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    Home»Sviluppo sostenibile»Cambiamenti climatici e ambientali e disuguaglianze: forse è necessaria un’Antropausa all’Antropocene
    Sviluppo sostenibile

    Cambiamenti climatici e ambientali e disuguaglianze: forse è necessaria un’Antropausa all’Antropocene

    Gianfranco BolognaDi Gianfranco BolognaOttobre 12, 202629 VisualizzazioniLettura 16 min.
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    cambiamenti climatici disuguaglianze
    cambiamenti climatici disuguaglianze
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    2025, novembre, ha luogo la riunione del G20 a Johannesburg in Sud Africa, si tratta del primo G20 nel continente africano. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha boicottato l’evento e non ha inviato alcun rappresentante del governo, citando come motivazione del suo diniego una serie di affermazioni false e screditate su un presunto genocidio dei bianchi causato dagli afrikaner in Sudafrica e definendo lo svolgimento del vertice in quel Paese «una vergogna totale». Il titolo del G20 in Sud Africa è stato “Solidarity, Equality, Sustainability” e il documento finale del meeting è scaricabile dal sito.

    In quel G20 è stato presentato il primo rapporto internazionale sulla disuguaglianza a livello globale voluto dal governo sudafricano e coordinato dal noto economista statunitense Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia 2001. Il rapporto afferma: “Un mondo che tollera una disuguaglianza sempre più ampia non può sperare di raggiungere una pace duratura, la prosperità o la sostenibilità. La disuguaglianza e una delle preoccupazioni più urgenti al mondo e genera molti altri problemi nelle economie, nelle società e nelle politiche, compresa la capacita dell’umanità di affrontare le sfide planetarie. Data la sua gravita, c’è un forte bisogno di una risposta internazionale.”  E ancora: “La concentrazione dei redditi e della ricchezza nelle mani di pochi ha portato a un’estrema concentrazione del potere economico e politico, con conseguenze negative per la società. D’altra parte, la maggiore fragilità della vita di così tante persone sta alimentando un diffuso senso di ingiustizia. Ciò sta causando frustrazione e risentimento che minano la coesione sociale e politica e riducono la fiducia nelle autorità e nelle istituzioni.” Il cambiamento climatico con i profondi cambiamenti indotti dall’intervento umano alla biosfera della Terra e la gravità dello stato della disuguaglianza a livello mondiale sono due facce della stessa medaglia.

    Nelle sue conclusioni il rapporto Stiglitz propone la creazione di un Panel internazionale sulla disuguaglianza, facendo riferimento proprio al Panel mondiale dedicato a comprendere al meglio i cambiamenti climatici in atto, il ben noto Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). L’obiettivo principale del Panel dovrebbe essere il miglioramento della nostra comprensione circa il tema della disuguaglianza a livello mondiale in tutti i suoi aspetti, valutandone le dimensioni e le tendenze, i fattori determinanti e le conseguenze, nonché gli impatti dei cambiamenti strutturali e delle politiche in atto per mirare all’ideale di una “prosperità comune condivisa a livello globale” (vedi “G20 Extraordinary Committee of Independent Experts on Global Inequality” qui) .

    Tutti i più recenti e autorevoli rapporti sulla disuguaglianza mondiale, come quelli prodotti dal World Inequality Laboratory, come l’ultimo “Global Inequality Report 2026” e il “Global Justice Project” nonché il “Climate Inequality Report 2025” (vedi qui), fanno presente il legame tra climate change e devastazioni ambientali e il drammatico tema della disuguaglianza globale. Di fatto, come ci ricordano questi rapporti, a livello globale il 10% delle persone più ricche del mondo è responsabile di quasi il 50% delle emissioni di gas serra, mentre il 50% della popolazione più povera del mondo contribuisce solo al 12% delle emissioni, pur essendo esposta al 75% delle perdite di reddito dovute dai cambiamenti climatici.

