri figli. Magari sbagliando visione di vita, sicuramente, ma provando a stare vicini ai propri figli. Magari compiendo quel reato nella disperata e distorta percezione di fare qualcosa in più per la propria famiglia. E lì scatterebbe l’aiuto a riprendere una strada giusta, lì dovrebbe scattare la “solidarietà sociale”, che sia targata di cristianesimo macchiato di destra o di diritti civili e costituzionali impugnati con orgoglio dalla sinistra, o entrambe le cose. Ma la società è inflessibile. È che se sbagli, e non si vede, puoi ancora essere “bravo”. Ma se sbagli, e “si vede”, allora sei da buttare via. Insieme alle chiavi della tua cella.
Vi “restituisco alla libertà”
Nel settembre del 2018 accadde un fatto gravissimo e assolutamente destabilizzante: una madre detenuta arrivò ad uccidere i suoi due figli per “restituirli alla libertà”, così disse, in un delirio di protezione direzionato nella direzione sbagliata. In seguito a questo evento ci fu molto “rumore” del momento, e in effetti il numero dei bambini ristretti insieme alle madri andò riducendosi; ma, ad esempio, a fine febbraio del 2020, prima del Covid, i bambini al seguito delle madri detenute erano 59, per poi passare nel maggio 2020, a fine emergenza, a 34. La cosa aveva quindi rivelato che la reale causa di una diminuzione del fenomeno fosse da ascrivere più alla generale diminuzione del numero dei detenuti, piuttosto che al progressivo ricercare soluzioni al riguardo di questa questione specifica; e in effetti nel luglio 2020 il numero dei minori ristretti insieme alle madri tornò a salire. La cosa più grave, poi, è che per la maggior parte questi bambini ristretti insieme alle madri si trovano, come già detto, nelle strutture carcerarie per madri detenute, non sempre negli Icam: perché queste strutture, come abbiamo visto, sono presenti ancora in troppe poche città. Ad oggi, la situazione sembra voler tornare su situazione di emergenza, un’emergenza frutto di una politica ottusa e inumana, che vede nella reclusione l’unica soluzione all’espiazione di reati, in realtà negando così quasi sempre la possibilità di un reale reinserimento sociale e gravando, tra l’altro, troppo spesso sui più innocenti. Dati che sembrano contenuti, ma sono gravissimi: nell’ultimo anno i bambini reclusi sono passati da 11 a ben 26, sembrano cifre basse, ma sono in realtà importantissime. Ogni bambino, è un’anima innocente e indifesa che respira l’aria pesante di un penitenziario. Dove sta la nostra umanità, la nostra capacità di trovare soluzioni umane e realmente risolutive, in un’ottica di recupero del percorso di vita del detenuto? Certe soluzioni ci sembrano ispirate solo a principi punitivi, che invece dovrebbero essere del tutto estranei al nostro ordinamento costituzionale.
Gli ostacoli burocratici ed economici
Il problema, in fondo, è trovare modo di poter ovviare alle esigenze cautelari in una struttura adatta: perché quando questo non può risolversi con una detenzione domiciliare, il legislatore ricorre alla soluzione risalente al 2011, ovvero la “restrizione” in case famiglie protette. Dobbiamo però tristemente constatare che l’ostacolo principale alla diffusione di queste strutture è quello prettamente economico, perché costi e oneri vanno a gravare su enti locali se non su privati: ma allora quale soluzione adottare? Possiamo ancora tollerare che per “cavilli burocratici” dei bambini trascorrano la loro infanzia in strutture tristi e spesso, diciamolo, malsane non solo dal punto di vista emotivo, ma anche fisico? Dove non hanno accesso libero al sole, all’aria, ai giochi spensierati come tutti? Quando basterebbe forse stanziare fondi per apparecchi elettronici che controllino la localizzazione della madre in regime di detenzione domiciliare e permettere così a questi bambini di andare a scuola serenamente, di vivere con la mamma, ma anche con eventuali nonni, cugini, parenti? Di poter vedere i propri amichetti nella normalità del tempo libero? A questo ci pensano, i “grandi della legge”? Possibile siano tutti senza figli? O forse pensano che anche i bambini abbiano peso specifico diverso in base all”estrazione familiare? È ovvio che poi, crescendo, questi bambini possano facilmente diventare ragazzi e ragazze inquiete, andando a ripercorrere a volte le strade sbagliate dei genitori, per rabbia. Mentre il mondo “correct” da fuori dice che è perché “erano già figli di “colpevoli”. Mentre i veri colpevoli siamo noi, quando ci giriamo dall’altra parte senza curarci di queste questioni umane gravissime. E, banalmente, senza considerare che a livello sociale crescere bambini e ragazzi in situazioni di disagio emotivo non aiuta a limitare i casi di aderenza a stili di vita sbagliati.
