“La crisi dell’ordine mondiale rende ancora più urgente l’unificazione dell’Europa e questo apre degli spazi all’azione dei federalisti molto significativi” lo dice il neoletto segretario generale del Movimento Federalista Europeo, Roberto Castaldi, al quale rivolgiamo qualche domanda. Da cinque anni direttore del sito di informazione europea Euractiv, Roberto Castaldi ha 51 anni ed è tra le altre cose professore universitario di filosofia politica.

In questo periodo di guerre che si moltiplicano chiediamo a Castaldi qual è la sua opinione sul riarmo dell’Europa e qual è la dottrina federalista su cui si basa?

“Intanto ricordiamoci che il manifesto di Ventotene non è certamente un testo pacifista nel senso del disarmo o della non-violenza, ma del pacifismo istituzionale. Cioè individua come causa strutturale della guerra, l’anarchia internazionale, l’assenza di un governo federale al di sopra degli stati in grado di risolvere le controversie in modo pacifico e quindi di garantire la pace. È un po’ una linea kantiana, noi abbiamo avuto la pace nell’Unione Europea perché se tra l’Italia e la Francia c’è una controversia andiamo alla Corte di giustizia e non abbiamo più bisogno di farci la guerra”.

Ma ci sono anche le guerre fuori dall’Europa?

“Il fatto che ci sia la guerra in Ucraina, in Palestina, in Medio Oriente, in Africa è strettamente legato alla crisi dell’ordine mondiale. Cioè il focus strategico americano si è spostato sul Pacifico per la sfida egemonica mondiale tra Stati Uniti e Cina. L’impotenza europea, dovuta alla mancanza di unità, è ciò che ci impedisce di avere un ruolo di stabilizzazione dell’area di vicinato. Gli europei oggi, i 27 insieme, spendono ben più della Russia per la difesa, ma non hanno nessuna capacità di deterrenza, nessuna capacità di portare alla pace in Ucraina. Questo perché è sbagliato fare semplicemente un confronto tra la spesa militare dei 27 Stati dell’Unione e la Russia, perché la Russia ha una difesa e noi ne abbiamo 27, non è che 27 ciliegie insieme fanno un’anguria. Per questo i federalisti sono a favore della costruzione di una difesa europea. L’Europa oggi è impotente e colpevole. Queste guerre esistono perché non abbiamo creato delle istituzioni sovranazionali per risolvere le controversie. Anche il manifesto di Ventotene chiede che l’Europa federale sia un’Europa in cui ci sia un esercito europeo, una difesa europea, una politica estera europea, e questo fino a quando non si riuscirà a costruire una federazione mondiale che dovrebbe comunque poi essere l’obiettivo della politica estera dell’Europa secondo i federalisti. Il punto è che gli europei – prosegue Castaldi – devono fare una difesa europea, ma al momento abbiamo 130 sistemi d’arma mentre gli Stati Uniti ne hanno 30, noi spendiamo il 30% degli Stati per la difesa con una capacità del 10%. Questo vuol dire che la nostra spesa è talmente inefficiente che due terzi di essa non produce nulla in termini di sicurezza. Perciò abbiamo una capacità militare molto inferiore sia agli Stati Uniti ma anche alla Russia ed un disperato bisogno di una difesa europea. Abbiamo bisogno di avere un riarmo dell’Europa, non un riarmo degli Stati membri dell’Unione, nel quadro della costruzione di una difesa europea”.

Come si concilia la difesa europea con quelle nazionali?

