Flavio de Luca
L’Occidente ha passato vent’anni a spostare produzione e servizi in Cindia, tra outsourcing e offshoring. Ora sono cinesi e indiani a cercare nuovi Paesi dove impiantare fabbriche e aggirare i dazi trumpiani. Nel frattempo la rete accelera tutto: le informazioni corrono, le aspettative crescono e neppure regimi autoritari come quelli indiano, russo o cinese potranno contenerle. È solo questione di tempo: il mondo arriverà alla fine della manodopera a basso costo. Le condizioni di lavoro nelle aree in sviluppo si allineeranno verso l’alto. Outsourcing e offshoring sopravvivranno solo dove logistica, geologia o concentrazioni di competenze lo rendono inevitabile.

La Porta dell’India a New Delhi (Foto Wikipedia)
In fisica i liquidi si livellano verso il basso. In economia il denaro fa l’opposto.
Il capitalismo globale — dato per morto troppe volte — porterà a un Mercato Unico del Lavoro. Quando scopri che il meglio esiste e puoi raggiungerlo, lo pretendi. È umano. La domanda è semplice: quando gli operai cinesi e in generale del Far East, costeranno quanto quelli europei e americani?
Fino a ieri si parlava di imperial overstretch cinese. Gli USA hanno reagito a modo loro: imparato dagli errori, cambiano le regole, forzano la mano. Resta però la matematica: cinesi, indiani, pakistani e affini superano i tre miliardi. Per loro “uno su un milione” significa 3.000 persone reali. Sono abituati a lavorare 24/7, mangiano tre volte al giorno da poco, colonizzano l’e-commerce europeo e non considerano umiliante ciò che noi rifiutiamo.

Cappellino MAGA
Americani ed europei, invece, vivono di rendita da mezzo secolo: meno steak, più sushi; meno frontiera, più Wall Street. Ma una parte d’America ha gli incubi. È stufa di farsi superare. È la discendente stanca di quel leone che, nel 1941, secondo un generale giapponese, non si sarebbe dovuto svegliare.
USA e Cina si sono rivisti da poco. Per molti è stato un incontro vuoto. Non lo credo. Xi Jinping ha detto: «Lo sviluppo della Cina si accompagna alla vostra visione di rendere l’America di nuovo grande». Citare lo slogan di Trump non era un caso. È stato un messaggio indirizzato agli “USA di Trump”: collaborazione a due, non conflitto a tre.

Città Proibita a Pechino (Foto da Wikipedia)
La Cina non è ingenua. La vera storia della lunga marcia l’ha raccontata un americano, Edgar Snow, non un europeo né un russo. Pechino sa che aspettare il cadavere degli USA sullo Yangtze è un’illusione e sfidarli sul piano tecnologico o culturale è troppo costoso. Meglio un’alleanza col vecchio nemico: non lo può battere, può però vendergli molto. Se sceglierà questa strada, una parte della ricchezza cinese potrà finalmente andare agli anziani e alla formazione delle nuove generazioni, che presto cominceranno a fare pressione.
NOTA: In apertura immagine di Elefante e Dragone (sono i simboli di India e Cina) tratto da un “Bestiario” del XIII secolo conservato presso The British Library