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    Home»Diritti»Sbarre di zucchero: da Verona a Praga
    Diritti

    Sbarre di zucchero: da Verona a Praga

    Monica Bizaj Sbarre di ZuccheroDi Monica Bizaj Sbarre di ZuccheroNovembre 20, 20230 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    Verona, 27 ottobre 2023

    Alcuni mesi fa l’associazione sannita Gramigna odv ci proponeva una collaborazione attiva nell’ambito del progetto europeo “Together for greater support of the families of convicts”, volto al sostegno delle famiglie dei condannati, progetto co-finanziato dall’Unione Europea sotto il programma Erasmus+.

    La conferenza introduttiva, alla quale ho avuto l’onore di partecipare rappresentando Sbarre di Zucchero, si è svolta a Praga il 25 ottobre, presso la sala conferenze del Fitzgerald Hotel, ed ha visto la partecipazione di oltre 30 rappresentanti di un totale di 17 organizzazioni provenienti da 3 paesi dell’Unione Europea (Repubblica Ceca, Italia e Slovacchia).

    Tra le organizzazioni partecipanti, oltre al coordinatore del progetto VOLONTÉ CZECH, o.p.s. e al suo partner Gramigna OdV (rappresentato dalla dott.ssa Fabrizia N. De Palma), c’erano anche le carceri con cui storicamente collabora Volonté (Jiřice, Světlá nad Sázavou, Kynšperk, Kuřim, Bělušice), e diverse organizzazioni no-profif, come Yellow Ribbon z.s., Podané ruce, z.s., Sale della Terra (rappresentato dalla dott.ssa Maria Carbone), la Direzione Generale del Corpo di Polizia Penitenziaria e di Sorveglianza Giudiziaria della Repubblica Ceca ed io, per Sbarre di Zucchero.

    Durante questo primo ed introduttivo workshop del progetto “Insieme per un Maggiore Sostegno alle Famiglie dei Condannati” quindi, abbiamo illustrato ai partecipanti la nostra personale esperienza con le organizzazioni di cui facciamo parte, introducendoli alle attività e buone pratiche messe in atto per dare concreto sostegno alle famiglie dei detenuti.

    Nel mio primo intervento, durante la sessione mattutina, dal titolo “Assessing female prisoners in Italy: key challenges”, ho voluto dare innanzitutto una base numerico/statistica e normativa che delinea la detenzione femminile in Italia, per introdurre i partecipanti alle maggiori criticità che incontrano le donne in detenzione, in strutture non concepite per le donne e sotto un ordinamento penitenziario che le menziona solo una manciata di volte, senza quindi delle norme ad hoc che prendano in carico le loro specificità, per poi condurli alla nascita di Sbarre di Zucchero, dal suicidio di Donatela Hodo a quanto da noi fatto in poco più di un anno, sia a favore di chi è ancora in detenzione (raccolta e consegna abiti e generi di prima necessità per l’igiene personale, la donazione di prodotti di make-up alle detenute per l’8 marzo, i numerosi convegni e dibattiti pubblici, volti alla sensibilizzazione dei cittadini che non conoscono o, peggio, mal conoscono il pianeta carcere) sia per chi la detenzione l’ha conclusa, supportando ed accompagnando soprattutto le loro famiglie, anche grazie all’enorme rete di stima e collaborazioni che abbiamo tessuto nei mesi con altre associazioni.

    E proprio il supporto alle famiglie che Sbarre di Zucchero ha dato e continua a dare è stato il succo del mio intervento nella sessione pomeridiana – Stigmatization of the convicted person’s family: Double punishment for the families of prisoners in Italy -, una sorta di story telling con racconti di criticità subite dalle famiglie dei detenuti (che scontano una sorta di doppia pena appunto), e che abbiamo supportato ed aiutato, perché la narrazione di storie di vita reali è tra le Mission principali di SdZ.