“Homo sum: humani nihil a me alienum puto” – P. Terenzio Afro
“Homo sum: humani nihil a me alienum puto”: sono un uomo, non ritengo nulla di umano estraneo a me. Non è per fare sfoggio di erudizione, ma per ricordarci che certe cose, certi sentimenti, certi modi di “essere umani” ci sono connaturati nella nostra storia di uomini e donne, nel nostro senso di umanità, nel nostro cuore. Il commediografo latino Publio Terenzio Afro metteva in bocca ad uno dei suoi personaggi questa frase stupenda, facendola diventare inconsapevolmente una delle massime più profonde della nostra cultura. Un uomo che si interessa del dolore di un altro uomo: un sentimento di empatia stupendo e prezioso. Un uomo che “non si fa i fatti suoi”, ma vuole sapere perché l’altro soffre. Publio Terenzio Afro, secondo secolo avanti Cristo. In effetti, già a suo tempo, Terenzio era forse un po’ più scomodo del collega Plauto, che faceva ridere senza troppo impegno cognitivo. E oggi? Continuiamo forse a stare dalla parte di “Plauto”, e non di “Terenzio”. Quel che è brutto, scomodo, impegnativo, preferiamo evitarlo. Girare la testa. Dire “non è colpa mia”, come diceva Vasco Rossi in uno dei suoi brani più iconici – anche lui prima offeso, poi, solo una volta consacrato dal successo, osannato – ovvero “Gli spari sopra”. “Se siete quelli comodi, che state bene voi. (..) se siete ipocriti, abili, non siete mai colpevoli, se non state mai coi debol e avete buoni stomaci, sorridete. (..) e se per sopravvivere qualunque porcheria, lasciate che succeda e dite “non è colpa mia!” sorridete. gli spari sopra. sono per noi”. E Vasco Rossi, da cantautore critico del sociale quale è sempre stato in modo più o meno scomodo, e che in quanto tale andiamo a citare, intendeva apostrofare tutta quella gente che riesce a pulirsi la coscienza senza fare nulla per aiutare i deboli, anzi, scrollandosi tutto dicendo “non è colpa mia”; e quindi gli “spari”, i colpi, metaforicamente, continuano ad essere per noi, che – magari saremo in pochi – invece non ci giriamo dall’altra parte. O almeno, non vorremmo. Attenzione: la tentazione di farlo, per tutti noi, è sempre molto forte.
Ma le soluzioni? Sono “chimere”, o sarebbero fattibili, solo volendolo?
Secondo noi, le soluzioni ci sono, e sarebbero assolutamente fattibili. Basterebbe una serie volontà. E vi spiego perché. Il nostro ordinamento prevede già molti percorsi alternativi per le madri con figli piccoli, dalla detenzione domiciliare agli Istituti con Custodia Attenuata. Basterebbe impegnarsi a concentrare spese e fondi su queste soluzioni, magari aiutati e spinti da un’opinione pubblica un po’ più sensibilizzata, che se proprio non riesce ad avere compassione per queste madri, forse lo farà per questi bambini innocenti. Allora ecco: spostiamo i costi dalle carceri, tra l’altro sovraffollate, e destiniamoli alla costruzione e al rafforzamento di strutture esterne, adoperiamoci per percorsi educativi da affiancare alla tutela dei bambini, e soprattutto cominciamo a credere nel futuro di questi bambini: e, insieme a loro, nel futuro di queste mamme.
Perché una mamma che guarda negli occhi il suo bambino, in un ambiente sereno, ha già trovato la sua strada di “redenzione”, e forse anche messo un piede stabile nel futuro: il suo, e quello del suo bambino.


