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    Home»Europa»Dove va l’Europa?
    Europa

    Dove va l’Europa?

    Andrea MairateDi Andrea MairateSettembre 20, 20230 VisualizzazioniTempo lettura 11 min.
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    Nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente von der Leyen ha presentato il suo bilancio dei 1200 giorni passati al vertice della Commissione Europea. L’asse strutturante del suo intervento è emblematico: la risposta al richiamo della Storia. Dopo la sua elezione, Il suo mandato è stato segnato da una successione di crisi: dalla pandemia del Covid-19 all’invasione russa dell’Ucraina e le sue molteplici conseguenze sui prezzi dell’energia, il caro cibo e la sicurezza del Continente.

    Ursula von der Leyen – Foto da wikipedia.org – CC BY 2.0

    Di fronte alla pandemia che ha colpito milioni di vite umane e portato l’economia globale sull’orlo del baratro, la reazione delle istituzioni europee si è rivelata complessivamente all’altezza della sfida. Nonostante l’Unione europea non abbia competenze specifiche in materia di salute, l’acquisto comune di vaccini ha consentito in pochi mesi di tornare ad una normale vita economica e sociale. In meno di due mesi, la Commissione europea è riuscita a presentare un piano per il rilancio economico della continente (alla stregua del piano Marshall tra il 1948 e 1951 di cui porta lo stesso intitolato – Economic Recovery Programme poi ribattezzato Next generation EU). Soprattutto l’Unione europea per la prima volta nella sua breve storia ha rotto un tabù essenziale dei Trattati attraverso l’emissione di debito comune a un livello sostanziale, circa 800 miliardi di euro per attenuare gli effetti economici e sociali della pandemia ed accelerare attraverso i piani nazionali di investimenti e riforme la transizione energetica e digitale.   Questa iniziativa, impensabile solo pochi mesi prima della pandemia, è stata approvata all’unanimità degli Stati e dal Parlamento europeo.

    Di fronte all’aggressione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea è stata capace di ridurre fortemente i suoi approvvigionamenti in gas, petrolio e carbone dalla Russia da cui dipendeva fortemente la sua economia. Allo stesso tempo ha saputo organizzare una risposta vigorosa in termini di sanzioni e sostegno all’Ucraina, nonostante il potente freno della regola dell’unanimità in materia di politica estera e di difesa. Anche lì l’Unione Europea ha infranto un altro tabù fornendo un’assistenza militare a un paese in guerra e messo in piedi un meccanismo di acquisto comune di munizioni per aiutare l’esercito ucraino. In breve, a differenza di quanto avesse anticipato Putin, l’Unione europea, lungi dal dividersi e di rimanere paralizzata di fronte alla congiunzione di tali shock, non ha mancato l’appuntamento con la Storia.

    Jean Monnet – Foto pubblico dominio da wikipedia.org

    Jean Monnet scriveva nelle sue memorie pubblicate nel 1976: “L’Europa si costruirà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni a queste crisi”.  Questi ultimi anni hanno confermato il celebre adagio ormai diventato parte integrante dell’ethos europeo. In un mondo diventato più incerto e ostile, l’euroscetticismo sembra aver perso peso e l’uscita dall’Unione Europea, dopo il fallimento della Brexit, non tenta più nessuno. Persino Giorgia Meloni e Marine Le Pen hanno abbandonato il loro cavallo di battaglia. E sembra oggi difficile credere che l’Unione europea possa davvero far fronte a queste minacce che mettono in pericolo la sua esistenza. Perché allora in tali condizioni dobbiamo essere preoccupati per il futuro della costruzione europea? In realtà ci sono molte nuvole che si addensano in tre direzioni contemporaneamente: le dinamiche politiche interne, le tensioni geopolitiche e l’indebolimento del sistema economico europeo. In primo luogo, assistiamo a una forte ascesa dei partiti dell’estrema destra in Europa. In tutti i paesi, i partiti social-democratici ed ecologisti sono in declino mentre i confini tra la destra popolare e l’estrema destra diventano sempre più labili. Quest’ultima è al governo o in maggioranza in numerosi paesi – in Svezia, Finlandia, Lettonia, Ungheria, Slovacchia, Italia e forse in Spagna dopo le prossime elezioni. In Austria, il FPÖ domina il paesaggio politico austriaco e l’AfD è diventato il secondo partito in Germania. In Francia, Macron e la sinistra francese non riescono ad offrire un’alternativa valida al RN di Marine Le Pen che si rafforza di giorno in giorno.

