Il consenso sociale europeo e la percezione dei cittadini

Si è invertito il consenso sociale della UE dopo lo scoramento nei confronti delle istituzioni europee che raggiunse il culmine con la vittoria referendaria nel Regno Unito della Brexit.

Nonostante una fortissima pressione pubblica politica e di parte non indifferente dell’informazione, prima il Covid, poi l’invasione russa dell’Ucraina, infine Donald Trump hanno sostanzialmente aiutato la crescita di una inedita situazione: la dirigenza politica dei partiti sovranisti e/o nazional conservatori si esprime sull’Europa, sull’Occidente in generale e sulla Russia in particolare in modo differente dei suoi elettori.

I cittadini sembra che provino nei confronti della UE – che vorrebbero riformata e più incisiva- un fascino maggiore di chi li rappresenta.

I tanti sondaggi di opinione in tutta Europa sono piuttosto concordanti nelle linee generali. Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 17 dicembre ha riassunto l’ultimo autorevole studio della Università statale di Milano:” …l’introduzione del Next Generation Eu è oggi ricordata con favore dal 77% degli elettori di destra (88% in Italia e in Ungheria), così come gli interventi di aiuto alla sanità pubblica (73%). La maggioranza di questi elettori vorrebbe vivere in una Europa che fornisca protezione e sicurezza (58%), più attiva nel campo delle politiche per l’occupazione e contro la povertà (51%). Sorprendentemente elevato anche il sostegno alla creazione di un esercito europeo. Su una scala da 0(disaccordo) a 10 (accordo), il punteggio degli elettori di destra è 6,5…valori più alti degli elettori del campo largo…La sorpresa maggiore riguarda l’identità. Ci si aspetterebbe che gli elettori di partiti sovranisti definiscano la propria identità come esclusivamente nazionale. Invece la maggioranza di loro (54%) rivela di sentirsi anche un po’ europea. In Italia, il 20% si dichiara prima europeo poi nazionale, il 4% solo europeo, il 30% prima nazionale e poi europeo “.

 

La difficoltà dei leader europei nel comprendere il sentimento popolare

Prima di parlare della influenza russa sulla dirigenza politica europea è bene soffermare l’attenzione sulla evidente difficoltà dei responsabili politici europei a non comprendere il sentiment popolare europeo, ad eccezione particolarmente della Francia, nella quale il potere di decisione sulla Difesa e la Politica estera è costituzionalmente delegata alla Presidenza della Repubblica, alla Germania, che con il Cancelliere Friedrich Merz ha dato vigore alla forza non soltanto economica ma anche politica della nazione, al presidente della Spagna Pedro Sánchez, e a chi si è rivelata la più resiliente e tenace riformatrice dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen, che ha saputo modificare la maggioranza che l’ha eletta, resistere alla più feroce campagna diffamatoria orchestrata dagli anti europei all’interno del Parlamento Europeo, dalle destre sovraniste negli stati membri e particolarmente dai governi russi e statunitensi. Quanti parlamentari e dirigenti locali dei partiti di maggioranza e minoranza in Europa fanno, diciamo, fatica a comprendere il cambiamento della cultura diplomatica americana e sono riluttanti ( fino a far finta di negarla- caso limite l’Ungheria- o di nasconderne la portata, l’Italia) ad intraprendere una reazione politica, nel contesto della guerra commerciale scatenata da Washington, al chiaro accordo anti ucraino ed anti europeo stretto dai presidenti Putin e Trump!

Debolezza politica e implicazioni strategiche

Nonostante l’attrattività della UE per i suoi abitanti e per tanta parte del mondo il timore di reazioni imprevedibili, l’instabilità istituzionale di importanti nazioni- basti pensare alla presenza in Italia di una maggioranza e di una minoranza platealmente divise entrambe al proprio interno dalla questione ucraina-, valutazioni divergenti su temi essenziali (per esempio la ratifica del Trattato Mercosur con i paesi dell’America latina), costituiscono una debolezza non soltanto per l’Europa ma per il contesto internazionale.

