L’autrice di questo testo è una scrittrice italiana di origine ucraina che da lungo tempo vive a Verona, dove lavora come guida turistica. Condivide le sue toccanti impressioni dell’incontro con le madri dei soldati ucraini caduti. La società ucraina è pienamente consapevole della grandezza di questo sacrificio, ma proprio per questo non intende arrendersi: il dolore si trasforma in forza, in memoria e in determinazione a continuare la lotta per la libertà. Questi sacrifici non devono essere vani.

Iryna Medved

Oggi, 7 settembre, è stata per me una giornata speciale. Ho avuto l’onore di accompagnare in giro per Verona una delegazione delle madri degli eroi caduti sul fronte. Erano una quarantina delle migliaia di donne ucraine che hanno offerto al mondo il sacrificio più grande: il proprio figlio, ucciso in guerra dai russi.

Dare una speranza alla mamma”

In questo momento così difficile, molte madri si ritrovano unite non solo dal dolore, ma anche da un cammino di sostegno e guarigione proposto dal progetto “Dare una speranza alla mamma”. Il percorso terapeutico è organizzato da fratello Kostiantyn Morozov dei padri cappuccini minori. I rappresentanti di questo antico ordine monastico cattolico si occupano, anche in Ucraina, dell’assistenza ai bisognosi fin dall’inizio della guerra nel 2014.

Il giorno prima della gita, queste madri coraggiose erano al Vaticano per un incontro con il Papa Leone XIV. Sulla via di ritorno verso casa si sono fermate a Verona, che tante volte è stata colpita in passato e ora, ricostruita e dimentica delle proprie ferite, accoglie numerosi turisti. Sono state ospiti della Fondazione Recobot presso l’ostello Santa Chiara, lo stesso che aveva aperto le porte per accogliere i primi profughi ucraini arrivati a Verona fin dalla primavera del 2022.

Incontro con Papa Leone XIV in Vaticano. Foto di Liudmyla Bohdashevska

Passeggiata per Verona

Ero un po’ preoccupata prima di iniziare: troverò il tono giusto per raccontare la storia di Verona, piena di eventi bellici e catastrofi naturali? Ma quando sono entrata nel giardino dove mi aspettavano e le ho viste, i dubbi sono svaniti: era giusto raccontare tutto, terremoti e bombardamenti inclusi, per far vedere come il tempo e l’impegno della società intera possano lenire le ferite anche più profonde, facendo tornare la città alla prosperità e alla bellezza.

Camminando, abbiamo incontrato alcuni ucraini che ci hanno notato e salutato calorosamente. Per loro, bastava vedere i ritratti dei figli caduti sulle spillette e magliette delle signore per capire chi fossero. Alcune madri tenevano in mano le foto dei figli, come icone dalle quali non possono staccarsi nemmeno per un istante. 

Non so descrivere l’emozione che provavo spostando lo sguardo dal volto giovane, coraggioso, serio dei ragazzi morti ai volti vivi, stanchi ma pieni di fede e di orgoglio delle loro madri. Il legame fra i tratti dei figli e delle madri era evidente. Erano indissolubilmente legate con chi non c’è più, ma anche fra di loro, con le compagne trovate in un momento di disperazione. Ora, viaggiando insieme, avranno creato dei legami per andare avanti sul cammino della vita, non più solitario, nel nome dei nipoti da accudire e dei figli da portare nei propri ricordi.

Dopo la messa alla basilica di San Zeno, l’abate ha voluto salutarle tutte, una a una. Non si aspettava di certo di ricevere invece di una breve stretta di mano un lungo abbraccio da ben quaranta signore, una dopo l’altra. Ciascuna di loro cercava di parlare con lui, raccontare del proprio figlio, ma il parroco non capiva l’ucraino: era comunque un momento di fratellanza che andava oltre le parole.

