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    Home»Europa»Dopo la Russia, l’America: una nuova sfida per l’Europa
    Europa

    Dopo la Russia, l’America: una nuova sfida per l’Europa

    Giuseppe GattiDi Giuseppe GattiMarzo 19, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    La brutale aggressione russa all’Ucraina nel febbraio 2022 ed insieme l’incendio dei prezzi, innescato da Gazprom sin dalla primavera del 2021 per agevolare il Cremlino nel finanziamento della guerra, hanno imposto all’Europa di rimodellare rapidamente ed in profondità il suo sistema energetico. L’impresa non era facile: l’Unione Europea acquistava da Gazprom circa il 40% delle sue importazioni di gas, un volume non facilmente sostituibile in tempi brevi, anche per la complessità e la rigidità delle strutture logistiche . Per questa ragione, mentre il petrolio russo venne messo sotto sanzioni l’acquisto del gas non venne formalmente interdetto, (almeno fino al 2027) ma quasi tutti i paesi si operarono per affrancarsi dal gas russo e l’obiettivo venne sostanzialmente colto in tempi abbastanza brevi e nel 2023 la quota di gas russo si era ridotta al 15% dell’import (8% via gasdotto, 7% GNL).  L’ultimo ostacolo, l’interruzione dal 1° gennaio di quest’anno del residuo flusso significativo di gas siberiano -15 miliardi di mc- attraverso l’Ucraina, è stato superato senza provocare troppi contraccolpi, se non un momentaneo aumento dei prezzi, più per nervosismo della finanza che per difficoltà nei fondamentali. La strategia di diversificazione delle fonti ha fatto perno fondamentalmente sullo sviluppo del GNL, con un incremento in Europa della capacità di rigassificazione nel 2023 per 40 miliardi di mc (altri 30 sono previsti tra il 2024 ed i primi mesi del 2025), sicché il GNL copre oggi circa un terzo del consumo globale del gas naturale nella UE e la sua quota è destinata a crescere. Questo disegno ha potuto realizzarsi grazie all’accordo raggiunto nel marzo del 2022 tra la Commissione Europea e l’Amministrazione Biden, con la creazione di una task force per la sicurezza energetica che portò ad assicurare all’Europa già nel 2022 un aumento delle forniture di GNL per 15 miliardi di mc con l’obiettivo di giungere a forniture addizionali per 50 miliardi mc al 2030.

    In forza di questi accordi, già oggi le importazioni dagli USA coprono circa il 50% dei 120 miliardi di mc di GNL importato ed il loro ruolo è essenziale nel coprire il venir meno delle importazioni da Mosca. Aggiungiamo, per completare il quadro, che si è potuto reggere alla quasi totale cancellazione del gas russo anche per una secca contrazione dei consumi, scesi nel 2023 di oltre il 13% ed in ulteriore calo nel 2024, grazie a diversi fattori: due inverni particolarmente miti che hanno ridotto la  domanda nel civile; un forte sviluppo delle rinnovabili che ha contenuto la richiesta del termoelettrico  ed in ultimo il rialzo dei prezzi che ha spinto all’efficientamento esegetico. Si è così raggiunto un nuovo equilibrio, che però è ancora fragile e da consolidare e che invece rischia ora di andare completamente in frantumi. Sono state sufficienti poche settimane a Donald Trump per sconvolgere gli assetti geopolitici strutturati in alcuni elementi essenziali dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, stravolgere consolidate linee guida che hanno retto la politica americana sotto le più diverse amministrazioni e minare dalle fondamenta l’intelaiatura del sistema delle relazioni internazionali con le sue istituzioni, dall’ONU al WTO al Patto Atlantico.

    L’ex-direttore dell’Economist, Bill Emmott, ha scritto che per comprendere Trump dobbiamo ricordare che “ragiona come un gangster” e non mancano gli elementi a confermare questo ritratto. Basti ricordare l’atteggiamento nei confronti dell’Ucraina, con la possibilità di un (debole) supporto condizionata dalla concessione di diritti minerari per lo sfruttamento delle terre rare o l’ipotesi di condizionare l’applicazione dell’art. 5 del Trattato del Nord-Atlantico (quello che impegna alla difesa di un alleato aggredito) alla quota di PIL a sostegno della NATO. Detto con parole meno forti, The Donald ha una concezione transazionale della politica estera: non ci sono sistemi di valore da difendere, l’Occidente è un’entità astratta, anzi inconsistente, quelli che contano sono gli interessi immediati dell’America. Che poi le politiche trumpiane colgano effettivamente gli interessi dell’America è ancora da dimostrare: i primi riflessi della confusa guerra commerciale annunciata, brandendo i dazi come una clava, non sono esaltanti: crollo della Borsa e affacciarsi di tensioni inflazionistiche. Gli unici punti fermi del nuovo corso della politica estera americana sono comunque chiari: dare a Putin un salvagente che gli consenta di affrancarsi dalla sostanziale sudditanza a Pechino a cui la guerra con l’Ucraina lo stava avviando, staccando così la Russia dalla Cina, che per Trump è il vero avversario. Secondo obiettivo evidente (condiviso con Putin), mandare in frantumi l’Unione europea, intanto ignorandola come entità politica, per trattare da posizione di forza di volta in volta con ciascuno dei 27 paesi dell’UE. Per il resto il posizionamento americano si definirà sulla base dei rapporti di forza che verranno a stabilirsi. Se può essere così riassunta la Dottrina Trump, il problema dell’autonomia strategica dell’Europa va ben al di là della sola deterrenza militare ed investe direttamente la strategia energetica dell’Unione. Non dimentichiamo che in America l’esportazione di gas è soggetta a licenza federale e Trump ha dunque in mano uno strumento di pressione più potente ancora dei dazi. Se saltano gli accordi del marzo 2022, il fragile equilibrio costruito con l’apporto determinante del gas americano, va in mille pezzi e sarà estremamente difficile soddisfare il nostro fabbisogno energetico; dovremmo abbandonare ogni velleità di transizione ecologica, ritornare su larga scala al carbone, e neanche questo sarebbe sufficiente.

    Aggiungiamo poi che vi è un secondo rischio derivante dalle guerre commerciali di Trump: se effettivamente venissero imposti dazi al Canada e questi colpissero anche il gas, ne avremmo un contraccolpo sulle nostre importazioni, se va bene solo in termini di prezzo, se va male di prezzo e di quantità. Il Canada infatti esporta circa 70 miliardi di mc verso gli Stati del Midwest ed una tariffa doganale del 25%  (ma anche una ridotta al 10%,  come è stata  ventilata per il petrolio) porterebbe ad aumento dei prezzi su tutto il mercato americano e quindi anche sul GNL esportato. In alternativa si ridurrebbero le importazioni dal Canada, sostituendole con gas americano a scapito dell’export. Comunque vengano declinate le politiche della nuova Amministrazione americana sono un rischio per l’Europa e dopo esserci liberati dal vincolo russo, la nostra politica energetica è ora costretta a darsi l’obiettivo di rendersi autonoma anche dall’America, coordinando gli sforzi per trovare nuove fonti, realizzare nuove reti e potenziare tutta la logistica. Paradossalmente la furia distruttrice di Trump sta diventando un elemento di propulsione per ridare fiato, anche attraverso la politica energetica, alla costruzione dell’unità europea.

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      Giuseppe Gatti
    America Donald Trump Europa stati uniti
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