Jay Kelly è il nuovo lungometraggio di Noah Baumbach, autore di riferimento del cinema indipendente statunitense, già acclamato per titoli come Frances Ha e Storia di un matrimonio. Baumbach, apprezzato anche per la sua sensibilità di sceneggiatore, torna dietro la macchina da presa dopo il successo della collaborazione con Greta Gerwig, sua attuale compagna, con cui ha co-sceneggiatoBarbie, uno dei maggiori fenomeni cinematografici degli ultimi anni per incassi e impatto culturale. Jay Kelly ha debuttato in anteprima mondiale il 28 agosto 2025, nell’ambito dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, suscitando grande attenzione da parte della critica. Successivamente il film ha raggiunto il grande pubblico grazie alla distribuzione su Netflix, disponibile dal 5 dicembre 2025. L’opera si inserisce nel percorso autoriale di Baumbach con il consueto equilibrio tra introspezione, finezza narrativa e sguardo ironico sulle fragilità contemporanee.
Il viaggio interiore di una star hollywoodiana

Jay Kelly Poster
Nei panni del protagonista, l’iconico divo hollywoodiano Jay Kelly, George Clooney offre una delle interpretazioni più intime della sua carriera. Il personaggio, costruito come un evidente alter ego dell’attore, attraversa un lento e doloroso processo di disgregazione identitaria nel corso del film: le certezze si incrinano, i ricordi assumono la forma di frammenti di set e di pellicole, mentre l’eco di una professione totalizzante rivela il prezzo umano pagato lungo una carriera monumentale, una carriera in cui ha sacrificato famiglia e affetti. Clooney incarna un uomo che inizia a interrogarsi sul passato e sul presente. Decide di recarsi in Italia nella speranza di trascorrere del tempo con la figlia e ritirare anche un premio alla carriera che aveva precedentemente rifiutato. Durante il viaggio, compiuto in treno, Jay attraversa i vari vagoni come se percorresse le stanze della propria memoria: ogni compartimento si apre su un episodio emblematico della sua vita. In questo movimento continuo tra carrozze e ricordi, il viaggio fisico si trasforma in una sorta di esplorazione interiore, un pellegrinaggio malinconico: un tentativo di riconciliazione con il passato che, però, non ci sarà mai.
Accanto a Clooney si muove un cast di prim’ordine. Adam Sandler e Laura Dern interpretano Ron e Liz, collaboratori fidati, e insofferenti, che orbitano attorno alla star, osservandone con sguardo lucido le fragilità. È soprattutto Sandler a imporsi per una prova misurata e di notevole spessore drammatico: la sua interpretazione gli è valsa una candidatura ai Golden Globe 2026 come miglior attore non protagonista, mentre Clooney è stato candidato nella categoria miglior attore in un film musicale o commedia. A completare il quadro, Patrick Wilson, Jim Broadbent, Billy Crudup e Riley Keough.
Il film di Baumbach soffre tra cliché e superficialità
Baumbach costruisce un’opera che guarda con dichiarata ammirazione a capisaldi della storia del cinema come 8½ di Federico Fellini e Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Tuttavia, il confronto esplicito con tali monumenti si rivela impietoso: Jay Kelly non riesce a eguagliarne né la potenza visionaria né la profondità emotiva. Si configura, invece, come un’opera marcatamente autoreferenziale, più incline a celebrare il mito della star (come si vedrà nella sequenza finale) che a indagarne con autenticità lo smarrimento interiore. A ciò si aggiunge l’assenza di un vero percorso psicologico dei personaggi che restano abbozzati e non trovano uno sviluppo davvero convincente. Privato del carisma dei suoi interpreti, dunque, il film rivela una struttura fragile, incapace di sostenersi al di là della forza del suo cast. La sezione ambientata in Italia, poi, pur arricchita dalla presenza di interpreti come Alba Rohrwacher e Giovanni Esposito, appare intrappolata in un immaginario stereotipato, costellato di cliché che restituiscono un paese sospeso tra cartolina e folklore. Un’impostazione sorprendentemente superficiale, soprattutto considerando la sensibilità autoriale che Baumbach ha saputo dimostrare altrove.