La debolezza politica reattiva non è espressione di mancanza della maschia virilità guerriera che si misura con una sorta di controllo del testosterone politico sufficiente a impedire aggressioni nell’attuale momento storico, caratterizzato dall’indebolimento del multi sovranismo in una società oggettivamente multipolare; la debolezza non è più una “diplomatica” opzione strategica è il corridoio che porta i popoli ad affrontare uno tsunami mondiale, perché l’Europa è attrattiva, ricca, importante e l’Ucraina, al di fuori della retorica della “operazione speciale” è storicamente, al pari di altri paesi nordici,  un paese europeo.

Generazioni e cultura politica europea

Oramai la maggior parte dei leader europei è nata dopo la fine della guerra, dopo il piano Marshall, dopo la istituzionalizzazione della Nato, dell’Onu, del Consiglio d’Europa, della Ceca, addirittura della Commissione ed alcuni erano bambini ai tempi di Maastricht. Sono stati formati alla cultura economica dell’amministrazione ed a una politica sempre basata più sul rispetto delle regole elettorali che sulla partecipazione attiva dei cittadini a scelte comprensive degli interessi immediati con vista dei fenomeni a lungo termine.

L’Europa che viviamo, ed alcuni di noi hanno avuto la possibilità di conoscere dalla ricostruzione post-bellica in poi, è nata e si è sviluppata attorno ad una cultura politica “occidentale” fortemente legata alla cultura politica statunitense gradualmente impressa dal gruppo dirigente americano guidato da F.D. Roosevelt. L’Italia in modo particolare, ma è un tema questo così complesso da doversi trattare in altro momento.

 

Inaugurazione di Franklin Delano Roosevelt, 1937

Trump e il cambiamento della politica american

Donald Trump, che eccelle nell’arte di occupare la scena internazionale è antipatico, ma se ci si concentra esclusivamente sulle sue esternazioni quotidiane e sul breve termine, si rischia di perdere di vista i cambiamenti strutturali che hanno modificato gli Stati Uniti, che non saranno più alleati indissolubili di nessuno, canadese, australiano, coreano, giapponese, australiano, europeo che sia.

Pensare di diffondere il catechismo atlantico senza affrontare la fatica del confronto delle convenienze e delle ottime necessità tra le due sponde dell’Atlantico di convergere laicamente su alcuni punti strategicamente rilevanti, è impossibile perché il tango lo si balla in due. È utile farsi tornare alla memoria che gli Stati Uniti hanno voltato le spalle all’Europa per gran parte della loro storia.

Storia dei legami tra Europa e Stati Uniti

Dopo la loro indipendenza nel 1783 e per tutto il XIX secolo, la priorità dei nord americani è stata quella di espandere il loro territorio e consolidare la loro nazione. Washington voltò decisamente le spalle all’Europa, percepita come un insieme di regimi monarchici – “tirannie” nel vocabolario americano –, usi a persecuzioni politiche o religiose e a conflitti incessanti in cui non voleva essere coinvolta. Con la Prima guerra mondiale gli Stati Uniti ruppero temporaneamente con questa posizione che ripresero rapidamente dopo il 1918 e il fallimento del trattato di garanzie. Solo la Seconda guerra mondiale ancorò gli Stati Uniti all’Europa, fino al giorno dopo la fine della guerra fredda. Il legame forgiato dai due conflitti mondiali è e resterà un legame unico nella storia per le emozioni straordinarie che il sacrificio umano e la gratitudine imprimono nei popoli, ma non sono il segno dell’eterna alleanza politica e militare.  Gli Stati Uniti iniziarono a preoccuparsi dell’Europa solo quando si resero conto che i suoi sconvolgimenti rappresentavano una minaccia diretta per la loro sicurezza, il loro commercio estero.

Le due guerre mondiali introdussero in modo diverso nella cultura politica dello scorso secolo l’idea che il destino degli Stati Uniti fosse indissociabile da quello del mondo e specialmente dall’Europa che per storia, religione, interessi coloniali e post coloniali si intersecavano più di altre nazioni con le differenti etnie che l’avevano popolata, britannici, irlandesi, tedeschi, italiani, polacchi o con nazioni che l’avevano politicamente assistita durante la guerra di indipendenza, la Francia. Woodrow Wilson, poi Franklin D. Roosevelt, impressero nella mente della classe politica e della opinione pubblica l’idea che la sicurezza americana dipendesse da quella del mondo e viceversa.

