Faccio parte di coloro i quali ritengono, come anche molti analisti del Pentagono, che il conflitto russo-ucraino sia il frutto del combinato disposto della trappola di Tucidide, scattata a seguito dell’accerchiamento di Mosca perpetrato dalla NATO negli ultimi 30 anni; e della inadeguatezza della classe dirigente ucraina, che ha condotto malissimo il paese nei suoi primi decenni di indipendenza.
Eppure non sono putiniano, non ho alcuna simpatia per un leader autocratico che non ha alcuna remora a usare la violenza quale strumento di lotta politica nei confronti dei suoi oppositori o per regolare le relazioni con gli stati vicini. Ma non credo assolutamente che Putin avesse un disegno preordinato di invadere l’Europa. E oggi, per ripristinare la pace in Europa, dobbiamo fare chiarezza su questi punti, altrimenti non riusciremo mai a sederci ad un tavolo negoziale.
Analogamente, in Israele, il 7 ottobre ha confermato un sospetto che avevamo in molti: e cioè che la cultura politica di Netanyahu non avrebbe mai permesso la creazione di uno Stato indipendente di Palestina. E avendolo addirittura osteggiato per 30 anni, dopo gli accordi di Oslo, ha creato le condizioni per la inaccettabile violenza del 7 ottobre, a cui il Governo e l’esercito israeliano hanno reagito in modo incontrollato e scriteriato, uccidendo oltre 50mila civili a Gaza, con ripercussioni negative in tutto il mondo, alienando in soli due anni le simpatie e il consenso di cui godevano la civiltà e le comunità ebraiche in gran parte del mondo occidentale.
Eppure io non sono antisemita, in un contesto di paesi democratici dove il mainstream sembra dettare regole che non ammettono sfumature. Si può criticare Israele e non essere antisemita al tempo stesso.
In questi ultimi anni, dunque, segnati da due gravi conflitti alle porte di casa nostra, l’eve to che sembra più preoccupante rischia però di non essere la conta dei morti, pur drammatica e angosciante. Anche la preoccupazione per il possibile allargamento dei conflitti cede il passo a quella per l’arrivo sulla scena di Trump 2, molto più violento è grottesco del Trump 1, incredibilmente.Trump é un uomo intelligente e spregiudicato, ma non ha alcuna cultura politica e ha la formazione dell’agente immobiliare, ignorante sia di scenari internazionali che di politica economica. Ma l’aspetto più inquietante del leader della superpotenza americana è la brutalità del suo linguaggio primitivo: avrete notato che lui usa al massimo 20 parole nei suoi discorsi pubblici, esprime concetti primordiali, spesso indulge su auto glorificazioni ridicole, ovviamente oggetto delle ironie più pesanti da parte di comici satirici americani, che non lo risparmiano, segno di una mancanza di rispetto che evidentemente Donald é riuscito a guadagnarsi. Ma come si fa a rispettare un signore che dice di volersi impadronire della Groenlandia, perché altrimenti lo faranno Russia e Cina, violando esigenze di sicurezza non meglio precisate? Sembra assurdo ma pare proprio non sapere – il Presidente degli Stati Uniti – che Washington ha già una base militare nell’isola e dunque nessuno in Europa, tantomeno Copenhagen, gli avrebbe negato di irrobustire la presenza militare a stelle e strisce, semplicemente sedendosi ad un tavolo negoziale tra alleati, senza bisogno di minacce e dazi senza controllo…
In questo caos, quale ruolo per l’Europa? La contromisura di Bruxelles più convincente è stata la firma dell’accordo UE-Mercosur, che rappresenta innanzitutto la risposta politica all’irrazionalità del trumpismo. Il rilancio di accordi multilaterali come questo rappresenta il modo più intelligente ed efficace di ritagliarsi un ruolo da co-protagonisti, riproponendo un tavolo costante di confronto tra più attori, che diminuisca dunque l’influenza delle grandi potenze, che in un contesto a dieci o venti Stati non potranno far valere facilmente la loro superiorità politica ed economica
Giuseppe Scognamiglio
Direttore Editoriale di Eastwest