Scriva Giulia”: il coraggio di ripartire

Vicino alla Casa di Giulietta, la ragazza del negozio di ricamo ha proposto come al solito di ricamare gratis il nome su un cartoncino. “Scriva Giulia”, – mi ha detto una signora, – “È per mia nipote”. Quante volte ho aiutato i turisti in questa situazione? Solo che stavolta sapevo, senza doverlo chiedere, che la piccola Giulia è un’orfana.

Alla fine del lungo giro, abbiamo trovato un parco tranquillo e abbiamo mangiato un gelato insieme. La psicologa che accompagnava la delegazione, signora Liudmyla Kushnyr, mi ha raccontato come la “Casa Padre Pio” di Kyiv sia diventata un punto di riferimento per le madri. Arrivano in piccoli gruppi per una settimana di soggiorno, silenziose e diffidenti all’inizio, vengono coinvolte in attività che le fanno star meglio. Che cosa può aiutare a guarire un cuore spezzato? Preghiere e passeggiate, visite mediche e massaggi, art e pet therapy, parrucchiere e cosmetologi. Le mamme cucinano e mangiano insieme, e non più nella solitudine di una casa diventata di colpo vuota. Parlano fra loro e con gli psicologi, fanno ginnastica, ricominciano a prendersi cura di sé. Il lutto fa loro dimenticare se stesse, e qui, grazie al percorso terapeutico, tornano a vivere. Il viaggio in Italia era una delle tappe del progetto “Dare una speranza alla mamma”, ma la parte più importante comincerà quanto torneranno a casa e, si spera, si sentiranno meno sole.

Frate cappuccino che ha accompagnato il gruppo. Foto di Liudmyla Bohdashevska

Un saluto commovente

Sedute sulle panchine con il gelato in mano, le donne e anche i due frati con il classico saio marrone, cingolo e i sandali, si scaldavano al sole, guardando l’Adige scorrere senza sosta. Per un attimo sembrava che la guerra fosse un miraggio lontano. Ma bastava uno sguardo sui volti dei figli, riflessi negli occhi delle mamme, per ricordare che la lotta non è ancora finita. Il sacrificio di questi giovani non deve essere vanificato: la società non accetta l’idea della resa alla dittatura, nonostante la pressione esterna da parte di chi cerca una soluzione facile, rapida e ingiusta. Gli ucraini non ci stanno, perché sanno che la vita di sottomissione non fa per loro. La loro volontà di combattere e la fede nella giustizia non scompare: si rafforzano di fronte ai crimini di guerra russi.

Il gruppo di madri ucraine presso il ponte Scaligero a Verona. Foto di Marina Sorina

Prima di riprendere il cammino, una delle mamme si è avvicinata e mi ha detto: “Grazie per la visita, a me e a mio figlio è piaciuta Verona. È stato bello camminare insieme. Pensavo a lui ma anche ascoltavo le spiegazioni.” Un abbraccio ci ha permesso di commuoverci senza farlo notare alle altre. 

Un altro dettaglio piccolo, ma significativo: il cestino d’immondizia in quel parco era pieno zeppo già quando siamo arrivate. Vista la situazione, una delle donne ha tirato fuori un sacchetto, un’altra gliel’ha preso e ha fatto un giro raccogliendo dalle compagne le coppette di gelato vuote. Non abbiamo contribuito a sporcare quel parco, mentre gli altri turisti non avevano problemi a buttare l’immondizia dove capita.

Al momento di commiato, hanno mostrato tanta tenerezza, mi hanno riempita di abbracci e regalini. D’ora in poi a casa mia vivrà una “motanka” con dentro l’odore della steppa [“motanka” – bambola simbolica tradizionale ucraina con funzione di talismano, realizzata avvolgendo stoffa e tradizionalmente senza volto]. Sono felice di averle immerse nella bellezza della pacifica vita italiana almeno per qualche ora e spero che al ritorno da questo pellegrinaggio portino nel cuore una carica positiva, che le aiuti a dissipare le tenebre.