È in questa prospettiva che va letto il discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da Roosevelt davanti al Congresso il 6 gennaio 1941e ricordato come il Discorso dedicato delle «quattro libertà»: si concentrò quasi interamente sulla guerra scoppiata pochi mesi prima e si concluse con l’ambizione di difendere le libertà fondamentali non solo negli Stati Uniti, ma “everywhere in the world”. Con questo impegno gli Stati Uniti annunciarono la loro volontà cosciente di essere potenza mondiale. Fu un atto fondatore dell’Ordine internazionale del 1945, basato su una logica di indicizzazione dei benefici dell’Alleanza. Garantendo la sicurezza dell’Europa occidentale attraverso la NATO, Washington garantiva la propria contenendo l’espansione dell’URSS, avversario ideologico e politico. Agevolando la ricostruzione europea col piano Marshall apriva sbocchi straordinari alla sua potente industria fidelizzando clienti dalle capacità industriali, soprattutto tedesche, fortemente ridotte. Questa politica, che passa col nome di Piano Truman e che era originata e condotta da Roosevelt dopo la crisi del ’29, si solidificò perché fu assieme unione di circostanza e convergenza di valori.

 

Ronald Reagan

Transizione americana verso l’unilateralismo e influenza russa

Tuttavia, il contesto che lo aveva reso possibile scomparve a partire dagli anni ’80 e ancora di più negli anni ’90. A partire da Ronald Reagan, i leader americani smisero progressivamente di considerare che esistesse un legame organico tra la sicurezza del loro paese e quella dell’Europa. Il multilateralismo e le organizzazioni internazionali che lo interpretano e lo incarnano sono stati anno dopo anno oggetto di sempre più gravi critiche perché accusate di essere costose, burocraticamente troppo vincolanti per la libertà d’azione delle nazioni, a cominciare dagli USA.

Alcuni memo: nel 1984 l’amministrazione Reagan lasciò l’UNESCO; nel 1994 l’amministrazione Clinton ridusse il contributo finanziario all’ONU e pose fine alla partecipazione americana alle operazioni di pace; George W. Bush non ratificò nel 1997 il protocollo di Kyoto e non aderì nel 1998 alla Corte penale internazionale.

In somma senza parlare dei vari “tradimenti” (le modalità e i tempi dei ritiri dall’Irak e dall’Afghanistan, la mano libera lasciata alla Russia in Georgia e Crimea tanto per citare epoche obamiane). Non è razionalmente addebitabile esclusivamente alla loquace boccuccia a culo di gallina di Trump l’idea secondo la quale l’Europa e per essa il mondo stanno “fregando” l’America. La lunga transizione americana verso l’unilateralismo, che non è isolazionismo come spesso è confuso, si è accompagnata alla affermazione, oggi in rallentamento di consensi, di movimenti neoconservatori ed alla convinzione largamente condivisa sia dai repubblicani che dai democratici che l’epoca della indicizzazione dei destini europei ed americani è definitivamente trascorsa.

L’Europa – compreso il Regno Unito assieme agli Stati membri della UE -ha tenuto per anni la testa sotto la sabbia per non vedere gli effetti del neo-unilateralismo americano.

