La parte sostanziale del PNRR sono le infrastrutture. Nei mesi che mancano alla data prestabilita di giugno 2026 per completare i progetti, avremo un accelerazione di interventi di  politici e di industriali che chiederanno tutti di non compromettere la spesa disponibile. La sostenibilità umana, di cui si discute molto, e quella ambientale, territoriale dovrebbero essere – a fine PNRR- le maggiori beneficiarie dello storico intervento di spesa pubblica. A oggi sappiamo, purtroppo, che non sarà cosi. E non è nemmeno superfluo ripetere che a guidare la macchina è la politica.

Reti che colano

Tra i settori che sono più in pericolo c’è quello idrico, ossia gli interventi sulle reti di distribuzione. Un settore industriale, ambientale che in Italia qualifica la qualità della vita nei Comuni e rende giustizia di ritardi storici. Uno studio recente del laboratorio REF ricerche di Milano ha accertato che tutto quello che è stato inserito nel PNRR viaggia a scartamento ridotto. Il problema è stato esaminato da un nutrito gruppo di ricercatori – Andrea Ballabio, Donato Berardi, Francesca Casarico, Lorenzo Di Matteo, Valentina Ferraris, Cosimo Zecchi- i quali, documenti alla mano, scrivono che soltanto il 2% dei progetti di settore sono conclusi. Più della metà sono in fase di collaudo, decine di altri non sono stati avviati. Avere contezza di questo poco onorevole dato, vuol dire che qualcuno se ne deve fare carico. Ma non si vede.
Il PNRR ha destinato al settore idrico più di 5 miliardi di euro, che sommati ad altri finanziamenti privati, arrivano a 8 miliardi. Una cifra senza precedenti nella storia d’Italia che se viene spesa tutta, appiana molte criticità del sistema, ma non le risolve. Al REF sono stati precisi nella descrizione di quello che sta accadendo. E per questo il quadro che ne è uscito può tradursi in un fallimento colossale.

Largo ai manager ?

Le perdite d’acqua nella rete da anni superano il 40 % mentre con tecnologie, depurazioni, separazioni tra usi civili e agricolo-industriale si possono recuperare milioni di litri, oggi letteralmente sciupati. Le emergenze sono routine. La politica al centro o in periferia non ci sta facendo bella figura, nonostante abbia inserto nel PNRR più di 500 progetti. Il segno che si è resa conto di dover intervenire alla radice ma poi galleggia. Gli italiani angosciati dalla mancanza d’acqua sono milioni: in misura ridotta al Nord, in maniera massiccia al Sud. Perché, nonostante tanti soldi a disposizione, accade tutto questo ? “ Il PNRR dev’essere l’occasione per chiudere i divari del servizio idrico, dalla riduzione delle perdite di rete al collettamento e alla depurazione delle acque reflue – risponde Donato Berardi a nome del gruppo di ricerche. “Noi abbiamo accertato che a un anno dalla scadenza, lo stato di attuazione dei progetti è incompleto, soprattutto per gli interventi infrastrutturali. Il  51% delle opere è in fase di collaudo. Gestori, Enti d’ambito e consorzi di bonifica sono più avanti nella realizzazione degli interventi mentre Regione ed Enti locali rimangono indietro”. Nemmeno i soldi riescono a equilibrare l’eterno divario Nord- Sud. Al Centro e al Nord la spesa  ha superato  il 40%; al Sud è al 23,5%.  Al REF hanno idea di cosa occorra per “ non perdere il treno” ? Si, studiano, ma sono anche pragmatici. “La chiave per il successo è il rafforzamento dei soggetti più capaci – gestori industriali e consorzi di bonifica – e il superamento della frammentazione che caratterizza ampie aree del Sud ”rispondono. Solo in questo modo sarà possibile ridurre il” Water Service Divide “e garantire la sostenibilità idrica del Paese. Da analisti economici sono convinti che è una strada percorribile. Non si spingono, oltre, ma ancora una volta è in gioco la reputazione di un Paese e della sua classe dirigente.