Nei primi sette mesi del 2025 le morti sul lavoro in Italia sono aumentate di oltre il 5%. É cresciuto il numero degli incidenti nel tragitto casa-lavoro. Gli appelli del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la richiesta di una Procura nazionale del Lavoro, i maggiori rischi per i lavoratori stranieri, il ruolo dell’Unione Europea. Parla Antonio Di Bella, Presidente dell’ANMIL, Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro.
di Nunzio Ingiusto

Presidente Di Bella, tre morti nelle ultime ore in una fabbrica vicino Caserta con l’ANMIL realtà consolidata in Italia, ma gli incidenti sul lavoro, danno numeri sempre più allarmanti. Dove stiamo andando?
“Stiamo continuando ad andare nella medesima direzione degli ultimi decenni con una differenza di scenario: cavalchiamo il progresso. L’innovazione tecnologica, un tempo visionaria, è realtà tangibile della nostra quotidianità. Intanto, i lavoratori precipitano ogni giorno dalle impalcature, si ribaltano con il trattore, muoiono in disastri ferroviari. Siamo iper-connessi, iper-specializzati e intercambiabili ma si continua a morire sulle strade dopo turni di lavoro interminabili. Professiamo la multidisciplinarietà, skills e soft-skills, la necessità di fondere il periodo di preparazione dei nostri studenti con l’immersione in realtà lavorative, ma ci ritroviamo ad estendere la tutela INAIL agli studenti a seguito di inconcepibili morti durante la formazione scuola-lavoro ”.
Una sintesi drammatica. Quali sono i dati più aggiornati ?
“Gli ultimi Open Data INAIL che noi rielaboriamo mettendo a confronto le variazioni di percentuale tra anni contigui, sono relativi ai primi sette mesi del 2025 e mostrano una variazione complessiva degli infortuni denunciati dello 0,4% a livello nazionale. Gli infortuni mortali sono invece aumentati del 5,2% (607 contro i 577 dello stesso periodo del 2024). Le malattie professionali hanno visto un picco significativo del 9,9%. È importante specificare che in questo quadro l’aumento dei morti in occasione lavorativa è prepotentemente causato dagli incidenti in itinere, vale a dire nel tragitto casa-lavoro o viceversa.
Dove avvengono maggiormente ?
“Sono infortuni mortali su strada che riguardano riders, autotrasportatori, tassisti. La strada rappresenta il 37,3% del totale degli infortuni denunciati, superando il settore dell’edilizia e dell’agricoltura. Anche l’aumento delle malattie professionali denunciate nasconde una maggiore consapevolezza e prevenzione nelle diagnosi da parte dei lavoratori esposti a sostanze rischiose o impegnati in mestieri particolarmente gravosi ”.
Questi dati descrivono esattamente la situazione ?
“No. Sono dati ufficiali che nascondono ben altri numeri: basti pensare all’intero mondo del sommerso non denunciato, dal lavoro nero sino al caporalato. Pensi anche alla mancata denuncia di malattie professionali che insorgono, nei casi più letali, dopo anni dall’esposizione a sostanze nocive”.
Gli incidenti sul lavoro sono una piaga dolorosa per tutto il Paese. Non si fa mai abbastanza per prevenirli. Ma mi chiedo dove finiscono le responsabilità dei datori di lavoro e iniziano quelle dei lavoratori?
“É complicato tracciare un perimetro. Nella maggior parte dei casi si tratta di un consensuale patto di scorrettezza tra datore di lavoro e dipendente, dal quale, in caso di infortunio – stia certo – non ne guadagnerà proprio nessuno: uno pagando di fronte alla legge e l’altro con la propria integrità fisica o, ancor peggio, con la vita. Viviamo in una società che sta perdendo anche gli ultimi residui di speranza volti alla costruzione di un futuro solido.
Può essere più chiaro ?
” Certo. Il lavoro nero, spesso anche preferito a quello in regola, ne è l’esempio. Si vive il “ qui ed ora ” in ogni ambito della vita, anche sul lavoro. Questo genera instabilità a livello individuale e collettivo, danni al singolo cittadino e all’economia nazionale. Come non possiamo ignorare il fatto che spesso le vittime sono dipendenti di sé stessi, di imprese familiari che, soprattutto in agricoltura e edilizia, incrinano le analisi stereotipate sullo sfruttamento ? ”.
Chiarissimo. Voi vi battete, giustamente, per far crescere la cultura della sicurezza. Quali sono i settori dove ci si prepara meglio alla sicurezza sul lavoro?
“Bisogna attuare una rivoluzione culturale per le ragioni che Le ho brevemente descritto. Il lavoratore e il datore di lavoro che suggellano il patto di scorrettezza o il piccolo imprenditore-lavoratore che lo applica su se stesso, lo fanno in ragione di una carenza strutturale legata alla formazione. Tutto ciò è aggravato dal senso di impunità che il nostro sistema legislativo consente o, meglio, dall’applicazione del ginepraio di norme del quale la nostra giurisprudenza è proprietaria in caso di scorrettezza ”.