    Papa Leone XIV ha tenuto un interessante discorso ai membri dell’Accademia Pontificia delle Scienze il 24 settembre scorso, in cui ha sottolineato quanto gli effetti del cambiamento climatico stiano colpendo pesantemente i poveri, le comunità con meno risorse per adattarsi e coloro la cui sussistenza dipende direttamente dalla terra, dalle foreste e dagli oceani e sottolinea quanto “la questione climatica non è meramente una sfida ambientale, ma è fondamentalmente una questione di giustizia, di dignità umana e di solidarietà tra popoli e generazioni. Non possiamo rispondere a queste sfide solo dopo che il disastro si è già verificato. Dobbiamo passare dalla gestione delle emergenze alla prevenzione, dalla vulnerabilità alla prontezza e dalle misure a breve termine a una visione saggia e lungimirante per l’umanità. Ciò esige un approccio di responsabilità e di discernimento alla scienza che costruisca resilienza: un approccio improntato alla scoperta, che tenga anche conto, fin dall’inizio, delle conseguenze che le scelte scientifiche e tecnologiche possono avere per l’umanità e per l’integrità del creato che ci è stato affidato da Dio. In questo impegno è indispensabile una cooperazione interdisciplinare. La resilienza climatica esige la collaborazione di scienziati, ingegneri, economisti, medici e sociologi, insieme alle comunità locali e ai responsabili delle politiche. Le sfide di un clima che cambia superano tutti i confini tra discipline, istituzioni e nazioni; pertanto, anche la nostra risposta deve superarli.” (vedi qui).

    Tra breve, il 14 e 15 dicembre avrà luogo il G20 2026 negli USA a Miami, G20 che non è stato affatto predisposto dal presidente Trump e il suo staff per cercare di rispondere alla sacrosanta sfida richiamata da Papa Leone XIV che riguarda l’immediato futuro dell’umanità. Si presenta infatti con il titolo “The best is yet to come” (“Il meglio deve ancora venire”) e il seguente obiettivo: “Sotto la guida del presidente Trump, riporteremo il G20 a concentrarsi sulla sua missione fondamentale: promuovere la crescita economica e la prosperità per ottenere risultati concreti. Nel dare il via a queste riforme tanto necessarie, daremo priorità a tre temi fondamentali: stimolare la prosperità economica limitando gli oneri normativi, garantire catene di approvvigionamento energetico accessibili e sicure e promuovere innovazioni all’avanguardia nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie emergenti.” (vedi qui). Inutile sottolineare la differenza abissale rispetto al titolo del G20 sudafricano dello scorso anno: ambiente, clima, disuguaglianza e sostenibilità, scompaiono completamente dalle priorità planetarie secondo Trump.

    Donald Trump, nei suoi interventi pubblici all’Assemblea generale dell’ONU sia nel 2025 che nel 2026, intrisi di una visione del mondo totalmente opposta alle idee che animano il multilateralismo e lo spirito stesso dell’esistenza dell’ONU, struttura da lui continuamente attaccata alla quale ha sottratto finanziamenti e appoggio politico, ha voluto sottolineare il suo storico e continuo attacco alla sostenibilità con la richiesta di “Ending the Green New Scam”, cioè “farla finita con la truffa verde”.

    Le frasi “la bugia verde”, “la truffa verde”, e tante altre simili continuano ad essere utilizzate con frequenza da politici, giornalisti, personaggi variegati, in articoli, libri, trasmissioni televisive, social, ecc. Oggi purtroppo assistiamo ad un’incredibile e dannosissima diffusione di fake news e fake truths che appare totalmente assurda e surreale, utilizzate in particolare contro le conoscenze scientifiche acquisite dalla comunità scientifica internazionale. Questo drammatico fenomeno è sostenuto e spinto da politiche sovraniste, nazionaliste, autocratiche, che sono contrarie ai principi fondamentali del diritto internazionale, della condivisione del bene comune, della sostenibilità sociale e ambientale del nostro stare al mondo, del rispetto di chi è diverso da noi.

    Si cerca continuamente di negare nell’opinione pubblica le basi culturali e scientifiche che sono le fondamenta del concetto di sostenibilità, formatosi in maniera più strutturata, sin dagli anni Settanta del secolo scorso, in particolare con la prima conferenza ONU sull’ambiente umano tenutasi a Stoccolma nel giugno del 1972.

    Una visione rafforzatosi scientificamente con il supporto di numerose discipline scientifiche e delle loro sempre più efficaci capacità di integrazione, in particolare, quelle della scienza del sistema Terra (Earth System Science, ESS) che hanno inoltre ricavato risultati importantissimi anche grazie ad alcuni significativi avanzamenti tecnologici quali l’utilizzo di satelliti da telerilevamento che ci forniscono un incredibile quantità di dati sullo stato di salute della Terra e i supercomputer, capaci di elaborazioni straordinarie in tempi incredibilmente brevi.

