Affinché oltre settanta ambasciatori italiani in pensione — donne e uomini che hanno servito lo Stato con dedizione silenziosa, nella convinzione che la discrezione sia non soltanto una virtù, ma un dovere imprescindibile — giungano a rompere l’abituale riserbo e a prendere posizione con parole ferme e inequivocabili su una vicenda internazionale, deve essere accaduto qualcosa di straordinariamente grave. Qualcosa che scuote le coscienze, che incrina il muro della prudenza diplomatica, che rende impossibile il silenzio. È il segnale che la misura è colma, che la dignità e la giustizia reclamano voce, e che il richiamo morale prevale su ogni antica consuetudine di riservatezza. E questo il senso, questa la genesi della lettera aperta che abbiamo inviato il 27 luglio scorso alla Presidente del Consiglio, per chiedere che l’Italia assuma misure concrete verso il governo israeliano, responsabile di un deliberato eccidio di massa che resterà scritto a lettere di fuoco tra i grandi crimini di questo XXI secolo.
Le motivazioni di questa iniziativa sono sostanzialmente tre. La prima è eminentemente etica: non si può restare inerti dinanzi agli orrori ed agli eccidi indiscriminati di civili a Gaza. Per quel che vale la posizione di diplomatici non più in servizio, abbiamo voluto far sentire forte e chiara la nostra voce. Essere stati diplomatici, abituati a trattare le questioni internazionali più critiche con misura e pragmatismo, non significa essere divenuti totalmente cinici. Nella scelta tra la civiltà e la barbarie, tra soluzioni politiche e il ricorso massiccio ed indiscriminato alle armi, tra rispetto della dignità umana e negazione del diritto alla vita stessa di persone e popoli non esistono aree grigie. L’assedio della striscia di Gaza, che dal 2006 è una prigione a cielo aperto, oggetto di una insensata e disumana punizione collettiva i suoi abitanti, si è trasformato in un massacro indiscriminato di civili che non è affatto improprio qualificare in termini di pulizia etnica, se non di vero e proprio genocidio. Tutto ciò è avvenuto mentre tutte le infrastrutture di Gaza, necessarie anche solo alla sopravvivenza della popolazione, sono state sistematicamente distrutte, a cominciare dagli ospedali e dai presidi sanitari per continuare con le scuole, le università, gli stessi campi profughi. Ed ora si prospetta, con linguaggio asettico, quella che è in realtà una vera e propria deportazione forzata, dopo gli esodi già imposti in questi mesi nella Striscia da sud a nord e viceversa, senza che ci fossero delle vere zone di protezione internazionale.
La seconda motivazione è diplomatica, molto realistica, e cioè che con le dichiarazioni politiche non accompagnate da misure concrete con questo governo israeliano non si va da nessuna parte. In vari formati e consessi, nelle ultime settimane diversi Ministri degli esteri hanno dichiarato “inaccettabili” le operazioni israeliane a Gaza e messo nero su bianco parole di sdegno. Ma i governi non sono delle ong o delle organizzazioni umanitarie. Hanno in mano il potere per agire, e non lo hanno fatto sinora, compreso il governo italiano.
Non viviamo sulla Luna. È ormai evidente che l’unica potenza capace di arrestare davvero la carneficina sono gli Stati Uniti, ma difficilmente lo faranno, e non dipende solo da Trump (basti leggere le dichiarazioni recenti dell’ex-Segretario di Stato, Blinken). Dinanzi a questa verità innegabile, due sole vie si schiudono: ritirarsi nell’inazione, per timore di esporsi, oppure affrontare il rischio di agire. Io credo che in queste circostanze così drammatiche ci sia bisogno di un colpo un colpo d’ala, di politiche per così dire anticicliche, che rimettano sul tavolo opzioni diplomatiche almeno per contenere gli effetti più tragici del conflitto. Nella lettera di oltre settanta ambasciatori indirizzata alla Presidente del Consiglio si indicano quattro misure concrete. La prima: troncare ogni legame nel settore della difesa con Israele. Non si tratta soltanto di sospendere contratti di forniture e armamenti – cosa che già, in teoria, la legge impone – ma di interrompere ogni forma di collaborazione con un esercito impegnato in una campagna di distruzione e annientamento, denunciata persino da alcuni dei suoi vertici. La seconda: imporre sanzioni contro due ministri israeliani, Smotrich e Ben G’vir, i più radicali oppositori della soluzione dei due Stati, sostenitori delle violenze dei coloni e fautori dell’annessione totale della valle del Giordano e di Gaza. L’Olanda, un Paese non certo governato da estremisti pro-pal, li ha già dichiarati persone non grate. Lo stesso ha fatto la Slovenia, Non basta colpire quattro coloni: bisogna raggiungere i mandanti e i loro protettori politici al governo. La terza: sospendere temporaneamente l’accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea, proposta sulla quale, finora, l’Italia ha votato contro in sede di Consiglio dei Ministri degli Esteri della UE. La quarta: in caso di annessioni, totali o parziali, dei Territori palestinesi, riconsiderare il livello stesso delle relazioni diplomatiche con Israele. Con l’annuncio della nuova offensiva su Gaza, quel momento pare ormai imminente. Si tratterebbe di gesti diplomatici ordinari, nulla di irreversibile: il richiamo temporaneo dell’ambasciatore per consultazioni, la convocazione a Roma dell’ambasciatore israeliano. Queste misure fermerebbero Netanyahu? Certamente no. Ma accrescerebbero il suo isolamento sulla scena internazionale. E non sarebbe poco.