“Noi siamo per la costruzione della difesa europea e non per il riarmo nazionale, però sappiamo anche che in questo momento c’è bisogno di rafforzare le capacità militari dell’Europa.  Oggi non esistono delle forze armate europee, e non si riesce a crearle da un giorno all’altro. Per questo gli Stati si stanno orientando verso il riarmo nazionale, ma questo deve essere fatto nel quadro di un piano per costruire la difesa europea, in modo che diventi un passaggio in quella direzione e non un ostacolo alla difesa europea. Da questo punto di vista, per esempio, l’idea che l’Unione possa acquistare i sistemi d’arma cosiddetti “strategic enablers”, che gli Stati membri non hanno – come lo scudo antiaereo, la capacità dell’intelligence satellitare, la cyber security, eccetera –  a livello europeo rappresenterebbe già un primo passo. Finché non abbiamo anche il 28esimo esercito federale, è chiaro che questi sistemi d’arma non possono che essere utilizzati dagli eserciti degli stati membri, però se ci fosse una proprietà europea dei sistemi d’arma questo sarebbe comunque un passo verso la costruzione di una difesa europea. D’altro canto, anche negli Stati Uniti – ricorda Castaldi – nella prima federazione la difesa era duale, c’era un piccolo esercito federale e le milizie nazionali che erano molto più grandi fino alla Seconda Guerra Mondiale. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale l’esercito federale è diventato più grande delle forze armate nazionali. È chiaro quindi che in una prima fase l’esercito federale sarà probabilmente più piccolo degli eserciti nazionali, ma con una capacità di coordinamento e di pianificazione. Oggi la priorità è sul piano per esempio dell’avere l’approvvigionamento in comune in modo da ridurre sistemi d’arma, ridurre i costi unitari per uno strumento militare e quindi permettere di risparmiare risorse, di avere una difesa più efficace e una razionalizzazione”.

Tornando alla tua recente elezione (di un Movimento che conta circa 3600 iscritti) quale pensi che possa essere il ruolo dell’MFE in questo contesto?

“Dal 1989 sono stato militante prima dei giovani federalisti e poi del MFE, e mi sono reso disponibile a svolgere questo servizio nei confronti del movimento principalmente perché penso che in questo momento ci sia un’occasione straordinaria per i federalisti. Da un lato sta crollando l’ordine mondiale e tutti i disastri che stanno avvenendo sono tutti frutto di questa crisi. Allo stesso tempo c’è un’urgenza di unificare l’Europa in senso federale ancora più forte di prima e questo apre degli spazi all’azione dei federalisti molto significativi. Spero di riuscire a dare una mano a cogliere questa finestra di opportunità rafforzando la nostra capacità di interlocuzione con la classe dirigente politica, economica e culturale da un lato e dall’altro la nostra capacità di intervenire nel dibattito pubblico, di rafforzare la nostra comunicazione verso l’opinione pubblica per rafforzare il sentimento favorevole alla Federazione Europea e agli Stati Uniti d’Europa. Che questo sia possibile mi sembra evidente anche dall’attenzione che negli ultimi mesi è stata dedicata a temi come il Manifesto di Ventotene e gli Stati Uniti d’Europa, che per 82 anni sono state un patrimonio quasi solo del Movimento Federalista Europeo. Oggi sono un tema centrale, una linea di divisione nella battaglia politica a livello europeo in vari paesi, tanto che in questi giorni per esempio di elezioni in Polonia, in Romania o in Portogallo, la lente attraverso cui queste elezioni vengono viste è se vincono gli europeisti o se vincono nazionalisti. Il nostro obiettivo è di cercare di sfruttare questa fase per rafforzare la nostra capacità d’azione e più noi riusciremo ad agire anche a livello locale, a farci conoscere attraverso le nostre sezioni e i centri regionali anche con la comunicazione, più facile sarà riuscire ad avere nuovi iscritti, formare nuovi militanti e quindi rafforzare la nostra capacità d’azione. Questo ovviamente è sempre parte degli obiettivi di un’organizzazione e pensiamo che possa essere più facile adesso, perché la realtà è che fino a poco tempo fa per diventare federalisti bisognava incontrare un federalista, molte persone neanche sapevano dell’esistenza del Movimento federalista perché la lotta politica normale è quella tra i partiti, mentre il Movimento federalista non partecipa alle elezioni perché non ha l’obiettivo di conquistare un potere che esiste, ma di costruire un potere che ancora non c’è, cioè il Governo federale dell’Europa. È chiaro che il fatto che negli ultimi due mesi sia stato venduto mezzo milione di copie del manifesto di Ventotene evidentemente aumenta le possibilità che qualcuno decida di avvicinarsi al Movimento Federalista Europeo che è l’organizzazione che nata proprio dal Manifesto che porta la firma di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con la prefazione di Eugenio Colorni”.