    Oggi le scienze del sistema Terra (Earth System Science ESS), costituiscono il centro della fondamentale conoscenza scientifica che ci aiuta a comprendere come l’intervento umano ha trasformato e sta trasformando il nostro pianeta e sono quindi la base delle conoscenze per avviare percorsi di sostenibilità dello sviluppo umano. Il quadro ESS è diventato quindi un potente strumento per comprendere come funziona la Terra, operando come un unico, complesso, sistema adattivo, guidato dalle diverse interazioni tra energia, materia e organismi. Con le attività umane sempre più destabilizzanti negli ultimi due secoli le conoscenze integrate del sistema Terra hanno reso fortemente necessaria questa prospettiva per studiare i cambiamenti globali e il loro livello di dimensione planetaria, i loro impatti e rischi, compresa l’evoluzione di fenomeni come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e numerosi altri.

    Ormai nel mondo scientifico un ruolo fondamentale e importantissimo in questo ambito lo sta avendo il programma internazionale di ricerca interdisciplinare sulla sostenibilità, Future Earth (https://futureearth.org), patrocinato dall’International Council for Science (ICSU, https://council.science ), che ha anche costituito una Earth Commission, la Commissione della Terra (https://earthcommission.org), un gruppo di scienziati di alto livello che lavorano alacremente per indicare quali sono i limiti planetari, di tipo ambientale e sociale, che abbiamo già sorpassato con la nostra crescita materiale e quantitativa.

    La Commissione suggerisce anche le iniziative concrete da intraprendere per rimanere entro questi limiti, per cercare di non sorpassarli, di contenerli e di “rientrare” invece, ove possibile, in una sorta di  Spazio Operativo Sicuro (Safe Operating Space, SOS) per ridurre o eliminare,  gli ulteriori rischi che si stanno correndo nel raggiungere punti critici (Tipping Points), il cui sorpasso renderebbe realmente molto difficile la gestione del nostro rapporto con i sistemi naturali che avrebbero così esaurito la loro possibilità di mantenersi sani e di garantire buone condizioni per la nostra futura sopravvivenza.

    Per questo oggi disponiamo in particolare di due rapporti fondamentali che ci danno conto regolarmente dell’aggiornamento delle conoscenze dello stato di salute del sistema Terra, in particolare in merito allo stato dello Spazio Operativo Sicuro e dei Tipping Points con specifici rapporti che si possono scaricare dai seguenti siti e che dovrebbero costituire una vera “stella polare” di riferimento per la classe politica di ogni nazione, si tratta del “Planetary Health Check” (https://www.planetaryhealthcheck.org/) l’ultimo dei quali relativo al 2026 è stato pubblicato proprio agli inizi dello scorso ottobre e del “The Global Tipping Points” (https://global-tipping-points.org/).

    In questo quadro di analisi scientifiche ci appare con chiarezza un elemento fondamentale, che credo costituisca il nocciolo della sostenibilità e che aveva straordinariamente trattato il Club di Roma con il suo primo rapporto “I limiti alla crescita” del 1972 curato dal team del System Dynamics Group dell’MIT di Boston e che fu discusso anche nella prima conferenza ONU sull’ambiente di Stoccolma sempre in quell’anno: è possibile continuare una crescita materiale e quantitativa senza limiti degli esseri umani che lo abitano su di un pianeta dai limiti biogeofisici definiti? La risposta che ha dato sempre il Club di Roma in tutti questi decenni, con la pubblicazione di numerosi rapporti sui temi centrali che l’umanità tutta è chiamata ad affrontare, è stata sempre indirizzata a cercare alternative all’attuale dogma economico della crescita continua, con la proposta alternativa di avviare nuovi modelli di sviluppo umano basati su quella che è definita Wellbeing Economy.

    Nonostante le conoscenze scientifiche sin qui acquisite e continuamente attaccate, come ho già ricordato, da sovranismi, autocrazie e nazionalismi, il mondo oggi è più che mai dominato ancora dal mito della crescita economica materiale indefinita. Tutte le proposte alternative che vanno nella direzione di quello che può essere definito un Green Deal, come ha fatto l’Unione Europea, oggi sono fortemente criticate e mirano a impostare una sorta di crescita più dolce, meno impattante dal punto di vista ambientale di quella tradizionale, che alcuni definiscono, a mio avviso correttamente, “crescita verde”.

    Il tema centrale dell’economia della crescita è basato sull’utilizzo continuo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas), come ricorda il famoso mantra di Donald Trump “Drill, baby, drill” (“Trivella, tesoro, trivella”) che esprime il forte sostegno all’incremento delle perforazioni per estrarre petrolio e gas e che ha provocato il cambiamento climatico che stiamo già fortemente subendo oltre a un’ampia quantità di disastri ambientali.