    Questa tendenza di fondo è il risultato di una globalizzazione sregolata che ha prodotto gravi disuguaglianze sociali nonché delle politiche neo-liberiste perseguite nelle economie occidentali negli ultimi 40 anni. Tuttavia, l’affermarsi dell’estrema destra non aiuta a correggere gli eccessi del capitalismo globale, anzi costituisce un freno ai progressi indispensabili verso una maggiore integrazione europea in materia di diritti sociali, di transizione ecologica e di bilancio e tasse comuni. L’estrema destra non rivendica più la fine dell’Unione europea ma sembra determinata a cambiarne la natura e le politiche che la compongono. In tale contesto, è difficile vedere da quali forze politiche e sociali, e da quali paesi potrebbe scaturire un impulso decisivo verso una maggiore integrazione europea che possa correggere il retaggio dell’epoca neo-liberista.

    Eppure, con la guerra contro l’Ucraina, la questione dell’allargamento dell’Unione europea alla Moldavia, l’Ucraina e la maggior parte dei paesi dei Balcani occidentali diventa ora urgente. La situazione geopolitica richiede la loro rapida integrazione nell’Unione. Con 27 paesi, le istituzioni europee hanno mostrato i loro limiti. Ma a più di 30 membri, il loro funzionamento sarebbe sicuramente quasi paralizzato. La questione della revisione dei trattati si pone con urgenza, come richiesto dalla conferenza sul futuro dell’Europa, che von der Leyen ha passato sotto silenzio per evitare ulteriori divisioni politiche.  Pur supponendo che si riesca ad innescare questo processo, è difficile immaginare nel contesto attuale che possa portare a progressi sostanziali verso un nuovo modello europeo fondato sulla solidarietà sociale, la sostenibilità ambientale e il rafforzamento delle nostre istituzioni democratiche.

    Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay

    Il secondo fattore riguarda il deterioramento del contesto geopolitico. La guerra contro l’Ucraina ha contribuito a rafforzare le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti. Dopo l’era Trump, l’impegno statunitense al fianco dell’Ucraina è stato incondizionato. E vi sono pochi dubbi che, senza il sostegno americano, Putin avrebbe vinto la guerra in Ucraina.  Tuttavia, il futuro potrebbe essere più incerto. La guerra in Ucraina non ha cambiato la visione strategica degli Stati Uniti che considerano la Cina come il loro principale avversario. Essi non accettano che la Cina possa diventare una potenza mondiale sul piano economico, tecnologico e militare mettendo in discussione il loro ruolo storico di prima potenza mondiale.

    Sulla Cina, l’Europa rimane tuttavia divisa. La sua economia, e in particolare l’industria tedesca, guidata da interessi puramente mercantilisti, rimane fortemente dipendente dal mercato cinese. Con un’Europa marginalmente presente nel Pacifico, molti europei ritengono che l’Unione europea non debba avere gli stessi interessi degli americani e che la Cina non costituisce una minaccia diretta anche se esistono delle tensioni a livello commerciale. In tanti sperano, forse con una certa ingenuità che la Cina possa convincere Putin a ritirarsi dall’Ucraina. Ma altri vedono al contrario il regime autocratico della Cina come una grave minaccia per tutte le democrazie e ritengono che non si debbano   commettere gli stessi errori nei confronti della Cina rispetto a quelli commessi negli ultimi decenni nei confronti della Russia. È quindi necessario alzare il tono e limitare fortemente le relazioni economiche con la Cina. E molti ritengono che l’Europa, troppo debole sul piano della sicurezza, non abbia altra scelta che di seguire gli Stati Uniti su questo terreno.

    Questo argomento rimarrà senza dubbio il pomo della discordia all’interno dell’Unione per i prossimi anni. Ciò porterà a delle scelte difficili da parte delle istituzioni europee, dovendo accontentare l’amministrazione americana senza troppo frustrare i cinesi. Un chiaro esempio riguarda le strategie attuate per accelerare la transizione energetica in Europa con il Green Deal e Fit for 55, e negli Stati Uniti con l’Inflation Reduction Act (IRA), che divergono radicalmente e inducono una logica di confronto commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. A dimostrazione che le relazioni triangolari tra Stati Uniti, Europa e Cina diventeranno sempre più intricate e conflittuali.

    Allo stesso tempo, la guerra russa contro l’Ucraina ha messo in luce il divario tra l’Occidente, e quindi l’Europa, e quello che oggi è conosciuto come il “Sud del mondo”, anche se questo termine ricopre in pratica realtà molto diverse e interessi spesso divergenti. Anche se l’aggressione russa costituisce una chiara violazione dei principi di base della Carta delle Nazioni Unite molti paesi del Sud si sono rifiutati di condannare la Russia e associarsi alle sanzioni decise dall’Occidente indebolendone la loro efficacia. L’entusiastica immagine dell’Occidente è stata pesantemente intaccata a seguito di una serie di iniziative infelici con la guerra in Iraq, l’abbandono dei siriani e poi in Africa l’incapacità di disegnare una politica efficace nella regione subsahariana. Oltre alle critiche sul passato coloniale, vi è un sentimento diffuso di sfiducia nei confronti della Francia e dell’Occidente. Tuttavia, non avendo un ruolo egemonico come gli Stati Uniti, l’Europa potrebbe rafforzare i suoi legami con il Sud globale per far fronte alle sfide del nostro secolo, in particolare la crisi climatica e sbloccare fondi per aiutare i paesi più fragili. Purtroppo, al di là della retorica sul multilateralismo, l’Unione europea non sembra disposta a fare tutto il necessario per raggiungere tale fine e preferisce adottare un atteggiamento molto restrittivo sul terreno delle migrazioni.