    Sono rimasta colpita da parecchi aspetti che caratterizzano il sistema penitenziario ceco, ma ciò che mi ha veramente stupita è il fatto che sono proprio le direzioni dei penitenziari a ricercare la collaborazione delle associazioni di volontariato e delle ONG, per lo sviluppo e la messa in pratica di nuove progettualità per il miglioramento della vita detentiva, con occhio di riguardo alla situazione debitoria dei detenuti ed al rafforzamento delle relazioni affettive familiari. Particolare cura viene riservata ai figli dei detenuti, per creare percorsi ed occasioni di incontri più sereni (e con meno sbarre) col genitore detenuto.

    35 carceri che ospitano circa 20 mila detenuti, di cui 1 solo esclusivamente femminile, con una capienza di 500 posti letto e che, al momento, ospita 800 donne detenute, sotto la custodia media di circa 300/350 agenti penitenziari.

    Tra i partecipanti e relatori c’era la direttrice generale di questo Istituto femminile, Monika Myšičková, del corpo di polizia penitenziaria della Repubblica Ceca, la quale ci ha spiegato come, ad esempio, sia lei stessa (e chi con lei lavora) ad ideare reparti differenziati e progetti, chiedendo il sostegno di associazioni come Volonté, con la quale c’è una stretta collaborazione da anni; troviamo dunque il reparto per le detenute anziane, quello per le madri con figli (aperto nel 2002), quello per le detenute tossicodipendenti, per le minorenni, per le ree di reati particolarmente gravi ed anche quello PER LE DETENUTE PROSSIME AL FINE PENA (6 mesi residui). Ogni reparto ha le sue esigenze specifiche di vita quotidiana, soprattutto dal punto di vista dell’assistenza medica, in uno Stato dove il Ministero competente non è tenuto a “fornire” personale medico agli Istituti e sono quindi i direttori ad occuparsi di trovare i medici per le loro aree sanitarie; su mia domanda specifica circa l’eventuale esistenza di programmi periodici di screening per la prevenzione di patologie prettamente femminile, la direttrice mi ha detto che ufficialmente non c’è un progetto in tal senso ma che essendo presenti, in pianta stabile, specialisti come psicologo, psichiatra, dentista, ginecologo oncologo, 3 medici di base e pediatra, prevenzione e cure sono un punto che non viene assolutamente trascurato.

    Il reparto per le detenute prossime al fine pena ha la funzione di preparare le donne al ritorno in società, indagando e trovando soluzione sulla eventuale situazione debitoria, monitorando ed intensificando le relazioni familiari, verificando la disponibilità di una casa, “digitalizzando” le donne prossime all’uscita con corsi di informatica obbligatori, il tutto per dare loro i mezzi per non tornare a delinquere.

    Di molto altro ancora si è trattato coi vari partecipanti, come del progetto pilota dell’unico carcere aperto del Paese, con la sua direttrice Hana Prokopova, del progetto “Mura invisibili” con l’ass. soc. Roman Heil, e lo racconterò la prossima settimana in una diretta dai canali social di Sbarre di Zucchero, con la moderazione di Maurizio Mazzi.

    Ci siamo quindi dati l’arrivederci ai primi mesi del 2024, quando la seconda conferenza si svolgerà in Italia, con la promessa di proseguire la collaborazione finalizzata alla preparazione e pubblicazione di un manuale per tutti coloro che lavorano o desiderano lavorare con questo gruppo di destinatari e contemporaneamente parteciperanno alla diffusione dei risultati del progetto, esempi di buone pratiche e alla sensibilizzazione sui problemi di questo gruppo di destinatari, al fine di combatterne efficacemente la stigmatizzazione all’interno della società nel suo complesso.

    La partecipazione di Sbarre di Zucchero a questo importante workshop ci ha offerto l’opportunità di scambiare esperienze, creare reti internazionali, confrontare diverse prospettive e sarà un passo significativo verso un miglioramento del supporto offerto alle famiglie dei condannati in Italia.

    Tutte le foto sono dell’autrice

    Autore

    • Monica Bizaj Sbarre di Zucchero
      Monica Bizaj Sbarre di Zucchero
    carcere detenuti famiglie dei condannati ritorno in società Sbarre di Zucchero
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