L’Europa o, meglio, la sua posticcia Unione, ha toccato il punto più basso e tragico della propria esistenza. Nata come reazione al disastro materiale, ideologico e morale della seconda guerra mondiale, doveva avere come prima mission la difesa della pace per ritrovarsi molti anni dopo il proprio concepimento con maestri fondatori che ora rabbrividirebbero di fronte a un progetto che è solo riarmo, difesa, belligeranza. Macron, Merz Meloni come patetici epigoni di Brandt e Adenauer.

Sbaglia persino il Presidente della Repubblica nostrano quando parla di un’Europa che non ha mai fatto guerre. Come continente può avere ragione ma i singoli Stati le loro guerre le hanno promosse, auspicate e facilitate. La stessa Italia, quando Mattarella era vice-presidente del Consiglio (reggente D’Alema, ahinoi, presunto leader di sinistra) , non concesse forse le basi militari nel 1999 per bombardare Belgrado ponendo un altro pesante mattone sulla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. prima Stato amico ma non così amico come gli Stati Uniti? Macchie indelebili a tradire la Costituzione, mai metabolizzate, mai oggetto di autocritica. Ora il progetto massimo dell’Unione Europea è di espellere definitivamente dal continente la Russia, un moloch di 140 milioni di abitanti sui settecento complessivi, spingendola verso l’Asia. Il progetto riesce ma bisogna aver presente che la vittoria sul nazifascismo festeggiata in Cina ha avuto un pubblico virtuale di tre miliardi di persone, quelle che non guardano più all’Europa come una fonte di progresso, di cultura e di civiltà, dunque un esempio da seguire. Dunque hanno torto Roberto Vecchioni e Antonio Scurati quando rivendicano con orgoglio la diversità europea. Perché ci sono altri mondi sottovalutati (quello arabo a esempio) dove è nata l’astronomia, la matematica, primarie fonti del sapere. Ignorare questo vuol dire fare etnocentrismo rinserrandosi accanto ai pavidi volenterosi che non fanno un passo per impedire che ogni volta che cali il sole non ci sia una vittima nel vecchio continente. L’arte della guerra di Von Clausewitz consigliava di non cominciare le guerre che non puoi vincere. Tutto ormai sono convinti che l’Ucraina non può vincere ma, obtorto collo, tutti congiurano perché la guerra continui. E’ il refrain su cui sbatteranno tutti i governi che continuano testardamente a insistere sui rifornimenti bellici facendo ricca l’America che già di suo gode per i dazi, la vendita coattiva del petrolio. Il primo a crollare sarà Macron ma anche Merz e Meloni sanno di rischiare. Perché nella gente si avverte diffidenza e capacità di analisi della situazione. Così se il mainstream paventa lo scoppio della terza guerra mondiale per qualche incauto sorvolo di droni sui territori della Polonia e della Romania non mostra altrettanta sensibilità per quanto succede, continua succedere a Gaza.

Per questo guardiamo con simpatia l’esempio utopico di Global Sumud Flotilla che prolunga il proprio slancio ideale ben oltre quelli che potranno essere gli effetti della solidarietà pratica. C’è è idealismo ma anche il senso di una missione rischiosa vista il vivo senso di criminalità impunità che si respira in Israele. La situazione è talmente drammatica e spinosa che persino il vago Tajani ogni tanto scende dal piedistallo dei triti slogan e si spinge adire qualche parola in più. Con tutto ciò nessuna sanzione per Israele, nessuna affermazione istituzionale sul riconoscimento del genocidio, nessuna forma di boicottaggio sportivo per le squadre di Israele che stanno disputando i mondiali di atletica, le qualificazioni ai mondiali di calcio, dopo aver concluso gli europei di basket. L’avventura di Flotilla non è una provocazione ma un tentativo di portare la contraddizione nel ventre molla dello sterminio. Non escludiamo che reazioni dure potrebbero avere l’effetto di spingere il mondo non condizionato dalla lobby a muovere finalmente qualche energico passo diplomatico.