Sono una psicologa con venticinque anni di esperienza e affianco all’insegnamento la pratica professionale delle consulenze psicologiche. Tutta la mia formazione, prima universitaria e poi di dottorato, è legata alla psicologia. Tuttavia, durante gli studi non ho approfondito la psicologia militare, né materie affini. Fino al 2014 era così per gran parte della psicologia ucraina. Poi la guerra ha iniziato lentamente e insidiosamente a insinuarsi nei nostri territori…
Vivo e lavoro nell’Ucraina occidentale, la regione più vicina all’Unione europea. Dal 2014 alcuni uomini della nostra zona iniziarono a combattere nell’Est del Paese, nell’ambito di quella che allora veniva chiamata «operazione antiterrorismo». Eppure, in quegli anni, come gran parte della popolazione ucraina, parlavo ancora poco della guerra e delle sue conseguenze.
Ricordo una conversazione con un mio parente che aveva partecipato all’«ATO». Gli chiesi: «Secondo te, quando finirà?». Non dimenticherò mai il suo sguardo adirato e la risposta netta: «Non chiedere mai a un militare quando finirà la guerra…».
Anche io, psicologa qualificata, non conoscevo ancora le regole fondamentali della comunicazione con militari e veterani. All’epoca gran parte degli psicologi ucraini non riceveva una formazione specifica e noi stessi raramente cercavamo informazioni in modo mirato.
Otto anni dopo, però, nelle nostre vite irruppe il febbraio del 2022, con l’inizio della guerra su vasta scala. Nei primi giorni rimasi come paralizzata, quella che gli studiosi definiscono la reazione di «freezing», una delle tre risposte tipiche allo stress insieme a «fight» e «flight». Più che psicologa, in quel momento ero la madre di due figlie minorenni, di otto e undici anni.
Per alcuni mesi le lezioni furono sospese. Con i colleghi ci sentivamo soprattutto per chiederci: «Come stai?», condividendo paure e modi di affrontare quel difficile periodo.
È difficile dire quando ripresi davvero la mia attività professionale: fu un processo graduale. Ricordo però la mia prima lezione pratica online con gli studenti della magistrale in Psicologia. Era l’inizio di aprile, subito dopo che tutto il Paese e il mondo avevano appreso delle atrocità commesse dai militari russi a Buča. Lo shock fu tale da provocare perfino dolore fisico. Iniziai la lezione senza sapere da dove cominciare: un semplice «Buongiorno» non bastava.

Fu la rappresentante del corso a prendere spontaneamente la parola e a scoppiare in lacrime. Era il pianto incontenibile di una giovane madre smarrita. Tra le lacrime disse: «E se fossero arrivati fin qui? Se avessero fatto lo stesso a me, a mia madre, a mia figlia? Come si può sopravvivere a tutto questo?».
Da quel momento, mentre tutti iniziammo a parlare e a sostenerci a vicenda, compresi profondamente quale fosse la mia missione di psicologa in tempo di guerra.
Quasi un anno dopo, durante la cerimonia di consegna delle lauree, quella studentessa ricordò proprio quella lezione e, a nome dell’intero gruppo, mi ringraziò sinceramente. Capii però che avevo ancora bisogno di nuove conoscenze e di maggiore esperienza.
Fin dalle prime settimane della guerra su vasta scala ebbi molte occasioni per riflettere e sperimentare nuovi metodi di assistenza psicologica. Mi aiutò molto il contatto con gli sfollati provenienti dall’Est e da altri territori temporaneamente occupati. Tra loro vi erano anche psicologi che, già dal 2014, avevano conosciuto direttamente gli effetti della guerra sulla psiche.
Nella primavera del 2022 ospitai nella mia casa tredici persone di cinque famiglie, provenienti da Kharkiv, Kherson e Kyiv. Con loro sperimentai modalità di comunicazione psicologicamente corrette in tempo di guerra. Trascorrevamo insieme gli allarmi nei corridoi, intrecciavamo reti mimetiche per i militari, ci raccontavamo le nostre storie e tenemmo anche alcune lezioni online per i miei studenti.