    Possiamo avere sicuramente una maggiore sostenibilità con il primo obiettivo che tutti i governi dovrebbero darsi che è quello del contenimento del consumo di energia. È evidente a tutti che un gigawatt risparmiato è un gigawatt in meno da generare attraverso l’utilizzo di nuovi impianti. Il risparmio energetico inoltre migliora anche la qualità della vita, basti pensare ad esempio al settore dei trasporti. Abbiamo un consumo energetico e una produzione di inquinamento elevato da parte dei trasporti individuali, mentre quelli collettivi non solo diminuiscono il consumo di benzina ma rendono più vivibili le nostre aree urbane con meno inquinamento.

    Il fabbisogno energetico può ormai provenire da parte di altre fonti energetiche rappresentate in primis da quelle rinnovabili come il solare e l’eolico. Ormai le fonti di energie rinnovabili sono competitive rispetto alle centrali elettriche alimentate da combustibili fossili e hanno una straordinaria diffusione in tante parti del mondo, con un paese leader in questo settore che è la Cina, mentre in Europa e negli Stati Uniti la crescita delle rinnovabili sta vivendo momenti alternati di alti e bassi.

    Il governo italiano ha presentato un disegno di legge delega per riportare l’energia nucleare in Italia con i cosidetti piccoli reattori nucleari (SMR – Small Modular Reactors) e le tecnologie nucleari di quarta generazione. I piccoli reattori nucleari presentano una scala più ridotta (capaci di produrre da 100 a 300 megawatt) ma restano, come struttura e funzionamento, le stesse di una centrale nucleare di terza generazione che pongono i ben noti problemi di localizzazione sul territorio (dove devono essere collocate) e della produzione di scorie nucleari. Il nostro paese non dispone ancora di un deposito nazionale di scorie nucleari. Per quanto riguarda i reattori di quarta generazione oggi non dispongono di una tecnologia commercialmente matura e sperimentata su larga scala. Infatti, al momento, esistono solo prototipi, impianti dimostrativi e diversi progetti in merito.

    La scelta più sana al momento è senza dubbio quella di promuovere le fonti rinnovabili, con un importante raccomandazione riguardante la predisposizione di un piano nazionale che individui le aree disponibili, stabilisca le priorità e coordini gli interventi, utilizzando ad esempio, per gli impianti fotovoltaici, il più possibile i tetti delle case di tutte le abitazioni, i capannoni industriali, i parcheggi, le aree industriali dismesse, nonché le eventuali aree ove è possibile l’agri fotovoltaico.

    È di tutta evidenza che qualsiasi intervento venga realizzato per garantire approvvigionamenti energetici, deve fare inevitabilmente i conti con l’impatto ambientale che può provocare ed è evidente che oggi l’obiettivo principale dovrebbe essere quello di crearne il meno possibile.    

    Come considerazione finale di queste riflessioni proprio di fronte alla situazione che si fa sempre più critica, credo che l’umanità necessiti di una profonda riflessione sul suo futuro e soprattutto sul sistema economico dominante che ha ormai provocato una dimensione globale del nostro pianeta, non a caso definita come una sorta di nuova epoca geologica, l’Antropocene.

    Penso che, in questo quadro, si dovrebbe iniziare seriamente a ragionare sulla necessità di perseguire una politica capace di concretizzare una vera e propria “Antropausa”. L’Antropausa per mitigare gli effetti dell’Antropocene.

    Ho visto utilizzato per la prima volta questo termine in un paper curato da alcuni studiosi di biologia della conservazione, pubblicato nel 2020, l’anno della diffusione della pandemia del COVID-19. Il paper dal titolo “COVID-19 lockdown allows researchers to quantify the effects of human activity on wildlife” di Christian Rutz e altri studiosi è stato pubblicato su “Nature Ecology & Evolution”, e spiega come la ricerca effettuata durante la devastante pandemia di Coronavirus possa ispirare «strategie innovative per condividere lo spazio su questo pianeta sempre più affollato, con benefici sia per la fauna selvatica che per l’uomo».

    Come leggiamo nel loro paper: “Abbiamo notato che la gente ha iniziato a riferirsi al periodo di lockdown come alla “Grande Pausa”, ma ci è sembrato che un termine più preciso sarebbe stato utile. Proponiamo «antropausa» per riferirci specificamente a un notevole rallentamento globale delle attività umane moderne, in particolare degli spostamenti. Siamo consapevoli che il prefisso corretto sia «antropo-» (da «umano»), ma abbiamo optato per la forma abbreviata, più facile da ricordare e da usare”.