Evidentemente ci sono differenze tra grandi e piccole aziende.
“La formazione alla sicurezza sul lavoro si applica nella maniera più aderente alla normativa vigente nelle grandi aziende, capaci di contenere più facilmente i costi e più preparate alla valutazione dei rischi legali che derivano dalla mancata ottemperanza. Questo in uno scenario nel quale- ed è cosa nota- la maggior parte degli incidenti sul lavoro si verifica, invece, in piccole e medie imprese. Sono quelle che troppo spesso con l’acqua alla gola vanno a risparmiare sui costi della formazione alla sicurezza per rimanere in vita. Attenzione, non voglio escludere da questa analisi le molte imprese virtuose, che si spendono attivamente per la sicurezza e la formazione dei propri dipendenti.
Ne conoscete molte ?
“Si, come ANMIL, per fortuna, ne conosciamo tante. Ma si tratta, su scala nazionale, di mosche bianche che dovrebbero essere prese ad esempio e premiate in maniera incisiva oltre a rientrare in maniera proattiva nell’azione di sensibilizzazione alla cultura della prevenzione. Noi ci facciamo promotori all’interno di scuole ed aziende per parlare, come fanno i nostri testimonial invalidi del lavoro, ad altre realtà lavorative. Le mettiamo a conoscenza della correttezza del loro operato facendo capire che investire nella sicurezza, oltre ad essere un dovere e una conquista etica e morale, è anche un risparmio in termini economici e produttivi”.

Il Presidente Sergio Mattarella ha richiamato più volte imprenditori e lavoratori a vigilanza e controlli. Mi dice al verità, la politica vi ascolta?
“I tempi sono complessi. Le parole del Capo dello Stato sono linfa vitale per la motivazione e la battaglia che portiamo avanti, ma è inutile nascondere la testa sotto la sabbia annuendo di fronte agli errori portati avanti dall’attuale classe politica e da quelle che – almeno nell’ultimo decennio – l’hanno preceduta”.
Ma ci sono anche troppe norme ?
“Si. Il proliferare di norme scritte, nella più parte dei casi a seguito di eventi infortunistici di risonanza nazionale come le grandi stragi, gli incidenti plurimi, le morti in alternanza scuola-lavoro, ne sono il triste esempio. Troppe norme non fanno che contorcere ulteriormente un sistema già di per sé confuso. Abbiamo bisogno, invece, di un investimento massivo ed importante nella formazione e di riconquistare la fiducia della cittadinanza e della classe lavoratrice verso un inedito senso di tutela. La nostra proposta di istituire una Procura nazionale del Lavoro, ad esempio, è tra i pilastri imprescindibili da costruire per andare nella direzione auspicata.
Le indagini e i processi rendono giustizia ?
“Le lungaggini d’indagine e processuali che contraddistinguono ogni processo per le morti sul lavoro, spesso arrivando alla prescrizione, non possono che generare un senso collettivo di sfiducia nel sistema e nel valore attribuito alla vita umana ed alla classe lavoratrice che, mi consenta di specificarlo nella sua ovvietà, è sempre quella media.
Presidente, torniamo alla politica. Vi ascolta o no ?
“La politica non ci ascolta. Pochi giorni fa l’ex Procuratore della Repubblica Raffaele Guariniello in un’intervista a “La Stampa” ha ricordato come esistano tante Procure della Repubblica chiamate a tutelare i deboli, ma pochissime proprietarie di una reale specializzazione; vale a dire composte da magistrati realmente esperti del settore di appartenenza designato. La mancanza di una Procura del Lavoro che possa svolgere indagini incisive e in breve tempo deve andare di pari passo con il rafforzamento e la formazione di tutti gli organi di vigilanza, Ispettorato nazionale del lavoro e Asl. L’una senza l’altro non possono che generare una falla di sistema che è esattamente quella alla quale assistiamo da anni ”.
Guardiamo anche al futuro. Lei pensa che i processi di innovazione, di transizione ecologica e di sostenibilità creano nuovi problemi alla sicurezza?
“No, se attuati in un regime di regolarità e coerenza, che è quello del quale abbiamo parlato sino ad ora. Il problema non è mai lo strumento, ma come lo si usa. L’intelligenza artificiale, ad esempio, può e deve essere uno strumento essenziale per la sicurezza sul lavoro.
Esempi ?