Un’esperienza particolarmente intensa, umana e professionale, fu prestare il primo sostegno psicologico d’emergenza ai militari ucraini. Spesso non bastavano le regole appena apprese: bisognava muoversi su un terreno ancora sconosciuto.
Non dimenticherò una telefonata notturna di un conoscente dalla zona dei combattimenti. Aveva una reazione acuta dopo aver dovuto recuperare per la prima volta in auto due «caduti», come vengono chiamati nel gergo militare. Ciò che ascoltai e poi vidi nelle foto mi sconvolse e, in parte, fui travolta dal suo stato emotivo. Avevo però un obiettivo chiaro: aiutarlo a uscire dalla crisi, e fortunatamente ci riuscii. In seguito, però, per alcune notti dormii male.
Per questo iniziai a cercare altre informazioni e a ricevere supervisione da psicologi più esperti. Ciò mi aiutò, in seguito, a proteggere meglio anche la mia salute mentale.
Nel frattempo ripresero le lezioni all’Università Nazionale Pedagogica di Ternopil, dove lavoro, guidata dal carismatico rettore, il professor Bohdan Buiak. Fu inoltre creato un centro di volontariato aperto a tutti. Io, vivendo a settanta chilometri dall’università, svolgevo attività di volontariato nella mia città.
Erano i primi mesi della guerra su vasta scala: un periodo di grandi speranze, entusiasmo e fiducia nella sua rapida conclusione. Ma lentamente arrivò la stanchezza cronica. Come è noto, il fenomeno del burnout fu studiato inizialmente proprio tra i volontari. In Ucraina, se non l’intero Paese, almeno una sua grande parte divenne una comunità di volontari, con opportunità ma anche rischi che richiedevano attenzione psicologica.
Per questo, insieme alla professoressa Oksana Kikinezhdi, partecipai a un progetto polacco-ucraino di sostegno ai volontari. Nel 2023-2024 organizzammo, con i nostri partner, una serie di workshop e corsi di formazione, in presenza e online, per centinaia di volontari ucraini. I riscontri ricevuti confermarono quanto questo lavoro fosse necessario.

Nel complesso, tutti i colleghi dei due Dipartimenti di Psicologia dell’Università parteciparono attivamente al sostegno psicologico delle diverse categorie di persone in difficoltà.
Nello stesso anno dell’inizio della guerra su vasta scala iniziai a insegnare anche presso un’altra università ucraina: l’Università Nazionale «Zaporizhzhia Politecnica». A causa della vicinanza alla linea del fronte, ancora oggi la didattica si svolge esclusivamente online, anche se molti studenti continuano a vivere a Zaporizhzhia. La regione di Zaporizhzhia è la culla del cosacchismo ucraino, fenomeno delle guerre di liberazione del popolo ucraino nei secoli XVI-XVII. Oggi è nuovamente uno degli epicentri dei combattimenti in Ucraina.
In questi anni il contatto con migliaia di studenti provenienti da diverse regioni del Paese mi ha permesso, come a molti altri docenti, di comprendere più a fondo i principi fondamentali del sostegno psicologico alla popolazione in tempo di guerra.
Mi permetto di riassumerli in tre punti:
- non stimolare né sollecitare una persona a raccontare ciò che ha vissuto; se però inizia spontaneamente a farlo, non interromperla né sminuire la sua esperienza;
- ascoltare e accogliere senza alcun giudizio, qualunque esperienza abbia vissuto e in qualunque modo la racconti;
- non dare consigli non richiesti e non dire «capisco», soprattutto se non si è vissuta un’esperienza analoga.
La guerra ha portato nella nostra vita nuove realtà e nuovi termini. Accanto a noi vivono oggi sfollati, militari e veterani, persone con ferite visibili o invisibili, in sedia a rotelle o con protesi, madri, mogli, figli e sorelle di militari vivi, caduti o dispersi. Ognuno di loro ha la propria storia e le proprie caratteristiche. Anche persone accomunate dalla stessa esperienza tragica, come le vedove dei difensori caduti o chi ha perso la propria casa, possono vivere e interpretare ciò che è accaduto in modo diverso. Per questo il sostegno psicologico deve sempre adattarsi alla persona.
Un’importante esperienza professionale nasce anche dalla collaborazione con diverse organizzazioni della società civile. Dal 2018 faccio parte dell’Associazione Ucraina di Psicologia, che negli ultimi anni si è sviluppata rapidamente. Il suo presidente, il professor Ivan Danyliuk, preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Nazionale Taras Shevchenko di Kyiv, vanta una lunga esperienza di collaborazione con i militari e i veterani delle Forze Armate ucraine.
Nel maggio di quest’anno l’Associazione ha organizzato il Forum strategico nazionale degli psicologi. In base alla risoluzione approvata, continueremo a impegnarci per offrire il necessario sostegno psicologico alla popolazione ucraina e a condividere questa esperienza in Ucraina e all’estero.

I progetti sono molti e chiediamo solo a Dio e a tutte le persone di buona volontà di continuare a sostenerci. Siamo sinceramente grati ai nostri amici, colleghi e conoscenti all’estero, a tutti i cittadini dell’Unione europea e degli altri Paesi democratici che ci sono vicini. Apprezziamo ogni forma di sostegno e confidiamo che presto, in un’Ucraina finalmente in pace, potremo dedicarci a nuove e attuali sfide professionali.