    In quel periodo praticamente in tutto il mondo si sono bloccate gran parte delle attività e degli spostamenti umani per impedire la diffusione dell’epidemia e i ricercatori hanno studiato la possibilità che questo periodo di mobilità umana insolitamente ridotta potesse fornire preziose informazioni sulle interazioni uomo-natura. In quel periodo ci sono stati numerosi post sui social media che hanno segnalato insoliti incontri con la fauna selvatica. Numerose osservazioni in particolare nelle aree metropolitane, hanno suggerito che la natura ha reagito al blocco umano. È sembrato che non ci siano stati solo più animali del solito, ma si sono osservati alcuni “visitatori” sorprendenti, specie che non erano state segnalate prima soprattutto in aree urbane. Gli autori dello studio sottolineano come quella situazione ha per la prima volta, e su scala veramente globale, fornito indicazioni su quanto la moderna mobilità umana influisca sulla fauna selvatica.

    Inoltre se osserviamo anche i dati relativi alle emissioni globali dovuti alla combustione delle fonti fossili e alla produzione di cemento (le due attività umane che contribuiscono maggiormente all’emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera) nel 2019, davano la cifra di 35 332 milioni di tonnellate di CO2, il massimo mai toccato fino ad allora. La pandemia ha causato una frenata mai vista prima: nel 2020 l’umanità ha emesso globalmente 2 232 milioni di tonnellate in meno, cioè una riduzione del 6,3% rispetto all’anno precedente. Soltanto per fare dei confronti in base ai dati a disposizione su altre situazioni, la crisi finanziaria del 2008-2009 aveva causato una riduzione quasi sei volte inferiore a questa (380 milioni di tonnellate evitate) (per tutti i dati scientifici più autorevoli sul ciclo del carbonio è basilare il lavoro del Global Carbon Project con il suo Global Carbon Budget annuale, https://www.globalcarbonproject.org/index.htm e https://www.globalcarbonproject.org/carbonbudget/index.htm).

    Credo che oggi questo termine, Antropausa, ampliato all’intero rapporto essere umano – natura, e non solo all’influenza umana sugli animali o alla possibile riduzione delle emissioni di gas climalteranti, possa ben caratterizzare l’estrema urgenza e necessità di concretizzare politiche che mirino a contenere e possibilmente risanare, i profondi danni sin qui provocati dalla crescita materiale e quantitativa della nostra economia, che sino ad ora non ha purtroppo mai avuto come priorità la tutela dei sistemi naturali del pianeta. È invece grazie a loro che riusciamo a vivere perché, banalmente, senza sistemi naturali sani, vitali e resilienti non possiamo né respirare, né bere e né mangiare.

    L’economia ha infatti costruito un mondo umano al di fuori della natura, che è stata trattata solo come una enorme risorsa da utilizzare, consumare, modificare, come se fosse infinita. La sua distruzione, che continua ad aver purtroppo luogo quotidianamente e incessantemente, non fa altro che peggiorare la possibilità di sopravvivenza delle attuali giovani generazioni e di quelle future e ovviamente di tutte le generazioni presenti oggi sul pianeta. Non possiamo continuare a rubare il futuro delle nuove generazioni.

    Autore

    • Gianfranco Bologna
      Gianfranco Bologna

      È Presidente Onorario della Comunità Scientifica del WWF Italia, Full member del Club of Rome, Segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei, e tra i coordinatori nazionali dell’ASviS. Da oltre 45 anni opera nel campo culturale, divulgativo, didattico, formativo, progettuale della sostenibilità e della conservazione della natura, in particolare nel WWF Italia, dove ha svolto anche il ruolo di Segretario generale e di Direttore Scientifico. Ha svolto e svolge attività didattiche in numerose Università. È membro del Comitato sul capitale naturale presso il Ministero dell’Ambiente (legge 221/2015) dove coordina anche il Gruppo Pianeta del Forum nazionale sullo Sviluppo Sostenibile. Ha scritto diversi volumi (tra cui “Manuale della sostenibilità” e “Sostenibilità in pillole” e “Natura Spa”), ha curato l’edizione italiana di oltre 150 volumi di alcuni dei più prestigiosi esperti di sostenibilità a livello internazionale. È stato membro delle delegazioni governative nell’Earth Summit delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro del 1992 e nel World Summit on Sustainable Development ONU di Johannesburg del 2002.

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