I valori dello stato sociale un bene prezioso dato troppo per scontato

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa ma sembra che pochi se ne siano accorti e ancor meno abbiano voglia di parlarne. Lo stato sociale, così com’è stato conosciuto finora, rischia di non sopravvivere, o uscire fortemente ridimensionato, dalle nuove sfide poste dalle guerre divampate ai confini Est e Sud dell’Ue e dalla perdita di competitività che ha investito il sistema produttivo europeo.

In realtà il modello del welfare state che, seppure con diverse specificità, ha caratterizzato i Paesi dell’Unione facendone una sorta di ‘paradiso sociale ‘ spesso imitato e invidiato nel resto del mondo, da anni subisce colpi di piccone dovuti a diversi fattori. A cominciare dal liberismo anglosassone che tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso il Regno Unito contribuì fortemente a imporre alla stessa Ue quando ancora Londra ne faceva parte.

Poi sono arrivate le conseguenze di una globalizzazione incontrollata, dei ripetuti terremoti finanziari, dell’eccessivo indebitamento di vari Paesi, di una crescita economica asfittica e, da ultimo, da una crisi geopolitica acuita dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca.

Come ha sottolineato qualche tempo fa l’autorevole l’istituto di ricerca economica tedesco Ifo, solo un cosiddetto ‘dividendo della pace’ – stimato in ben 1.800 miliardi di euro nell’arco degli ultimi 30 anni – ha consentito ai Paesi dell’Unione europea di arrivare a un livello di welfare che la sola crescita del Prodotto interno lordo (Pil) non sarebbe altrimenti stata in grado di supportare.

Ma ora la pace è a rischio e l’aumento del Pil continua a essere ben al di sotto del ritmo che gli economisti ritengono indispensabile per sostenere gli attuali livelli di spesa pubblica.

La necessità di destinare ingenti risorse per la sicurezza e la difesa, il costante invecchiamento della popolazione e la timidezza con cui la Commissione guidata da Ursula von der Leyen applica la ricetta Draghi per il recupero della competitività e della crescita, sono i principali, anche se non unici, elementi che formano una miscela esplosiva in grado di far saltare i delicati equilibri su cui finora si sono retti i conti pubblici di molti Paesi, come ad esempio la Francia e l’Italia, e portare a un ridimensionamento dei sistemi pensionistici, dell’assistenza sanitaria garantita e degli ammortizzatori sociali . Inoltre, questa mancanza di risorse potrebbe avere ripercussioni negative anche sul sostegno pubblico all’educazione e alla formazione, ovvero gli elementi più importante per una società che voglia investire sui giovani, sull’innovazione e sulla ricerca.

E’ abbastanza sorprendente, ma non inspiegabile, che davanti a questo scenario a lanciare gli allarmi più forti siano state finora figure come Christine Lagarde e Mario Draghi, rispettivamente attuale ed ex presidente della Banca centrale europea (Bce). Una signora e un signore il cui compito è stato ed è quello di assicurare la stabilità monetaria dell’eurozona guidando un’istituzione dotata di una indipendenza dal potere politico che consente loro di guardare avanti andando oltre gli interessi elettorali e svolgendo spesso la scomoda funzione di ‘grilli parlanti’.

Ciò che stupisce di più, invece, è l’assenza del tema welfare dal dibattito tra euroscettici e sostenitori dell’integrazione europea. Perché lo sviluppo dello stato sociale così come lo conosciamo oggi è stato una conquista resa possibile anche grazie a una legislazione europea che ha garantito condizioni e garanzie minime uguali per tutti i cittadini e i lavoratori degli Stati membri.

Il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria universale, il trasferimenti di risorse verso le categorie più deboli, la possibilità di migliorare la propria condizione attraverso lo studio e il lavoro sono strumenti di equità sociale che in Italia, come negli altri Stati membri dell’Unione, dovrebbero trasformarsi in frecce per l’arco di chi vuole difendere l’integrazione europea e la necessità di andare avanti su questa strada.

Un percorso che però necessita di riforme anche a livello istituzionale – a cominciare dal superamento del voto all’unanimità – e del coraggio di attuarle. Oggi, secondo uno studio recente, solo l’11% delle raccomandazioni per rilanciare l’economia europea formulate da Draghi nel rapporto reso noto un anno fa è stato tradotto in realtà da Bruxelles. Per non parlare del pacchetto di proposte elaborate dalla Conferenza sul futuro dell’Europa, rimasto praticamente lettera morta.

Del resto, la Commissione guidata da von der Leyen – a cui viene attribuita dagli addetti ai lavori una gestione troppo verticistica di un’istituzione che dovrebbe avere nella collegialità la sua cifra – non pare in grado di mettere i Paesi membri davanti alle loro responsabilità.

A cominciare dalla proposta di bilancio presentata dall’esecutivo di Bruxelles per il periodo 2028-2034, dove viene sì prospettato un raddoppio delle risorse Ue (da 1000 a 2000 miliardi per i 7 anni) ma non si affronta con la dovuta forza propositiva la questione di nuove forme di debito comune, la strada seguita con il Next Generation Ue per superare i devastanti effetti del Covid.

Un passaggio dal valore esistenziale per almeno due buoni motivi. Il primo è quello della necessità di trovare, tra risorse pubbliche e private, 1.200 miliardi di euro l’anno – come stimato dalla stessa Commissione – per finanziare gli interventi destinati a rilanciare la competitività e portare avanti la transizione energetica. Il secondo, non meno importante, è quello di cogliere l’occasione del confronto avviato sul bilancio 2028-2034 e sulla crisi geopolitica in atto nel mondo per ritrovare quell’unità di intenti indispensabile per intraprendere azioni concrete. Un’impresa resa ancora più difficile oggi dalle difficoltà in cui è impantanato l’asse franco-tedesco, da sempre motore dell’integrazione europea.

Citando una recente considerazione di Mario Draghi è quindi il caso di ricordare che “l’Ue è soprattutto un meccanismo per raggiungere gli obiettivi condivisi dai suoi cittadini ed è la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza e solidarietà” all’interno di un sistema democratico.

Ma per proseguire su questa strada il tempo stringe. Sotto l’incalzare degli eventi è già partito il conto alla rovescia per verificare se anche l’ennesimo appello di colui che salvò l’euro con il motto ‘whatever it takes’ resterà inascoltato o riuscirà a fare breccia nella sordità finora mostrata dalla maggior parte dei leader europei.