L’immagine sfocata della realtà è stata accompagnata da gargarismi retorici sulla unità dell’Occidente, e in non pochi paesi dalla crescita di formazioni politiche anti europee, alcune finanziate da “prestiti bancari” russi ( Rassemblement National e Marie Le Pen da parte della First Czech Russian Bank) rimborsati- secondo la dichiarazione della deputata Le Pen-  attraverso una complessa manovra finanziaria di cessione del debito a entità misconosciute che a loro volta avrebbero, due anni or sono assunto la responsabilità di ristorare i debiti. Noto l’appoggio russo a uno dei principali collaboratori del parlamentare britannico Farage, l’europarlamentare Nathan Gill, condannato lo scorso novembre a 10 anni e mezzo di carcere: accettò denaro per dichiarazioni a favore della Russia, abusando della sua posizione di autorità e minando la fiducia nella democrazia. Nella sua difesa dichiarò di non aver agito per corruzione personale. Il 24 aprile del 2024 gli inquirenti della Procura di Dresda hanno aperto due indagini su Maximilian Krah, capolista del partito di estrema destra Alternative für Deutschland che già nel 2018, guidato all’epoca da Alice Weidel, poi costretta alle dimissioni, ricevette dubbie donazioni provenienti dalla Svizzera per la sua campagna alle elezioni politiche in Germania. È noto il “partenariato paritario e confidenziale” tra la Lega ed il partito Russia Unita (il partito di Vladimir Putin) siglato da un accordo il 6 marzo 2017 firmato da Matteo Salvini, allora leader di Lega Nord, e da Sergey Zheleznyak .

Conflitto in Ucraina e sfide militari europee

Pochissimi europei, ancor meno italiani, capirono per tempo che la micidiale contemporaneità dell’invasione russa dell’Ucraina; la disperazione provocata dalla efferatezza criminale dell’attacco del 7 ottobre 2023, la cui violenza omicida genocida, i ratti, le torture e gli stupri di massa hanno ricordato modalità di guerra barbariche risalenti all’alto medioevo; il trionfo elettorale del progetto MAGA e la elezione di Donald Trump nella cornice di oltre cinquanta conflitti etnico-regionali, specialmente nel centro-sud africano ed in Asia, avrebbero fatalmente condotto alla guerra che già attualmente ci coinvolge e che tende ad acuirsi.

La guerra che ancora oggi “non” vediamo è vicina. L’effetto ottico ritardato è dovuto ad un caso, peraltro già conosciuto nella storia, di miopia collettiva indotta da diversi, ma inesorabilmente convergenti interessi di potere e di denaro, accompagnati da colte o incolte geremiadi di immancabili “puri”, pronti nel momento del disastro a nascondersi in meditazione silente o a trasmigrare nei paesi al momento considerati vincitori per usare i coupons promessi ed ottenuti.

 

Donald J. Trump

I popoli oggi sanno. Gli elettori americani hanno liberamente votato per Trump che sinceramente, dichiarò, a chi gli contestava reati gravissimi, che “avrebbe potuto uccidere chi avesse voluto in pieno giorno sulla Fifth Avenue e non avrebbe perso un voto”.

In Europa i popoli conoscono il peso della violazione del Diritto internazionale e dei Diritti dell’uomo perpetrati dalla Russia e sanno benissimo che, ammesso e non concesso che l’accordo di potere Putin-Trump venga ratificato, la Russia ha perso la guerra.

A quattro anni dall’inizio del conflitto l’esercito russo controlla effettivamente una porzione di appena l’1,45% del territorio ucraino, impantanato nel 20% del Donbass, composto dalle regioni di Donetsk e Lugansk. Il territorio reclamato da Mosca, che continua ad opporsi a trattative di pace che non comportino una resa in una guerra provocata, iniziata e condotta contro tutti i principi del diritto internazionale dalla Russia “per profonde ragioni storiche”, è stato devastato dai bombardamenti, non potrà essere bonificato in breve tempo e, comunque, a costi altissimi. Nonostante la nebbia che circonda l’informazione, è convergente l’opinione di fonti indipendenti ( una su tutte Human Rights Watch generalmente giudicata affidabile) che le vittime russe della guerra assommerebbero a circa un milione, alle quali vanno aggiunte centinaia di migliaia di ucraini prima deportati e poi costretti con minacce di vario genere ( rivalse sui familiari in particolare) ad indossare la divisa russa e massacrati al fronte; e si debbono aggiungere il circa un milione di bambini rapiti e forzatamente dati in  adozione e “rieducati”. A questo quadro sconsolante si aggiungono: una inflazione galoppante, la svalutazione del rublo, il calo demografico dell’etnia russo europea, l’aumento delle etnie asiatiche, la trasformazione del sistema industriale da prodotti ad uso civile a soprattutto prodotti ad uso militare; la dipendenza come mercato dei beni energetici oramai non vendibili in Europa alla Cina ed all’India ai prezzi sottomercato (peraltro bassi).

