Due detenuti del carcere milanese di San Vittore sono morti nel giro di dodici ore e altri due sono stati ricoverati in ospedale, per fortuna in condizioni non gravi, tali da consentirne, questa mattina, il rientro in Istituto. La prima persona reclusa, un trentaseienne peruviano, è morta giovedì sera alle 20 al Policlinico, la seconda, un quarantottenne marocchino, invece, è deceduta alle 8 di venerdì mattina. Gli altri due sono italiani. Al momento, non si conoscono le cause precise dei due decessi.
I quattro detenuti erano in reparti diversi e non c’è alcun segnale che farebbe pensare a suicidi attuati o tentati contemporaneamente. Nessuno dei quattro eventi critici, infatti, è avvenuto in contesti di episodi di violenza.
I primi accertamenti clinici, combinati al fatto che tutti e quattro i detenuti fossero in posti diversi, lasciano supporre che sia stato l’effetto del consumo di sostanze stupefacenti evidentemente tagliate male. È escluso che ci sia stata un’intossicazione, legata a cibo, acqua o aria all’interno dell’Istituto.
Carcere blindato in mattinata e oggetto di perquisizioni e rilievi scientifici disposti non soltanto per capire che cosa possa aver accomunato le cause di quanto avvenuto, ma soprattutto per bloccare la diffusione dell’eventuale stupefacente all’origine delle morti e quindi prevenire altri danni ai detenuti che dovessero ancora consumarle.
Due agenti della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Foggia sono stati raggiunti da misure cautelari nell’ambito di un’indagine su un traffico illecito di telefoni cellulari e sostanze stupefacenti all’interno del penitenziario.
Uno dei due è accusato di aver introdotto, oltre ai dispositivi mobili e alle schede sim, anche droga poi ceduta ai detenuti in cambio di denaro. L’uomo è stato arrestato e condotto in carcere, mentre il collega è stato interdetto dall’esercizio della professione per un anno.
Le indagini, coordinate dalla magistratura, sono state condotte dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Foggia in collaborazione con il personale della Polizia Penitenziaria.
Sono inoltre state denunciate a piede libero altre sei persone, cinque detenuti e un libero professionista, per il reato di accesso indebito a dispositivi mobili, nell’ambito dello stesso filone investigativo.
L’operazione ha portato alla luce un sistema di favori e scambi illeciti che avrebbe consentito ai detenuti di comunicare con l’esterno e ricevere droga, in violazione delle norme di sicurezza carceraria.
VITERBO – Portava droga al figlio detenuto a Mammagialla, in manette cinquantasettenne romana e il figlio più piccolo. Denunciato, invece, il figlio maggiore, di 38 anni, recluso per droga.
La donna, che ieri pomeriggio è andata a trovare il figlio, è stata sorpresa dagli agenti di polizia penitenziaria del carcere viterbese mentre cedeva al trentottenne pasticche di metadone sintetico. Perquisita, è stata trovata in possesso della droga. E non solo. È poi scattata la perquisizione in auto e in casa della cinquantasettenne e, nell’abitazione di Castel Madama, i poliziotti hanno trovato un grosso quantitativo di marijuana e materiale per il confezionamento dello stupefacente.
La donna è stata quindi arrestata insieme al figlio minore, di 36 anni, per spaccio di stupefacenti mentre, come detto, l’altro figlio già detenuto è stato denunciato.
VITERBO – Cercava di introdurre sette etti di hashish e 6 grammi di cocaina all’interno del carcere di Mammagialla, arrestata dalla polizia grazie al fiuto del cane poliziotto Belen.
Il fatto si è verificato lo scorso sabato quando una giovane, identificata poi come sorella di un detenuto, è stata notata dagli agenti attivi proprio in un servizio di contrasto alla diffusione di droga nel carcere viterbese. I poliziotti stavano monitorando l’ingresso al carcare dei parenti dei detenuti quando, notando uno strano comportamento di una giovane, hanno spinto il cane della Polizia in servizio con loro ad avvicinarla.
L’animale ha fiutato la presenza di stupefacente e ha iniziato a strusciare la zampa a terra. A quel punto è scattata la perquisizione. La giovane è stata portata in un’apposita stanza e nelle suole delle scarpe è stata rinvenuta una considerevole dose di droga, accertata attraverso apposito test. Per la ragazza sono stati quindi disposti gli arresti domiciliari.
Ho riportato le ultime notizie di questi giorni, ma ogni giorno di colloquio in tutte le carceri italiane vengono trovate sostanze stupefacenti e telefonini, il carcere è diventata la piazza di spaccio più grande d’Italia, e non c’è modo di arginare questo grande problema, usano mezzi sempre più ingegnosi, droni, introduzioni nelle parti intime, nel cibo sottovuoto e quando trovano agenti compiacenti allora entra di tutto.
La domanda che tutti ci facciamo ma non abbiamo il coraggio di scrivere, perché se un detenuto entra in carcere per problemi di tossicodipendenza, in primis le istituzioni continuano a drogarlo con farmaci con uso spropositato, e poi non controllando la situazione all’interno del carcere, esistono le leggi per le persone con dipendenza da droga, che permettono di fare un programma terapeutico in strutture adeguate, ma non ci sono i soldi, perché quando una struttura ti accetta, Asl di competenza del carcere deve garantire la retta di pagamento. Per questo molte persone non riescono ad andare in queste strutture, Ministro Nordio le leggi ci sono ed è vero, ma mancano i soldi. Vorrei ricordare che nel mese di gennaio scorso nel carcere romano di Rebibbia un blitz dei carabinieri hanno trovato pizzini dal carcere per continuare a comandare le piazze di spaccio, dove entrava anche la droga e i cellulari. Un giro di perizie false per ottenere benefici. Che ha portato all’emissione di 32 misure cautelari.
Stando alle indagini degli investigatori della polizia penitenziaria, iniziate nel 2017 all’interno del servizio per le dipendenze del Ser.D. dell’Asl Roma 2 che opera nel carcere di Rebibbia, sarebbe stato costruito un sistema illecito, promosso in particolare da uno psicologo finito ai domiciliari, che aveva come scopo quello di concedere ai detenuti a misure alternative alla detenzione, basate su false certificazioni che attestavano un abuso di stupefacenti oppure di stato di tossicodipendenza o comunque precarie condizioni psicologiche.
Questo è il clima che si respira nelle carceri dove non esiste più i dettati della Costituzione, lo Stato ha perso, non riuscendo neppure a curare i più deboli, lasciandoli nelle mani degli stessi spacciatori che fuori erano anche i loro aguzzini, le persone con tossicodipendenza hanno bisogno di aiuto, come dice Renato Zero: “Canto e piango pensando che un uomo si butta via. Che un drogato è soltanto malato di nostalgia”.