    Il   terzo fattore riguarda le prospettive economiche del continente europeo in uno scenario di ‘policrisi’. La principale economia dell’Unione europea è stata duramente (e strutturalmente) colpita dalla combinazione di tensioni crescenti tra Stati Uniti e Cina e della forte concorrenza cinese sui veicoli elettrici, settore nel quale l’industria tedesca è molto in ritardo nei confronti dei costruttori americani e cinesi. Ora, l’industria automobilistica costituisce il motore della potenza industriale ed esportatrice tedesca, e quindi tutti i settori ad essa connessi, dall’industria meccanica alla chimica e la siderurgia da cui dipendono migliaia di aziende in molti paesi europei, specie in Italia.

    Di conseguenza, l’industria tedesca è entrata in una area di forte turbolenza. Certamente ha già sperimentato e sapeva come riprendersi ogni volta dimostrando notevole resilienza (legata in particolare al suo modello di governance partecipativa) ma questa volta la minaccia sembra particolarmente seria. Questo indebolimento del sistema industriale europeo che si sta verificando si coniuga con gli effetti del notevole ritardo accumulato in tutti settori ad alta tecnologia (economia delle piattaforme, intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie verdi, biotecnologie…) a causa dell’assenza di politiche industriali europee. Nonostante ciò, l’Unione europea continua pesare in queste aree attraverso cioè la sua capacità di definire standard che si impongono all’industria a causa delle dimensioni del suo mercato interno.  Questo effetto continua a diminuire man mano che i mercati emergenti guadagnano peso e, in ogni caso, non è possibile rimanere uno standard-setter senza essere leader nelle tecnologie chiave del futuro.

    Foto di Deniz Anttila da Pixabay

    L’Europa fa fatica a dotarsi di una vera politica industriale per i settori legati alla transizione energetica per poter contrastare l’iniziativa americana (IRA). Il Net Zero Industry Act proposto dalla Commissione nel marzo 2023 permetterà di liberalizzare i regimi di aiuto per le imprese operanti in quei settori. Ma in realtà, questa soluzione rischia di aumentare gli squilibri finanziari all’interno dell’Europa consentendo ai paesi con maggiore disponibilità di bilancio di finanziare le loro imprese a scapito dei paesi con scarse dotazioni di bilancio. Per accelerare la transizione energetica delle economie europee, bisogna potenziare le leve finanziarie a livello europeo e dei singoli stati membri. L’iniziativa STEP (Strategic Technologies for Europe Platform) è un passo nella giusta direzione ma rimane molto limitata di fronte all’entità delle risorse necessarie. Occorre soprattutto un nuovo piano di investimenti di almeno 180 miliardi finanziato con debito comune ed escluso dal Patto di Stabilità per poter finanziare tale transizione. Ma esso deve essere accompagnato da altri strumenti normativi, in particolare della politica commerciale.  A tale riguardo è importante notare l’iniziativa proposta da Von der Leyen per aprire un’indagine sulle sovvenzioni concesse dallo Stato cinese ai suoi produttori di veicoli elettrici al fine di proteggere l’industria europea da prezzi artificialmente bassi.

    In tali condizioni, è difficile vedere come l’Unione europea possa intraprendere lo sforzo di investimento considerevole, che sarebbe necessario per colmare il suo ritardo tecnologico e industriale ed accelerare contestualmente la sua transizione energetica. È altrettanto difficile prevedere gli effetti che avranno le attuali difficoltà economiche dell’Europa ma sembra ragionevole considerare che esse rischiano soprattutto di aumentare ulteriormente le tensioni interne. Come scriveva Antonio Gramsci, è necessario saper coniugare il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà.  In questo nuovo ciclo politico dell’Unione europea che si apre con le elezioni del Parlamento europeo a giugno 2024, sarà quindi necessaria una forte dose di “ottimismo di volontà” per riuscire a realizzare i progressi nell’integrazione europea in una direzione più sostenibile, solidale e democratica. Solo una corretta comprensione delle difficoltà che ci attendono possono davvero permettere di superarle. Comunque è auspicabile che il futuro che si sta costruendo possa contraddire questo pessimismo di fondo. L’Europa e gli europei hanno già dimostrato in passato che di fronte all’avversità, sono stati capaci di sussulti che ci sembravano a priori impossibili.

    Foto di apertura di TheAndrasBarta da Pixabay

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