“Pensiamo banalmente al monitoraggio costante degli ambienti, alla capacità di analisi predittiva del rischio, alla sostituzione del lavoratore atto a compiti pericolosi o gravosi con la macchina da lui guidata allo svolgimento di tale lavoro. Preciso che questa relazione tra lavoratore e macchina, ovvero la ‘sostituzione’ non deve tradursi in licenziamento per l’operaio, bensì in sviluppo di nuove competenze. Il processo è stato inaugurato ma la maggioranza delle maestranze coinvolte ha iniziato una formazione mirata alle nuove tipologie di lavoro in sinergia con queste nuove tecnologie ? Probabilmente solo nelle grandi realtà aziendali ”.
Ma anche in questo caso torniamo alla differenza tra grandi e piccole aziende.
“Esistono doppi standard tra contesti lavorativi, lavoratori di serie A e di serie B. E come per le nuove tecnologie, lo stesso discorso vale per transizione ecologica e sostenibilità: ogni rivoluzione crea nuovi rischi e nuove opportunità, ma deve essere accompagnata da un’adeguata formazione dei soggetti coinvolti. Succede, e non solo nel ostro Paese, che l’impegno per la transizione ecologica nasconda in realtà ben altri interessi”.
Alziamo il livello di attenzione all’Europa, come grande contenitore regolatorio. Secondo Lei cosa può fare l’Ue?
“ANMIL collabora da anni con l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) nel suo importante compito di diffondere e migliorare la cultura della prevenzione e la tutela dei diritti ad un lavoro sicuro per tutti i cittadini dell’Unione Europea. Sicuramente organismi come EU-OSHA e l’International Labour Organization (ILO) sono pilastri imprescindibili del sistema internazionale per garantire degli standard omogenei e coerenti di protezione data la libera circolazione della forza lavoro all’interno degli stati membri. All’Unione Europea noi chiediamo una presa di coscienza globale che non si limiti alla promulgazione di direttive, ma alla vigilanza della loro corretta applicazione a seguito del recepimento”.
In pratica standard unici per tutti Paesi dell’Unione ?
“Garantire norme paritarie di concorrenza commerciale può voler dire assicurare uguali condizioni di sicurezza e di tutela su standard comunitari che spesso possono fare la differenza a livello economico. Un tema fondamentale a livello europeo è proprio quello che lega sicurezza sul lavoro e sicurezza ambientale. Noi chiediamo normative incisive che mettano in correlazione, a livello penale, i due ambiti di interesse ”.
L’ambiente è un settore davvero maledetto….
“Si. Io penso ai grandi disastri ambientali causati dall’insicurezza e dalla non curanza delle normative in realtà aziendali importanti. Voglio ricordarLe solo l’epopea degli stabilimenti Eternit che continua a mietere vittime senza aver trovato giustizia a cavallo di due secoli ”.

Presidente Di Bella, c’è un grande tema legato alle morti sul lavoro di lavoratori immigrati. Ma i lavoratori stranieri hanno rischi lavorativi più alti, rispetto agli italiani ?
“Le faccio una distinzione che può sembrare lapalissiana, ma che è alla base del sistema che nel nostro Paese regge- ahinoi !- le sorti dell’economia del Paese. Cosa si intende per ‘lavoratore straniero’ ? Viviamo in un’epoca massivamente segnata dalla circolazione di persone e merci (libera e non) messa sicuramente in crisi dai recenti sviluppi negli scenari geopolitici. Ovvio, che l’assunzione di un cittadino europeo in una realtà lavorativa del nostro Paese sia, giustamente, più incline ad un trattamento simile a quello destinato ai lavoratori italiani e ancora più ovvia è la considerazione per la quale tale trattamento sia, ingiustamente, subordinato alla tipologia di lavoro svolto. Le sembrerà banale, ma è importante sottolinearne il gusto tragico. Ribadire che la maggioranza degli eventi infortunistici avvengono in settori di logistica, edilizia, agricoltura, delivery: tutti ambiti che stanno vivendo da anni una netta sostituzione etnica della forza lavoro che li porta avanti e, di conseguenza, un enorme calo della messa a norma contrattuale “.
È un fatto che i lavoratori stranieri da noi hanno meno garanzie
“Si pensi al fenomeno del caporalato che sino a qualche anno fa identificavamo automaticamente con il lavoro agricolo nei campi. Oggi il caporalato è radicato in tutti gli ambiti lavorativi dove questa sostituzione etnica è diventata sistema. Gravando sulle difficoltà dei cittadini immigrati ad ottenere una normalizzazione della loro posizione nel nostro Paese. Tale sistema li inserisce massivamente in quei settori snobbati per lungo periodo dai lavoratori italiani privandoli di ogni tutela basilare, sino ad arrivare a nasconderne i cadaveri a seguito di infortunio. Nei nostri cantieri, nei nostri campi, nelle nostre strade intenti a portare a compimento più consegne possibili inseguendo l’algoritmo ci sono – in maggioranza – lavoratori immigrati privi di qualsivoglia tutela. Quindi, sì, definirei i loro rischi nettamente maggiori a livello statistico”.
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