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    Home»Europa»I Grundsatzreden di Merz e la competitività europea
    Europa

    I Grundsatzreden di Merz e la competitività europea

    Cosimo RisiDi Cosimo RisiFebbraio 19, 20263 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Friedrich Merz
    Friedrich Merz

    Friedrich Merz pronuncia i discorsi sui fondamentali, i Grundsatzreden, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il giorno prima si è trattenuto in conclave con i colleghi del Consiglio europeo nel Castello di Alden Biesen, impropriamente definito un’abbazia per la somiglianza ad un complesso monastico. Il Belgio è ricco di castelli e abbazie, alcune spillano la famosa Bière d’Abbaye, pronti ad accogliere i grandi d’Europa per le loro riflessioni sugli affari del mondo.

    A Biesen, puntualmente, il Cancelliere critica la proposta francese di una nuova emissione di obbligazioni europee, gli eurobond, sulla falsariga di Next Generation EU, volta a finanziare l’autonomia strategica. La nozione di autonomia cambia significato in relazione a chi la pronuncia. Emmanuel Macron si riferisce principalmente al sistema di sicurezza, altri leader alla crescita complessiva dell’Unione in settori anche non securitari e militari.

    La dottrina tedesca, e dei “frugali”, non cambia: il debito europeo è un unicum irripetibile, specie in circostanze che non si ritengono eccezionali. Come se la guerra nel cuore d’Europa non fosse un’eccezione.

    Il Cancelliere prende atto che fra Europa e Stati Uniti è in corso la dissociazione. Inquieta la deriva autoritaria di certe decisioni presidenziali, non solo la famigerata ICE mandata a presidiare le città, ma anche la politica di remigrazione, i respingimenti forzati se non violenti degli immigrati illegali. Un non senso per la storia americana che su un certo tasso d’immigrazione ha fondato il primato civile e tecnologico.

    La dissociazione è politica. In Europa, alcuni leader evocano l’esigenza di tornare a parlare con Vladimir Putin. Si noti bene: non con la Russia in quanto tale, un paese che si vorrebbe comunque amico, ma con il Presidente destinatario di mandato della Corte Penale Internazionale. Altri leader notano che Donald Trump intende chiudere la partita ucraina nel giugno 2026, ma che Putin la trascinerà per tutto l’anno se non oltre. Alcune visioni europee trovano il riflesso rovesciato a Washington.

    Riabilitato grazie allo spirito di Anchorage, Putin è l’interlocutore preferito di Trump e dei suoi emissari, gli immancabili Steve Witkoff e Jared Kushner, che con lui esibiscono un rapporto più che cordiale, apertamente amichevole. Mentre Trump addebita a Volodymyr Zelenskyy la responsabilità di tirarla per le lunghe. Zelenskyy si lascerebbe irretire dagli onori che riceve in Europa oltre che dalle incaute promesse di restare al fianco dell’Ucraina ora e per sempre. Solo che senza l’aiuto americano il sostegno europeo non è tale da fronteggiare la Russia. Zelenskyy deve prendere atto della situazione e “darsi una mossa”, se come il resto del mondo vuole porre fine alla carneficina di giovani ucraini e russi.

    Gli Stati Uniti conducono le trattative con la Russia negli Emirati Arabi Uniti, nella palese esclusione degli Europei. Allestiscono la governance per Gaza e in prospettiva per il Medio Oriente con il solo sostegno di Israele ed escludendo gli Europei. Questi saranno semmai chiamati a fare da ad intervenire a decisioni prese. L’Unione ed il Regno Unito sono variabili dipendenti delle posizioni americane. Il dato è incontrovertibile dopo un anno di Amministrazione Trump, in parte per la determinazione americana e in parte per l’inerzia europea.

    La dissociazione, sempre secondo Merz, è in un generale atteggiamento offensivo verso la civiltà europea, impastata di tolleranza e valori democratici che le pulsioni autoritarie, persino nella capitale delle libertà, mettono in discussione. Dobbiamo avere l’orgoglio delle nostre tradizioni, uscire dalle retrovie della storia, tornare ad essere un modello di avanguardia.

    Il passaggio saliente del discorso riguarda la sicurezza: la Bundeswehr sarà l’esercito più forte d’Europa. Si cancellano così i timori, ancora presenti all’epoca dell’unificazione, di una Germania militarizzata che corresse verso il Quarto Reich. La Germania di oggi è inserita nel quadro europeo e atlantico.

    Sulla stessa linea del Cancelliere, e con qualche ambiguità sulla terminologia, si colloca il Presidente francese. Gli fa eco il Primo Ministro britannico, il meno sospetto di antipatie americane ed invece il più consapevole che qualcosa nella speciale relazione transatlantica si è rotta con l’Amministrazione Trump e con il complesso del tecno-capitalismo che la sostiene.

    Starmer con Macron evoca, ragionevolmente a porte chiuse, la possibilità di estendere l’ombrello nucleare franco-britannico all’Europa. Il Regno Unito sta fuori dall’Unione ma anche fuori dallo spirito Brexit, concluderebbe un patto sulla difesa comune.

    La Spagna si chiama fuori dal discorso preferendo il basso profilo in materia di sicurezza e l’apertura in materia migratoria. Si risente, il Primo Ministro di Madrid, per essere escluso a Biesen dal prevertice, come se non fosse più ben accetto nel salotto buono dell’Unione.

    L’Italia è presente al conclave in maniera insolitamente numerosa. Alla Presidente del Consiglio in carica si aggiungono due suoi predecessori in qualità di consiglieri speciali dell’Unione. Il paradosso vuole che Giorgia Meloni si opponesse ai Governi di Enrico Letta e Mario Draghi, ambedue autori di documenti sulla competitività europea. La Presidente non si reca a Monaco per un concomitante impegno in Africa. Il che le evita di prendere posizione circa la intemerata tedesca sui rapporti transatlantici. Meloni ha ricevuto da poco a Milano il Vicepresidente Vance e tiene aperto il canale con Washington pur senza dissentire apertamente con i colleghi europei.

     Lungo la stessa linea decide di accettare l’invito al Board of Peace, come osservatore e in attesa di conoscere gli orientamenti dei colleghi europei. Critica certi eccessi verbali di Merz, col quale ha da poco vantato un’intesa speciale, per ribadire che Europa e Stati Uniti sono indissolubilmente legati.

    Le fa eco il Segretario di Stato a Monaco. Marco Rubio si ritaglia il ruolo del repubblicano ragionevole a cospetto del repubblicano duro alla Vance. Parte la corsa alla candidatura per la Casa Bianca, i due rivali si profilano diversamente, ciascuno per attrarre una parte dell’elettorato repubblicano. Vance mira all’eredità di Trump nella sua totalità, Rubio a quella fascia insoddisfatta  dalle forzature del Presidente, si veda il voto al Congresso sui dazi. La partita si gioca in parte sul campo europeo. Non a caso Rubio rammenta le origini piemontesi della famiglia.

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