Nella lettera si propone quindi di proclamare il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte dell’Italia. Qui ci troviamo dinanzi ad un’obiezione basata su un capzioso ragionamento circolare, un sofisma: non possiamo riconoscere uno stato di Palestina perché quello stato non esiste, ma la Palestina non esiste in quanto stato esattamente perché non la si riconosce come tale.
E’ un dato incontrovertibile che le promesse nate dagli Accordi di Oslo non sono state mantenute. Tuttavia, in una prospettiva storico-diplomatica, non ci si può limitare ad analizzare la condizione presente: è necessario penetrarne le cause, comprenderne il filo profondo. Anche lo Stato di Israele, un tempo, era soltanto un’idea, una speranza, un progetto. Fu il Piano delle Nazioni Unite del 1947 a segnare la fine del Mandato britannico e a dischiudere la via alla nascita di due Stati: uno ebraico — proclamato poi unilateralmente — e uno arabo, con Gerusalemme posta sotto un’amministrazione internazionale, comune a entrambi. Ora, gli Stati esistono perché esistono i popoli, i territori, i governi. Il popolo palestinese esiste, e il suo territorio — quello definito dai confini precedenti al 1967 — esiste in linea di principio, sebbene oggi sia in larga parte sottoposto a un’occupazione israeliana, del tutto illegale secondo il diritto internazionale. Esiste un governo legittimo palestinese, quello dell’Autorità Nazionale. Non è dunque la Palestina — come disse Metternich dell’Italia — una mera espressione geografica, ma una realtà concreta, viva, storica. E qui occorre ricordare un principio essenziale: il riconoscimento di uno Stato è atto eminentemente politico, non semplice formalità notarile. E anche il rifiuto di riconoscere è, esso stesso, un atto politico. A oggi, più di 138 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite hanno già riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina, che dal 2012 siede come osservatore non membro all’ONU — con il voto favorevole, allora, anche dell’Italia — e partecipa a numerosi organismi multilaterali: dall’UNESCO alla Corte Penale Internazionale. La Santa Sede, come ha ribadito il Cardinale Pietro Parolin, lo ha fatto da tempo, e c’è da fidarsi della comprovata saggezza della Chiesa cattolica in campo internazionale. Questa realtà diplomatica è ormai consolidata: ignorarla significa voltare lo sguardo dinanzi all’evidenza.
Occorre rimettere sul tavolo una questione che questo governo israeliano nega nella sostanza, parlando ormai di Giudea e Samaria e non più nemmeno di Cisgiordania. Non si può continuare a ripetere, come una formula vuota, di volere la soluzione a due Stati, per poi riconoscerne soltanto uno. Certo, i confini dovranno essere definiti attraverso il negoziato, che per essere tale deve essere condotto da due attori con pari dignità e diritti. E’ urgente riprendere, tra Israeliani e Palestinesi, un percorso politico, un orizzonte di speranza, per la convivenza in pace e sicurezza di “due popoli, due Stati”. Il riconoscimento è un gesto concreto in questa direzione.
La terza grande motivazione della lettera è politico-strategica, cioè chiedere che l’Italia svolga fino in fondo il suo ruolo storico nel Mediterraneo e trasformi in un piano d’azione l’amicizia sia con Israele che con i Palestinesi ed il mondo arabo. Queste relazioni privilegiate servono a ben poco se non vengono “agite” in modo critico (si pensi alla regressione democratica in Tunisia). In Medio Oriente, ormai diviene chiaro che Israele ha cambiato fondamentalmente la sua dottrina della sicurezza, che da difensiva è divenuta aggressiva, con chiare mire egemoniche (basti pensare al Libano, all’Iran, alla Siria, allo Yemen). Una linea d’azione che ha fatto registrare delle vittorie tattiche indubbie. Dal punto di vista strategico, invece, nel medio e lungo periodo sono scelte disastrose per la stessa sicurezza di Israele e dell’intera regione, e questo riguarda anche la sicurezza nazionale dell’Italia.
Il Piano Mattei, quale che sia l’opinione che se ne abbia, ha una dimensione economica, energetica, migratoria; non mi pare che ci sia un disegno politico complessivo per il Mediterraneo, che includa anche la sicurezza cooperativa. Con chi farlo? Io credo ancora nelle potenzialità dell’Unione Europea come progetto di pace o quantomeno come percorso integrativo. A mio avviso i leader europei hanno una responsabilità storica fondamentale in questo momento e saranno giudicati dalle risposte che saranno capaci di dare al disfacimento dell’ordine internazionale, specie in Medio Oriente. E’ poi fondamentale la voce della stessa Santa Sede come attore autorevole, pacifico e disinteressato rispetto alle tragiche vicende di cui siamo testimoni. Papa Leone XIV, nel solco di Papa Francesco, non sta certo lesinando interventi, prese di posizione e appelli che mirano a scongiurare che, in Medio Oriente come altrove, si vada incontro a disastri ancora più gravi.
Come Ambasciatori, sappiamo per lunga esperienza che non ci sono soluzioni militari, ma solo soluzioni politiche.
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