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    Home»Racconti dalle strade del mondo»Giordania segreta: la fortezza più orientale il Qasr Burqu’
    Racconti dalle strade del mondo

    Giordania segreta: la fortezza più orientale il Qasr Burqu’

    Pietro RagniDi Pietro RagniOttobre 20, 20261 VisualizzazioniLettura 10 min.
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    Qasr Burqu' ultimo avamposto nel Deserto Arabico
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    In questa ultima puntata dedicata ai nostri viaggi in Giordania, raccontiamo la visita alla più remota delle fortezze romane posta al confine orientale dell’Impero (il Limes Arabicus), luoghi solitari e affascinanti. Buona lettura e grazie per averci seguito in questo percorso attraverso le strade, i deserti e le città giordane.

    Una corsa nel deserto senza alcun riferimento

    Non possiamo ignorare la fortezza più orientale del Limes Arabicus, il remoto Qasr Burqu’. L’insediamento romano era posto a difesa delle sorgenti di acqua dolce in pieno deserto. L’avevamo studiato su Google e sulla letteratura, era un posto da non mancare.

    Anche sentendo i locali capimmo che non era prudente avventurarsi da soli in pieno deserto. Ci suggerirono una guida valida, che si rivelò una bella persona, appassionata della sua terra e davvero esperto dei percorsi più ardui. Contrattammo il costo per il suo lavoro e finalmente partimmo per il misterioso castello con il Pick Up 4×4 di Omar.

    Partiamo da Azraq in mattinata, dopo un breve tragitto su strada a doppia corsia, percorriamo, andando verso Est, la Baghdad International Highway che porta in Iraq. Iniziamo ad incontrare grandi SUV con targhe americane. Omar ci racconta che molti si dedicano a contrabbandare droga portandola a corrieri nei primi paesini giordani.

    Mappa della regione desertica con la posizione di Qasr Burqu’  (elaborazione mia su Google Maos)

    Ad un certo punto, poco prima del villaggio di Ruwayshid,  l’ultimo prima del confine, Omar rallenta, attraversa l’autostrada e scende in una zona desertica, ma pianeggiante. Continua in direzione Nord come se seguisse una pista per noi impossibile da riconoscere. Procediamo a buona velocità, attorno a noi è deserto da tutti i lati, ogni tanto si avvista un uccello alto nel cielo. Devo confessare che mi sentivo un po’ a disagio. Viaggiare nel nulla per la prima volta è una brutta esperienza. Non hai punti di riferimenti, all’orizzonte non si intravede una meta, ai lati non c’è nulla, se non sabbia battuta; ti devi solo fidare ciecamente dell’autista.

    Una fermata con il pick up nel deserto (Foto mia)

    Dopo circa mezz’ora a sinistra, in lontananza, vediamo una costruzione moderna; l’autista ci dice che è un centro di ricerca sul deserto. Poi sapremo che il RSCN -Ente giordano per la salvaguardia nazionale- nel 2020 ha stabilito un’area protetta per tutta l’area di 900 m2 attorno al Qasr Burqu’ con la direzione allocata in quel centro. Addirittura, per incoraggiare l’ecoturismo, ha promosso la costruzione di un hotel presso la fortificazione. Speriamo bene…

    Il remoto Qasr Burqu’

    Percorsi più di 40 km dall’Autostrada finalmente arriviamo alla meta: la fortezza romana più a est del Limes. Ci sorprende l’ampiezza del bacino idrico a N del Qasr Burqu’: è composto dall’acqua piovana e da sorgenti di acqua dolce. Omar ci racconta che i romani avevano costruito una diga, non sappiamo se sia vero.

    Il piccolo lago formato si chiama Ghadir Burqu’a ed è tuttora di grande interesse come riserva idrica per i piccoli centri nei pressi della Highway (mentre eravamo lì venne un’autocisterna a fare il pieno). Inoltre questa prezioso bacino è utilizzato dai nomadi di passaggio e soprattutto da numerose specie avicole durante la loro migrazione stagionale.

    La fortezza, secondo recenti ricerche, fu costruita dai romani in un sito ove sono state rinvenute testimonianze del Neolitico[1] e dell’Epipaleolotico (fra 25 e 11,5 migliaia d’anni). Era presidiata da una guarnigione soprattutto per difendere la fonte d’acqua e monitorare il passaggio di carovane provenienti dalla Mesopotamia e dirette alla Siria o alla Palestina.

