Nell’attuale situazione geopolitica mondiale analisti e commentatori criticano la debolezza dell’Europa, ma dovrebbero parlare della debolezza degli Stati nazionali europei, dato che il problema è proprio la mancanza di adeguati poteri dell’Unione nella politica estera, di sicurezza e difesa.
In questi mesi assistiamo a una serie di paradossi dovuti al fatto che l’Unione Europea è insieme una risorsa fondamentale ed un progetto incompleto. È sufficientemente forte e rilevante – come si è visto con la Brexit e la pandemia – che spesso viene considerata come un soggetto o un attore politico in tutti i campi. E quindi le viene attribuita una propria incapacità o debolezza anche in campi in cui in realtà non dispone di competenze e poteri adeguati, come nella politica estera, di sicurezza e difesa (oltre che in quella fiscale).
Allo stesso modo analisti e commentatori ne criticano la debolezza, ma al contempo chiedono la creazione di una difesa europea. E l’Eurobarometro e vari sondaggi mostrano che 2/3 degli europei vorrebbero una difesa europea e un’Europa che parlasse con una voce sola sul piano internazionale. È chiaro a tutti che “l’Unione fa la forza”. E in un mondo in cui è tornata a contare la forza e la politica di potenza, gli Stati membri non contano nulla.
La loro debolezza è tale che impediscono all’Unione di agire anche dove potrebbe. Di fronte ai dazi di Trump la Commissione ha predisposto una serie di contromisure. Ma gli Stati membri non hanno voluto implementarle, privando la Commissione di adeguate armi negoziali. E chiedendo alla Commissione di avere una postura accomodante, per timore che un negoziato duro sul piano commerciale potesse avere ripercussioni sul piano della difesa. E la priorità di tutti era la difesa dell’Ucraina, e con essa dell’Europa, il prossimo obiettivo di Putin, che punta a rompere la solidarietà occidentale.
Trump ha portato a casa il punto sul commercio. E poi ha fissato il vertice con Putin in Alaska per accordarsi sull’Ucraina alle spalle degli ucraini e degli europei. La nostra impotenza e irrilevanza è il prezzo da pagare al mantenimento di una sovranità nazionale fittizia su politica estera, di sicurezza e difesa, quando solo a livello europeo potremmo contare qualcosa di fronte a Stati di dimensioni continentali, come USA, Russia, Cina e India.
La narrazione sulla debolezza dell’Europa è strumentale alla prospettiva nazionalista, perché serve a nascondere che l’impotenza è degli Stati membri. Che insieme spendono il 30% degli USA per la difesa, con una capacità del 10%. Cioè 2/3 della loro spesa non produce nulla in termini di sicurezza, perché abbiamo 27 difese nazionali con 130 sistemi d’arma, mentre gli USA ne hanno una, con 30 sistemi d’arma. La dimostrazione più lampante viene da Orbàn. Che è stato il più critico di Ursula von der Leyen dopo l’ “accordo” con Trump. Ma che prima era stato tra i più contrari a una postura forte dell’UE, e che con il suo veto ne paralizza continuamente le decisioni. Tanto che gli altri 26 Stati membri hanno appena firmato un Documento comune a sostegno dell’Ucraina senza l’Ungheria.
È tempo di tirare fuori la testa dalla sabbia, di aprire gli occhi e prendere atto della nuova realtà internazionale. Le grandi potenze mondiali si sono lanciate in uno scontro egemonico e cercano di drenare risorse dalle altre aree del mondo. L’Europa è uno dei maggiori centri di ricchezza e risparmio, e l’ambita preda di tale competizione. L’alternativa al declino e al vassallaggio è l’unità e il recupero di una soggettività politica che gli Stati membri hanno perso da tempo.
Per farlo occorre anche cambiare narrativa e smascherare il grande inganno. L’Unione può ancora essere forte se si dota di un governo federale con competenze e poteri adeguati. Mentre gli Stati membri sono troppo piccoli singolarmente per contare sul piano mondiale e si attaccano a una sovranità nazionale che è ormai un guscio vuoto. Il re è nudo.
Roberto Castaldi, Segretario generale del Movimento Federalista Europeo
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