
Trump e Maduro
Il blitz di Trump in Venezuela e la cattura di Maduro, segnalano la fine del diritto internazionale per come lo avevamo appreso nei libri di scuola e visto applicato nell’ultimo dopoguerra.
Con una semplice dichiarazione, Trump stabilisce una sorta di protettorato sul Venezuela afferma che ne guiderà la transizione, senza specificare verso dove e come; preleva il suo presidente trasportandolo in catene a New York per essere processato. È un cambio epocale. Il ritorno alla politica delle cannoniere, alla legge del più forte, senza infingimenti o accorgimenti diplomatici. Trump dice di voler prendere ciò che gli serve e agisce di conseguenza. Adesso si tratta del petrolio venezuelano, ma stiano ben attenti Colombia, Messico e quanti altri intendano mettersi di traverso, È una dichiarazione di proprietà sull’intera America Latina. Ma non basta torna nel mirino del presidente americano la Groenlandia accompagnata da minacce per chi osi dissentire. È evidente che lo sconvolgimento portato dall’orgia di potere che anima l’attuale compagine americana al comando non potrà non determinare conseguenze immediate sulla definizione di un nuovo ordine internazionale, dove altri pretendenti sono pronti a rivendicare le proprie zone di influenza. Si legittima così l’operazione speciale di Putin in Ucraina e si consolidano l’aspirazione cinesi su Taiwan. L’Europa, come implicitamente emerge dal documento sulla National Security Strategy (NSS), è destinata a cadere nella parte orientale sotto l’influenza russa e in quella occidentale sotto tutela americana, l’UE deve essere smantellata perché’ percepita contraria agli interessi americani. Il quadro sembra essere abbastanza chiaro per capire chi sono gli amici e i nemici. Anche se da Parigi giunge dai volenterosi un segnale di fermezza a difesa della Groenlandia, le reazioni dei leader europei appaiono timide se non acquiescenti come quella di Giorgia Meloni. Evidentemente il disorientamento e la paura prevalgono e condizionano le prese di posizione. È il modo peggiore per reagire. Come avrebbe detto Roosevelt quello di cui dobbiamo avere veramente paura è la paura stessa. Se l’Europa non prenderà coscienza rapidamente di quanto accade di là dell’Atlantico verrà travolta dalla furia trumpiana che senza alcun disegno organico piccona l’attuale ordine internazionale, dì cui gli Stati Uniti per altro sono stati finora i maggiori beneficiari, senza proporre modelli alternativi se non la legge della giungla o quella del bullo in un carcere circondariale.
Le sconsiderate politiche trumpiane nascondono tuttavia una debolezza di fondo di un Paese che soffre soprattutto per il debito crescente e per il costo della vita, contrariamente alle dichiarazioni trionfalistiche del suo Presidente. In vista delle elezioni di Midterm per Trump sarà sempre più necessario distrarre l’attenzione dell’elettorato per evitare una sonora sconfitta elettorale. E tutto ciò è destinato ad accrescere la tensione sullo scenario internazionale.
In una situazione internazionale già di per sé molto complicata dalle iniziative trumpiane, irrompe nuovamente la questione iraniana gravida di sviluppi ed incertezze. Le notizie che filtrano dalla Repubblica islamica arrivano con il contagocce, grazie a qualche ONG e alle foto satellitari di Starlink, avendo il regime bloccato tutti i canali di comunicazione con l’esterno, a partire da Internet. Tuttavia, questa volta sembra che le rivolte accesesi in numerose città dell’Iran siano di proporzioni tali da mettere in serie difficoltà il regime degli Ayatollay. In effetti al dissenso ideologico, manifestato generalmente da intellettuali e studenti, si aggiunge il disagio economico di commercianti e della gente comune che non riesce più a sbarcare il lunario. La repressione peraltro è feroce e il numero dei morti conterebbe ormai alcune migliaia tra i manifestanti, ai quali si aggiungono migliaia di arrestati. In questo contesto si inserisce la minaccia di intervento di Trump pronto a scendere in campo, se le repressioni continueranno, in “difesa delle aspirazioni di libertà del popolo iraniano”. È possibile che il Presidente americano di concerto con il premier israeliano Netanyahu accarezzi l’idea di un “regime change” sostenendo le aspirazioni dei rivoltosi. Reza II Pahlavi, il figlio dello Scià in esilio negli stati Uniti, sarebbe pronto a tornare per unirsi alla rivota del popolo iraniano, per assicurare la transizione verso uno stato laico e il ritorno alla libertà e alla democrazia. Ma la sua autocandidatura non è per il momento presa in considerazione da Trump e non incontra grandi consensi nella popolazione iraniana.
Intanto l’Amministrazione americana studia le prime mosse da mettere in atto contro il regime. Varie opzioni sono al vaglio della Casa Bianca e del Pentagono. Tra queste, azioni mirate su obbiettivi selezionati con lo scopo di colpire al cuore i sistemi di sicurezza di protezione degli ayatollah ed eliminare fisicamente le figure più rappresentative del regime. Si pensa inoltre all’embargo totale delle esportazioni petrolifere e di gas naturale. A tal fine verrebbe lanciata la caccia alle petroliere che anche sotto falsa bandiera, commerciano il greggio della Repubblica islamica. Il che rientra nel quadro della massimizzazione dei profitti petroliferi che Trump intende trarre dall’avventura venezuelana, assicurandosi in prospettiva anche il controllo delle riserve iraniane. Le opzioni allo studio della Casa Bianca devono tuttavia tener conto delle ripercussioni che un intervento, eccessivamente ” invasivo “potrebbe avere sul Paese e ai colpi di coda del regime che, per istinto di autoconservazione, potrebbe passare il potere ai militari.