Altro che vittoria da presentare alla nazione, con la complicità della Chiesa ortodossa rappresentata dal Patriarcato di Mosca.

Altro che pace. La guerra è essenziale a Putin.

Alcuni paesi europei hanno compreso, a parte l’italica furbizia che affascina tanti, compreso diversi giornalisti cultori di geopolitica come il più noto tra questi, Lucio Caracciolo, da sempre sostenitore- con variegate esposte ragioni- della resa ucraina, che la Russia non può accettare nessun piano di pace perché non è in grado di gestire la non-vittoria senza provocare una fortissima reazione interna.

A Putin serve, allo stato attuale, una guerra permanente. La diplomazia dell’ottimismo per mettere pressione e giungere ad una tregua, il continuo trumpiano “va tutto bene, faccio una telefonata, metto sanzioni tra una settimana, quindici giorni” e poi mai, non funziona più.

Transizione americana e unilateralismo globale

Anche la politica americana si accorgerà di una oggettiva realtà: il mondo è cambiato, negli ultimi ottant’anni la popolazione del pianeta è passata da 2,2 miliardi ad otto miliardi di abitanti. L’unilateralismo che pretende di esercitare una preminenza planetaria in una società gerarchizzata secondo la forza dei vari poteri delle differenti nazioni, da quello finanziario a quello militare, non è possibile. Perché si è modificato il sistema finanziario e non basta un documento, assolutamente importante, il NSS 2025, che ridefinisce non soltanto la strategia ma l’identità stessa degli Stati Uniti, mettendo al centro sovranità, Stato-nazione e diffidenza per il multilateralismo diventato forzatamente asimmetrico, per gestire la competizione globale che è tornata ad essere strutturale.

Sbaglierebbe anche chi pensa che questo secolo sia il tempo della dissolvenza del potere americano. È finita l’epoca euro-atlantica e pian piano il mondo limitato del G7. Ma i 340 milioni di cittadini che risiedono negli Stati Uniti godono di un PIL nominale di $30.62 trilioni, un Pil pro capite di $89,599, un tasso di crescita attorno al 3,8% annualizzato al q2 del 2025. La UE, nel suo assieme, ha un Pil nominale totale di circa $20 trilioni (dati 2024), un Pil pro capite di $44,638, una crescita annuale media prevista dell’1,5% nel prossimo biennio (Germania, Francia, Italia e Spagna contribuiscono maggiormente).

Per rendere chiaro. Il più piccolo Stato degli USA, il Vermont, cfr. il sito Informazioni e statistiche del governo americano, ha un pil pro capite di $45 692, per 647 646 abitanti distribuiti su 24923 km quadrati. Un pil pro-capite leggermente inferiore a quello di una regione vasta, popolata, ricca- nei confronti delle “regioni” europee- come è il Veneto. Ogni confronto con lo stato di New York, con la California, l’Illinois etc è tale da far capire quale alfabeto usare scrivendo e leggendo dell’economia americana.

Forza economica e resilienza dell’Europa

Tuttavia l’Europa non è affatto, come Le Pen, Farage, l’AFD, Salvini sostengono, alle corde; anzi nel mondo disgregato dalla disordinata arma economica che ha decretato l’ascesa delle sanzioni economiche e dei dazi imposti come componente essenziale della guerra moderna, l’Europa è l’unica parte del pianeta che riesce a devolvere il 50% della sua spesa pubblica al welfare, che è caratterizzata beneficamente da quelle caratteristiche rimproverate dall’amministrazione americana: equilibrio tra i poteri, rispetto del diritto internazionale tra gli stati e dei diritti universali dell’uomo, rispetto dei diritti civili, penali ed amministrativi dei cittadini, democrazia parlamentare negli Stati membri e nelle Istituzioni europee, multilateralismo.

