L’attuale assetto istituzionale europeo sembra aver perso di vista il “valore aggiunto del compromesso” spiega Marco Buti, che da economista ritiene che “siamo arrivati al limite dell’integrazione attraverso l’economia”.
Toscano, 68 anni, con un passato trentennale di funzionario della Commissione europea dove ha ricoperto incarichi importanti come direttore generale della DG economia e finanze e capo di gabinetto del Commissario Paolo Gentiloni, Marco Buti è attualmente titolare della cattedra Padoa Schioppa all’Istituto Universitario Europeo e ha una grande conoscenza delle dinamiche comunitarie che gli consente di fare analisi molto approfondite e avanzare proposte concrete per il futuro dell’Unione europea.
A poche settimane dalla bocciatura della mozione di censura contro la Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, Buti rileva però che quella che può sembrare una forza della Presidente, in realtà si rivela essere più una debolezza della Commissione.
Al momento della seconda elezione di Von der Leyen infatti “per la prima volta il collegio dei commissari ha ottenuto meno voti della Presidente e questo è una anomalia che la dice lunga” spiega Buti “il Collegio della Commissione è tutto schiacciato sulla Presidente e non c’è una autonomia di giudizio che permetta di tirare furi il meglio dalla collegialità”
“Di solito i commissari europei, quando sono autorevoli, difendono in maniera efficace le decisioni della Commissione proteggendo così anche la Presidente, servendo anche da trait d’union sia con i loro paesi che con i loro gruppi politici di appartenenza e arrotondando gli angoli quando necessario”.
“L’attuale iper centralizzazione di questo collegio dei Commissari da una apparenza di forza ma in realtà è una dimostrazione di debolezza che si vede quando si arriva a scelte difficili” prosegue Buti secondo cui oltre alla Commissione anche il Parlamento e il Consiglio sono ostaggi di una politica spicciola.
“Lo stesso giorno in cui è stata bocciata la mozione di censura in aula, gli europarlamentari del PPE hanno votato con i gruppi di destra nelle Commissioni parlamentari” a dimostrazione del fatto che il presidente del PPE Weber si è allineato con la destra anti-europea quindi è venuto meno il cordone sanitario che sempre aveva dettato i comportamenti istituzionali in passato”.

Marco Buti (foto privata)
Secondo Buti anche nel Consiglio e nel Consiglio europeo c’è un dominio del PPE, un tempo il partito più pro-europeo nella tradizione di Adenauer e De Gasperi, con tensioni sovraniste molto forti che dimostrano che si è perso di vista “il valore aggiunto del compromesso fra le forze pro-europee”.
In questo contesto, spiega Buti, è necessario trovare nuove sintesi per poter andare avanti “In passato siamo spesso passati attraverso il canale economico per arrivare ad una maggiore integrazione politica, cercando di dimostrare l’utilità di certe scelte dimostrando i vantaggi economici che questi portavano per arrivare ad una maggiore integrazione politica”.
I vantaggi economici di una maggiore integrazione sono oggi indubbi, ma mettere l’accento sull’economia oggi non basta, prosegue Buti, perché non riesce a più a toccare le stesse corde sensibili in particolare nelle cancellerie: oggi bisogna tradurre ogni scelta in termini geopolitici e geoeconomici e puntare sulla sovranità europea.
Per esempio, per garantire la base per la stabilità finanziaria europea è necessario l’utilizzo di bond comuni e questa secondo Buti “è la base per il finanziamento di beni pubblici che ci permettano di ridurre il gap tecnologico con USA e Cina e rafforzano la presenza europea nelle governance e nell’economia mondiale”.
In questo contesto, prosegue Buti “quanto più contiamo su di noi per la nostra crescita e quanto meno siamo vulnerabili rispetto al resto del mondo perché dipenderemo meno dalle esportazioni che sono state per noi il volano della crescita”.
Per questo è necessario anche avere un bilancio europeo più importante “con la possibilità di reperire fondi sul mercato per investimenti”. “Queste sono scelte economiche ma che hanno un risvolto di rafforzamento della posizione dell’UE sullo scenario mondiale”.
In un mondo dominato da USA e Cina queste scelte potrebbero passare meglio se si facesse “lo sforzo di traduzione in termini sia geopolitici che geoeconomici che io credo si dovrebbe fare in maniera sistematica”.
“Siamo arrivati alla frontiera dell’integrazione che passa dalla porta di dietro – prosegue – e ogni decisione a livello comunitario deve soddisfare sia l’interesse nazionale che quello europeo”.
“Siamo arrivati al limite della possibilità di integrazione attraverso l’economia: bisogna spiegare ai cittadini i vantaggi anche in termini di interesse nazionale di una sovranità condivisa”.
Secondo Buti oggi “l’America ha un approccio estrattivo, cioè fare ancora di più i propri interessi, mentre la Cina cerca di raggiungere lo stesso obiettivo ma creando dipendenza” per questo prosegue “è ormai necessario mettere sul tavolo la questione della sovranità europea”.
A partire dalla sovranità digitale che secondo Buti sarà la componente fondamentale della competitività e sovranità futura, in particolare in presenza delle attuali guerre ibride dove l’aspetto tecnologico è predominante.
“Se si perde quella sovranità digitale e il controllo dei dati, si perde una grandissima parte della nostra indipendenza e non è un caso che dopo l’accordo commercio con Trump a luglio le sue minacce si concentrano ormai essenzialmente su quello”.
In questo contesto e se si guarda al prossimo futuro “per trovare la via per rimettere in moto l’integrazione europea bisognerà quindi andare un po’ fuori da quelle che sono le procedure dei Trattati” suggerisce Buti, ricordando che esistono già le procedure per fare delle ‘cooperazioni rafforzate’ e che queste saranno ancora più consigliabili a fronte di ulteriori adesioni di altri paesi all’UE.
Infatti se al momento la cosiddetta ‘coalizione dei volenterosi’ è concentrata sulle questioni militari e della difesa si potrebbe anche sperimentare di attivarla per una serie di proposte per esempio sulla competitività e in altri campi come quella dell’unione dei capitali finanziari, attualmente chiamata “Saving and investment Union”.
Su queste proposte legislative “quando metti insieme i paesi più grandi hai già fatto la parte più grossa” per questo secondo Buti questo sarebbe un canale inevitabile anche se di carattere intergovernativo per proseguire nel cammino dell’integrazione.
Se queste cooperazioni si mettessero in moto per esempio con alcuni paesi “all’avanguardia” e se si prevedessero una serie di coalizioni a geometria variabile, facendo molta attenzione a non creare confusione istituzionale, alla fine dice Buti “la Commissione potrebbe fa rientrare questi avanzamenti in un alveo comunitario”.
Buti fa alcuni esempi di “beni pubblici” realizzati in questo modo come le “cartolarizzazioni nel settore finanziario, oppure ancora più concreta la realizzazione dell’interconnessione transfrontaliera delle capitali europee con treni ad alta velocità senza per questo dimenticare l’imperativo della transizione verde. Questo progetto infatti riunirebbe sia gli aspetti dell’innovazione che quello della solidarietà, perché unirebbe i paesi e aiuterebbe le regioni più in difficoltà o periferiche.