    Qasr Al Burqu’ a difesa della sorgente e dell’invaso del Ghadir Burqu’a’ (Foto A. Ferrari)

    Poco distante dalla fortificazione vi sono i resti della torre romana di avvistamento. Purtroppo è in gran parte crollata e nei pressi molti dei blocchi sono caduti. Attorno alla torre romana i Bizantini costruirono un monastero[2]

    Qasr Al Burqu’ : i resti della torre romana (Foto mia)

    Gli Omayyadi, che conquistarono queste terre nei primi dell’VIII secolo, diedero la forma attuale al castello, all’epoca dell’emiro Walid I. La visita è affascinante, le parti romane sono meglio conservate. Tutto attorno è silenzio, il panorama dalla torre è statico, non vi è alcun movimento. In lontananza due uccelli eseguono evoluzioni. Non nascondo che mi fermai per una ventina di minuti, scrissi qualche parola nel mio taccuino, gustai il sapore del silenzio ormai dimenticato nelle nostre città.

    Spuntino all’ingresso di Qasr Burqu’ (Foto mia)

    Insieme con lui prepariamo per terra, davanti alla torre romana, la tavola improvvisata con i vassoi di Omar. Ha portato pomodori, olive, fagioli, formaggini, dolma con riso e forse pezzettini di agnello o capra. Non mancano il tè e addirittura le spezie. Mangiamo con gusto, parliamo e fumiamo, peccato non avere una buona birra gelata.

    Una Poesia

    Gli appunti che avevo preso fra le rovine del Qasr Burqu’, sono stati alla base di successive modifiche effettuate a Kerak e poi a Roma. Di seguito riporto il testo definitivo di questa “poesia del deserto” che riportammo anche nel nostro libro.

    Qasr Burqu’                       

    Una lunga fila di cammelli lentamente

    procede verso oriente al margine

    dell’orizzonte; mulinelli di sabbia

    si gonfiano, lambiscono l’azzurro

    del cielo, poi rallentano e svaniscono.

     

    Null’altro si muove, nell’ampio raggio

    visivo dello stanco legionario di vedetta

    sulla torre, non lontana dal forte sul confine.

    Nessun carro corre sul pietrisco e la sabbia

    del deserto; miraggi rilucono e spariscono.

     

    Già le ombre si allungano e subito sarà

    notte. Buio profondo e lontane stelle brillanti,

    poi un’alba di silenzio e deserto come tutte

    le precedenti, un giorno in meno alla fine

    della ferma, al ritorno nel campo degli avi.

     

    Anche le settimane sul mare infido

    e traditore saranno meglio di questa

    assenza di vita, di questo tempo monotono,

    incendiato dal sole, ingiuriato dalle mosche;

    di questo respiro sospeso e angosciato.

     

    Il legionario ricorda la sua famiglia mentre

    il ponentino, la sera, regala fragranze di fiori.

    Vigilare il nulla è dannazione e beffa; anche

    il tesoro del lago creato dalla diga di pietre

    è un sottile cristallo insabbiato, appannato.

     

    Lo sguardo cerca improbabili movimenti

    nell’immobilità fossilizzata di sabbia e silenzio,

    si spinge al tremore in lontananza che ipnotizza

    gli occhi. Ecco due uccelli neri volano in circoli

    ampi e poi si mimetizzano con la solitudine.

     

    Visita a una famiglia beduina

    L’ultima sorpresa che ci aveva riservato Omar fu una visita ad una famiglia beduina. Ne parliamo in auto tornando da Qasr Al Burqu’ alla Bagdad Highway, noi fummo subito entusiasti. Arriviamo all’autostrada, continuiamo verso oriente in direzione di Ruwayshid (Ruwaished), l’ultimo paese presso il confine Karameh fra Giordania e Iraq. Prima di arrivare al paese, Omar esce dall’autostrada verso destra e segue una breve pista. Subito si notano le tende e i camper posti in circolo come per creare uno spazio privato difeso dall’esterno.

    Quando arriviamo i bambini e i ragazzi a gran voce chiamano gli adulti. Probabilmente Omar aveva preavvertito. Prima che potessimo parcheggiare e scendere dal pick up le donne sono subito sparite, i bambini ci sono venuti vicini e gli uomini hanno preparato il luogo per incontrarci.

    Omar aveva pensato anche al fatto che avremmo fatto tardi ed eravamo in una zona dove bar e trattorie erano un sogno. Ci propose uno spuntino e fummo felicissimi di aderire all’idea.

    I nostri ospiti seduti difronte a noi (Foto mia)

    Hanno allestito con stuoie e tappeti un’area davanti una delle due costruzioni da loro usate e siamo stati invitati a sedere per terra con le gambe incrociate. Eravamo in totale una decina di uomini, tutti subito riforniti di bottiglia di plastica chiusa con acqua ben fredda. Dopo poco uno dei giovani è stato richiamato in casa e subito ci ha portato un thermos con tè caldo e bicchieri infrangibili.