 

Matteo Salvini

Deficit di difesa europea e vertice di Bruxelles

La guerra in casa, mai dopo il 1945, ha dimostrato il deficit di difesa e di politica estera dell’Europa. Il 18 ed il 19 dicembre i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles per un Consiglio europeo decideranno come o se finalizzare la proposta di un prestito garantito dai beni russi congelati destinato a sostenere le finanze e la capacità difensiva di Kyiv contro i continui attacchi di Mosca. Senza quei fondi, alla fine di marzo 2026, l’Ucraina non avrà i fondi per pagare stipendi e comprare armi. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito avvertendo che se l’Ue non riuscirà ad approvare il prestito sui beni congelati la capacità di azione dell’Unione “sarà gravemente compromessa per anni, se non per un periodo più lungo”. Il cancelliere che è consapevole dei rischi della guerra in Europa ha aggiunto: “Mostreremo al mondo che, in un momento cruciale della nostra storia, siamo incapaci direstare uniti e agire per difendere il nostro ordine politico”. Le prospettive restano cupe. il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, rifiutando la proposta di un cessate il fuoco in vista del Natale, ha già dato per scontato il fallimento del vertice di Bruxelles ed ha messo in dubbio l’utilità del coinvolgimento europeo nei negoziati, sostenendo che la partecipazione dell’Ue “non promette risultati accettabili per Mosca”. Peskov ha ribadito il rifiuto russo a qualsiasi presenza Nato sul territorio ucraino, anche sotto forma di garanzie di sicurezza. Putin ha messo direttamente di suo definendo gli europei maialetti, ed ha inviato una sua delegazione a Miami per parlare a tu per tu il 20 ed il 21dicembre con i” funzionari” americani alla corte personale di Trump. Dando così per scontato, americani e russi , della irrilevanza decisionale europea.

La retorica oratoria si è sprecata nel Parlamento italiano il 17 dicembre. Sembra che il disastro, la guerra perpetua sia inevitabile.

Non una proposta sensata a palazzo Madama ed a Montecitorio per capire come aiutare gli ucraini, nell’eventuale mancato uso degli asset russi congelati a tempo indeterminato, come richiesto peraltro dall’amministrazione americana, per resistere ad un altro anno di guerra. Neanche un’idea su come supportare Kyiv, in caso di inizio della discussione ad un tavolo diplomatico al divieto preliminare russo di una presenza sul terreno di forze di interposizione e garanzia formato da eserciti provenienti da paesi NATO; d’altronde l’Italia, pur essendosi già autoesclusa dal campo militare, non ha mai indicato o per lo meno suggerito come sopperire alle risorse necessarie ad un esercito ucraino di almeno 800.000 effettivi. Non una parola sul come tecnicamente ed economicamente sostenere l’assoluto bisogno ucraino di non cedere, addirittura preliminarmente alla trattativa il Donetsk, dove è collocata la cintura fortificata di Slovyansk, Kramatorsk e Kostyantynivka, che impedisce l’accesso dei russi a Dnipro, chiudendo le porte verso Odessa, dove, in caso contrario, le sarebbe stato impedito l’accesso al mare.

Non essendo capace di indovinare il futuro e consegnando quest’articolo prima della fine del Consiglio straordinario europeo, mi permetto di osservare che fino all’ultimo momento c’è sempre spazio per la politica.

Non permettere la guerra perpetua significa offrire alla Russia quello che gli Stati Uniti non possono concedere. Washington immagina che sia possibile trasformare una tregua in pace cedendo territori non suoi e cancellando il diritto internazionale, il che, come ho già scritto invoglierebbe il gruppo di potere che guida il Cremlino a proseguire la guerra con altri obbiettivi.

Fallimento del tentativo di integrazione della Russia

Negli anni berlusconiani il tentativo di inglobare l’economia russa all’interno dei paesi industrializzati dell’Occidente (Pratica di Mare, il G8) è fallito. Una politica intelligente che non si realizzò per responsabilità di chi l’aveva ideata e di chi l’approvò, ma per la sostanziale incapacità dei russi, dominati da una oligarchia parassitaria, a trasformare una economia piccola e fragile in un sistema produttivo e concorrenziale nei mercati aperti dell’Occidente.

