Almeno fino alla fine dell’Ottocento la fotografia ha avuto la fama di essere l’imitazione più precisa della realtà, una specie di registrazione del vero; andava bene per una catalogazione poliziesca da esibire nei tribunali. Tra pittore e fotografo c’era una differenza di prestigio. Baudelaire aveva detto che la fotografia era “la serva della scienza”, la più umile delle serve. Susan Sontag, proprio riflettendo su quel periodo, scriverà che si pensava al fotografo come ad uno scrivano più che a un poeta. Il pittore poteva guardare un albero e coglierne l’aura sacra e simbolica, il fotografo ne riportava semplicemente forma e colori. La distinzione rassicurava tutti e metteva ognuno al suo posto. Ma i profeti avevano fatto male i conti, perché fu presto chiaro che anche la fotografia si divertiva a giocare con la realtà e non aveva nessuna intenzione di farsi strappare, dalla nobile pittura, la possibilità, non dico di manipolare ciò che sembra tangibile, ma di ricreare il mondo quanto e più del pennello e dei colori. D’altra parte, molti pittori già dal Rinascimento utilizzavano tecnologie adeguate a riproporre la veridicità della scena, aiutandosi per esempio con le camere oscure e gli specchi concavi. Caravaggio fu trascinato in tribunale dalla sua padrona di casa, perché aveva praticato un foro nel soffitto. Il pittore nella sua difesa omise di dire che lo aveva fatto per avere una sorgente di luce controllata.
E oggi? La moltiplicazione delle immagini, l’ossessiva riproduzione del nostro corpo, del viso in tutte le sue espressioni riproduce la realtà o l’inventa? La fotografia cosa ci racconta del nostro mondo e di noi stessi? Quali sono i modelli commerciali a cui fa riferimento?
In particolare, è interessante capire cosa c’è dietro la moda del selfie, che è un particolare tipo di fotografia oggi diffusissimo e autorizzato perfino nei musei. Il selfie sembra voler comunicare un desiderio di interagire, di costruire un’identità, in mezzo a tante facce che cambiano continuamente intorno a noi. “Ecco, lo vedi? Io sono quello, quella, mi riconosci?”. Non potrebbe essere questo uno dei motivi per cui gli adolescenti, la fascia più interessata al fenomeno, continuano a scattare compulsivamente, dovunque si trovino? Potrebbe essere questo uno dei presupposti della frenesia di esplorare fino dove possono spingersi a fare tutto da soli, diventando nel medesimo tempo fotografi di sé stessi, soggetto della foto e scenografi della ripresa? Lo fanno per conservare un ricordo o per affermare che sono proprio loro a stare là dentro, che nessuno può cacciarli via, che non hanno intenzione di scomparire o di essere marginalizzati?
Forse quelli che incontriamo, mentre col braccio levato e un sorriso sempre a portata di mano, combattono contro il doloroso dubbio della loro irrilevanza sociale, potrebbero rassicurarsi se sapessero che chi li ha preceduti, giovani dei decenni passati, combattevano gli stessi terribili dubbi e armeggiavano con le macchinette per farsi un autoscatto. Si chiamava così il selfie.
Molto diverse queste due esperienze, ma uguale il desiderio di mostrarsi, di ricordare a sé stessi, e a chi guarderà, che si è stati vivi. Che si è attraversato un tempo. L’attimo fotografico segna in tutte le generazioni la voglia di narrare ciò che passa irrimediabilmente, ma può anche restare, come una specie di sentinella, quando vigila nella notte dell’oblio. Una sentinella che invita a stare svegli, a considerare come scegliamo di guardare le cose. Mi viene in mente quel pazzo di Amleto che, nell’atto terzo della tragedia, dice ad Ofelia, la donna che lui ha amato e che non merita: “Ho sentito parlare dei vostri belletti. Iddio vi ha dato una faccia e voi ve ne fate un’altra.”. Non credo sia così, principe di Danimarca, penso invece che Ofelia volesse invitarti a riconoscerla come persona. Come tutti i giovani tentano di fare con un selfie. Anche quelli di oggi.


