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    Home»Diritti»Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni
    Diritti

    Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni

    Associazione Tutti Europa ventitrentaDi Associazione Tutti Europa ventitrentaMaggio 20, 20245 VisualizzazioniLettura 5 min.
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    Il carcere La Dogaia
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    Se questa frase di Fëdor Dostoevskij che abbiamo scelto come titolo fosse vera, dovremmo dire che l’Italia è un paese incivile. Per renderlo civile, dovremmo essere capaci di fare una vera e propria rivoluzione culturale, passare cioè da un’idea di carcere esclusivamente afflittiva e degradante a un sistema come disegnato dal Costituente.

    Ma vi è di più: il nostro sistema penitenziario è totalmente inutile se è vero che quasi il 70% dei detenuti torna a delinquere una volta uscito dal carcere e se è vero che quando si completa la vita in carcere con il lavoro, con una vita rispettosa dell’essere umano, le percentuali di recidiva crollano. Quindi possiamo dire che l’attuale sistema è produttivo di criminalità. Solo questa considerazione dovrebbe spingere la politica a cambiare registro.

    Il carcere di Poggioreale

    Dice Gherardo Colombo: “L’idea di mandare in galera una persona mi tormentava, mettendomi davanti a interrogativi insolubili e angosciosi. Ho cominciato a pensare che il carcere non fosse più compatibile con il mio senso della giustizia, la mia concezione della dignità umana, la mia interpretazione della Costituzione. Più che pensare, in realtà sentivo: sentivo tutta l’ingiustizia della prigione. Era ormai intollerabile. Perciò, dopo anni passati a pensarci, ne ho tratto tutte le conseguenze”. “Il carcere così com’è oggi, in Italia, è da abolire. Non faccio nessuna fatica a dirlo. Conosco l’obiezione e perciò aggiungo: abolire il carcere non significa lasciare chi è pericoloso libero di fare del male agli altri”.

    Sappiamo benissimo che la politica, se non costretta, non muoverà un paglia e meno che mai questo governo. Ma sappiamo e conosciamo anche due fattori importanti: la forza della società civile e il far emergere frammenti di inciviltà per iniziare un cammino. Sul primo punto non bisogna stancarsi di insistere, di informare, di protestare, di proporre diverse soluzioni, di indagare. Sul secondo punto, cercare di individuare la possibilità di fare piccoli passi nella direzione del miglioramento delle condizioni di vita all’interno del carcere. Se ci fossero risorse, si potrebbe intervenire sul lavoro, sulle condizioni sanitarie, sulla scarsezza di personale adeguato, ecc. Ma dubitiamo che questo governo investa risorse sul carcere.

    Le violenze nei carceri compiute dalle guardie carcerarie verso i detenuti, ma anche dai detenuti fra loro, costituiscono un problema, così come i tentativi di suicidio. Ma ci sarà un responsabile di evitare queste condotte! E se si tratta del direttore/direttrice, vuol dire che è lui il responsabile per non aver fatto il suo lavoro di sorveglianza e direzione, così come sono responsabili medici, educatori e preti che chiudono un occhio.

    Allora ci poniamo una domanda: alcune carceri sono più attente al tema del recupero sociale dei detenuti, altre meno; alcune carceri hanno più risorse, altre meno. Sicuramente ci sono direttori più bravi e altri meno, ma perché le risorse sono distribuite con così tanta discrezionalità? Da chi e da cosa dipende?

    Ci sono direttori che riescono a coinvolgere pezzi di società civile per impegnare i detenuti in attività utili per loro e per l’esterno e direttori che non lo fanno. Qual è il controllo del Ministero? Quante multe e quale è l’entità delle multe che l’Europa ha comminato all’Italia per la sua mala gestione del carcere? Cosa si sarebbe potuto fare con quei soldi?

    Le mura del carcere di San Vittore

    La profonda differenza di trattamento dei detenuti a seconda delle carceri che li ospitano colpisce, perché in parte contraddice le osservazioni dei giuristi e dei giornalisti su come si dovrebbe cambiare la legge, accrescere le risorse, migliorare le strutture carcerarie ecc. Vale la pena però non dimenticare mai che alla base della gestione delle persone private della libertà ci sono decisioni non di lontane istituzioni, ma di persone fisiche come i giudici, i direttori delle carceri, e persino le singole guardie carcerarie.

    Cosa si può fare dinanzi al crescente numero di suicidi in carcere? È necessario un provvedimento di indulto e amnistia per affrontare il tragico sovraffollamento? Sono solo alcune delle domande a cui cercheremo di dare risposte sul tema carcere che impegna il nostro giornale da mesi.

    Cari lettori, è stupendo continuare a stracciarsi le vesti per i suicidi in carcere, e indignarci durante il tempo necessario a girare la pagina del giornale. Ma chiamare alla responsabilità, per nome e cognome, gli operatori del sistema, elogiando quelli che fanno il loro lavoro e criticando quelli che non lo fanno, è molto più importante e si può fare subito. Circa le risorse economiche, in Italia non sono mai sufficienti da nessuna parte, però molte strutture della società civile sopperiscono alle carenze dello stato. Anche qui si tratta della volontà dei singoli di fare del proprio meglio.

    “Negli Stati Uniti spendiamo quarantamila dollari per mantenere ogni detenuto e ottomila per l’istruzione di ogni alunno delle elementari. (John Grisham)”. Ecco, dovremmo riflettere su che tipo di società costruiamo.

    Autore

    • Associazione Tutti Europa ventitrenta
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    Carceri Gherado Colombo suicidi
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