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    Home»Società»La manovra, né lacrime, né sangue?
    Società

    La manovra, né lacrime, né sangue?

    Alessandro Erasmo CostaDi Alessandro Erasmo CostaOttobre 20, 20240 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Lo spunto di questo piccolo articolo viene dalla lettura del periodico Other News che, grazie a Claudio, mi fornisce un’informazione importante, selezionata e credibile. L’articolo è di Gianluca Di Donfrancesco, Fmi: il debito pubblico mondiale supera i 100mila miliardi di dollari, da Il Sole 24 Ore.
    Questa ottima analisi è però, come molte altre, molto difficilmente comprensibile per un uomo della strada come sono io.
    Ma se volessimo commentare la famosa “manovra” della quale si dibatte aspramente ora, un articolo così dovrebbe invece servire ai cittadini più ignoranti, perché, siccome si tratta di fondi pubblici, essi dovrebbero poter capire perché bisogna non spendere più nulla, ma mantenere con fatica quello che abbiamo. Invece, l’acceso dibattito fra il governo e l’opposizione non fa capire granché, anche se per ora la manovra è solo chiacchiere, perché non c’è ancora un documento scritto che si possa seriamente commentare.

    Pur non essendo certo un economista, vorrei tradurre alcune cose in un linguaggio per un cittadino qualsiasi. Se ho capito bene, l’articolo ci dice che non solo il debito italiano, ma quello di tutti gli stati del mondo, sta crescendo in modo insostenibile. Mio padre, che era soltanto un ottimo architetto, cercò di spiegarmi, quando ero solo uno studente universitario, che la liquidità, e cioè gli strumenti monetari e di pagamento (la moneta di carta, ma anche quella rappresentata da debiti e impegni di pagamento), doveva rappresentare in pratica l’economia, la ricchezza di uno stato. Cioè, si potevano emettere impegni e assumere debiti in funzione della ricchezza di un paese, in termini di immobili, imprese e loro attività, scambi commerciali, import-export, e quindi appunto la ricchezza di un paese in un determinato momento storico. Non sarebbe quindi diverso dalla ricchezza di una famiglia che possiede immobili, eventualmente imprese, fidi e mutui bancari.

    Quando si passò dal baratto all’uso di una qualche moneta, lo si fece per facilitare le transazioni commerciali e tutte le altre operazioni economiche. Yuval Harari dice chiaramente che la moneta è una narrazione, perché le banconote sono soltanto pezzi di carta, uno strumento fittizio, che dipende soltanto da una convinzione, accettata universalmente dagli operatori economici. Ma se il debito di uno stato, o il debito mondiale aumentano eccessivamente, e non rappresentano più il reale potenziale economico dei paesi, allora la moneta diventa soltanto carta e si genera quella inflazione che ne dimostra il progressivo deprezzamento, perché i cittadini, e i cosiddetti mercati, ne contestano il valore reale e cioè la capacità di fare acquisti e transazioni.

     

    Nel nostro paese il dibattito si concentra sempre su dove dovremmo mettere i soldi, per esempio molto di più nella sanità e nella scuola che non in spese come il ponte di Messina o lo spostamento in Albania di emigranti (un giornale spagnolo ha calcolato che i primi pochissimi migranti trasportati in Albania dalle nostre navi militari, costano 18 mila euro per migrante). In sostanza, il dibattito verte soltanto sul “benaltrismo”. Però esso nasconde, come al solito, la verità.

    Anzi, molti criticano le norme restrittive europee, che sono invece un limite alle spese pazze dei governi.
    Però nessuno, né il governo né l’opposizione, ha l’onestà, il coraggio, di dire che anche la parola manovra non ha senso, perché non ci sono le risorse economiche per deciderla. Bisognerebbe dire chiaramente ai cittadini che è finita l’epoca delle ‘vacche grasse’, quando si poteva dare tutto a tutti. Sarebbe serio anzi far notare che il debito dello stato deve essere limitato, non perché l’Europa ce lo chiede, ma perché la famiglia ha speso per lungo tempo oltre le sue risorse e quindi bisogna diminuire il debito, tirando la cintura e non cercando di acchiappare il consenso con regalini alle categorie deboli, che si traducono fra l’altro in ridicoli contributi o piccoli risparmi fiscali per le famiglie, le partite IVA e le imprese.

    Se avessimo veri politici come Churchill, che chiese agli inglesi di combattere invece di negoziare con Hitler, dovremmo dire chiaramente ai cittadini che per anni abbiamo avuto troppo rispetto a quanto ci potevamo permettere. Quindi ora sono inevitabili tasse e sacrifici, anche se, ovviamente, i sacrifici dovrebbero essere imposti a chi ha di più o, come le banche e le società energetiche, ha fatto utili derivanti da congiunture negative. Del resto, in tutti i paesi si combatte con tasse la speculazione edilizia, perché il valore degli immobili non sale per la bravura dei proprietari, ma per l’evolversi di un mercato che dipende, largamente, dalla società e dal sistema urbanistico dello Stato.

    Sono sicuro che i veri economisti avrebbero molte osservazioni su queste mie spiegazioni, superficiali e incomplete, ma non sarebbe meglio dire comunque la verità ai cittadini? Quando iniziavano le guerre si chiedeva di portare gioielli per contribuire allo sforzo della patria (della quale si riempie la bocca la Meloni), e molti lo capivano bene perché non era una bugia. Oggi invece facciamo di tutto perché i cittadini non capiscano.

    Autore

    • Alessandro Erasmo Costa
      Alessandro Erasmo Costa

      Alessandro Costa nato a Roma, ha insegnato il diritto internazionale e i diritti umani per 40 anni. Ha lavorato nella Cooperazione per lo Sviluppo Economico in molti paesi del mondo e in particolare Medio Oriente e Mediterraneo e Africa (piccole e medie imprese, lavoro delle donne e dei giovani, rispetto dei diritti umani da parte delle imprese). Ha pubblicato molti saggi fra i quali “Il Governo e le Regole dell’economia globale nell’era dei metaproblemi” e più recentemente “il libro Le Diverse, che raccoglie storie di donne di tutto il mondo.

    Albania Governo manovra tasse
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