    Per come abbiamo capito il nucleo familiare è costituito da un patriarca con la moglie, vari figli e figlie, le nuore e i generi e tanti bambini. Nel cerchio c’erano gli uomini adulti. Nella casa costruita, assegnata loro dallo Stato, c’erano le donne impegnate a cucinare ed a lavare i panni; un bucato era steso non distante.

    Si è creato subito un clima rilassato e amichevole, parliamo in inglese, Omar e due dei giovani parlavano abbastanza bene, io mi difendevo bene. Per primo parlò il patriarca, poi il suo figlio maggiore, Omar traduceva. Loro erano molto orgogliosi delle loro tradizioni. Ci raccontano che la notte dormono nelle tende famigliari (saranno state 6 o 7), alcuni nei camper, nessuno nelle case. La loro principale occupazione era quella di allevare pecore e capre; avevano però anche appezzamenti di terra coltivata, alcuni erano artigiani.

    Chiediamo se gli americani erano venuti al loro campo e ci dicono che vengono spesso e che sono i benvenuti. Il capofamiglia ci dice che non avevano mai pensato di “ridursi” a vivere in città. Già aver accettato le case prefabbricate dallo Stato fu per loro un trauma, dentro si sentivano soffocati. Restava un gran piacere, quando era il tempo, portare il gregge lontano e dormire con le tende piccole all’aperto come nel passato.

    Regalo inatteso

    All’improvviso il capofamiglia mi guarda, sorride e mi lancia il suo misbaha che aveva usato fin dall’inizio. Mi dice qualche cosa con dentro la parola Allah, sarà stata una benedizione, non fu tradotto. Io sorrido, metto la mano sul cuore, chino la testa e rispondo “shukran” (grazie in arabo). Lo conservo ancora quel rosario.

    Il misbaha del capofamiglia che tuttora conservo nel mio studio (Foto mia)

    Prima di andare via, Ezio prende dallo zaino una confezione di cioccolatini e la regala, dicendo che erano per i bambini. Ci scusiamo per non avere doni per tutta la famiglia, non essendo previsto l’incontro. Poi Angelo, per ringraziare dell’ospitalità, pensò di regalare al patriarca un piccolo e antico coltello a serramanico molto affilato, realizzato in Germania nel secolo scorso al quale era molto affezionato. A quel punto anche io regalai a suo figlio il mio cappello Nike, che fu molto apprezzato.

    È tempo di tornare ad Azraq; giornata faticosa ma piena di bellissime esperienze, nel salutarlo ringraziamo tanto Omar per la sua competenza e la sua gentilezza e gli diamo un compenso maggiorato. Se lo è proprio meritato.

    Le nostre emozioni e un’idea per il futuro

    Scrivendo ora a distanza di anni sulle fortezze del Limes Arabicus, rivivo l’emozione e l’orgoglio con cui visitavamo le fortezze romane nel deserto. Alcune colpivano per essere state costruite in luoghi desolati, ma ben appariva l’utilità del disegno dei nuovi governanti. Con costruzioni per il tempo ardite e infrastrutture utili, i Romani volevano valorizzare quelle terre in modo da avere il consenso dei cittadini locali. Difendevano il territorio, assicuravano l’approvvigionamento dell’acqua, cercavano di garantire una vita ordinata e sicura.

    Abbiamo incontrato belle vestigia di una grande civiltà, come quella Romana. Tale da poter assorbire il meglio di quella Nabatea, in grado di coniugarsi con quella ellenica ed anche di rispettare le usanze e tradizioni locali. L’idea che ci venne spontanea fu che la Giordania potrebbe sfruttare questa ricchezza presente nelle sue regioni. Se ricuperasse alcune delle belle aree archeologiche e organizzasse servizi di collegamento, il Limes Arabicus e le sue fortezze potrebbero essere candidati come Patrimonio dell’Umanità ed essere un formidabile ed insolito attrattore per turisti e studiosi.

     

    [1] A. Betts, The Harra and the Hamad, Sheffield Academic Press, 1998, UK

    [2] G. W. Bowersock, Roman Arabia Harvard University Press, 1994, USA

    Autore

    • Pietro Ragni
      Pietro Ragni

      Direttore del Consorzio interuniversitario “Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi” – INBB, che raggruppa 23 università pubbliche; fondatore e membro del CdA di 15 spin-off nell’ambito delle Scienze della Vita. Esperto di valutazione per vari Programmi europei. Già Dirigente Tecnologo del CNR, già Presidente Erfap Lazio.

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