Dichiarare oggi, come ho letto su alcuni importanti quotidiani a firma di economisti legati alla maggioranza governativa, che è possibile, magari dopo una “non” decisione del Consiglio sugli asset, che sia possibile conseguire la Pace senza cedere territori aprendo alla ricostruzione dell’Ucraina distrutta dai russi ai russi stessi appare piuttosto utopico.

 

Lavori del Consiglio europeo 2025

 

Utopie sulla pace attraverso cessione di territori

Pensare di ottenere la Pace cedendo i territori richiesti e finanziando la Russia nella ricostruzione sia dei territori ucraini estranei al Donbass (tutto il resto del paese e quella parte della Crimea che sfuggì all’occupazione) appare altrettanto improbabile.

Per sfuggire al pericolo immediato bisogna che l’Europa recuperi in fretta credibilità mondiale come potenza. Scegliere l’opzione politica immediatamente possibile: la Confederazione; sedare le dispute interne tra i grandi stati (il Mercosur è un esempio); evitare se possibile politiche di dichiarazioni non seguite dai fatti.

Scegliere l’opzione confederata non significa realizzarla, è sufficiente che alcuni Parlamenti, quelli dei paesi che già ora fanno parte del gruppo dei volenterosi per la Difesa, escluso al momento il Regno Unito, dichiarino anche la volontà di mettere mano alla sua costituzione per lo meno per la politica Estera e di Difesa.

Trasformare le dichiarazioni in fatti concreti e rafforzare la difesa europea

Altra necessità: trasformare le chiacchiere in fatti. Un esempio la sempre dichiarata totale disponibilità del “sostegno” governativo italiano all’Ucraina eccetto che alla partecipazione militare; che grande diplomatico si è rivelato Zelens’kyj che, imperturbabile, non perde occasione di ringraziare l’Italia che è appena il 21° contribuente europeo all’Ucraina!

L’opzione politica, indicazione dell’obiettivo confederale, deve essere accompagnata, come hanno capito i popoli, da un concordato e programmato riarmo perché la guerra ha dimostrato che gli attuali eserciti europei sono sostanzialmente “ciechi” senza l’assistenza americana. È necessario sviluppare autonomamente una propria Intelligenza Artificiale (c’è già l’esempio riuscito di Airbus), la capacità di gestione satellitare, underwater, la cibersicurezza, la capacità di produzione, ricerca e sviluppo in un mondo in cui la tecnologia non è più neutrale, le imprese non sono più attori autonomi e la fiducia è una risorsa strategica controllata dallo Stato, anche quando lo Stato non è proprietario delle imprese. Occorre sperare che la opzione politico- strategica e la deterrenza diano il tempo necessario alla diplomazia per far comprendere alla Russia che ha lo spazio di far valere il suo status declassato di potenza, come quello americano, da planetario a simmetrico di quello delle altre potenze trovando nei tempi a loro volta necessari la convivenza necessaria per il suo augurabile sviluppo economico. Anche il popolo russo non può non comprendere che, in un mondo popolato da otto miliardi di persone, una nazione plurietnica di 146 milioni di persone, pur provvista di armi nucleari, deve saper condividere il nuovo ordine mondiale che fatalmente si comporrà. Chi resterà fuori, anche senza colpe dimostrabili, pagherà un alto prezzo in un’epoca in cui il sospetto vale più della prova.

Vale per l’Europa, vale per la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, quello che sono o diverranno i Brics e il nuovo che verrà, perché il nuovo arriva sempre e mi piace pensare che verrà dall’Africa.

Occorre riconoscere la saggezza, realista, di papa Leone che non ha esitato ad invocare una Pace Giusta; ha confortato e sostenuto Zelens’kyj; ha esortato l’Unione Europea ad evitare l’irrilevanza, perché è proprio la partecipazione europea che impedirà la conflagrazione di un conflitto di più vaste proporzioni; ha permesso alla sua diplomazia di operare nel silenzio per fermare la morte e le disgrazie della guerra aiutando pazientemente ad annodare i fili della pace, prima- ed ahinoi è possibile- che il conflitto si aggravi e si allarghi.

Vladimir Putin