Come l’Albania ha imparato a difendere una laguna, e a smettere di fuggire verso l’Occidente

Da bambino, sulla costa tra Fier e Valona, tra strade polverose dall’odore estivo imparai a riconoscere la ricchezza dal cielo. Arrivava su elicotteri che non erano nostri, dipinti con una bandiera che conoscevo dalla televisione. Era il 1991, o forse il 1992: per un bambino quegli anni non hanno date, hanno colori e rumori. Ricordo le voci confuse degli adulti, l’attesa tra giorni d’estate infinit, la parola «aiuti» ripetuta come una preghiera e una promessa che nessuno sapeva spiegare e tutti sentivano: che di là dal mare, oltre l’Adriatico, c’era un posto dove le cose semplicemente esistevano. E che presto sarebbero arrivate anche da noi.
Quel posto aveva un nome: l’Italia. Per noi l’Occidente non era un’idea ma un’immagine ed era la televisione italiana, che da un ripetitore in Montenegro entrava nelle case albanesi fin dai primi anni Ottanta, contro la volontà del regime, in quella che gli albanesi ricordano come la «guerra delle antenne». Il mare era l’unico diaframma tra noi e un paradiso visto in differita; e quando la diga del comunismo cedette, l’operazione con cui l’Italia venne a sfamarci portava il nome di un uccello: Pellicano. Settembre 1991, un migliaio di soldati italiani con elicotteri e motovedette, novantamila tonnellate di farina e medicine sbarcate ai porti di Durazzo e Valona: un uccello che, nella leggenda cristiana, si squarcia il petto per nutrire i figli.
Trentacinque anni dopo, un altro uccello dà il nome a una rivolta e stavolta non porta nulla in Albania ma la difende. È il fenicottero della laguna di Narta, diventato, nell’estate del 2026, il simbolo della più grande mobilitazione albanese dalla caduta del comunismo. Tra i due uccelli, il pellicano che porta e il fenicottero che resiste, c’è l’intera storia del rapporto fra l’Albania e l’Occidente che aveva sognato; e c’è un fatto che pochi, fuori dai Balcani, hanno notato: le navi, alla fine, sono arrivate. Solo che il carico non era per noi.
Cosa c’è in vendita

Le navi sono arrivate e hanno permesso a Ivanka Trump e Jared Kushner di “scoprire” un’isola sulla quale hanno deciso di costruire dei resort privati di lusso. Al largo di Valona c’è Sazan, la più grande isola albanese, per mezzo secolo zona militare sigillata e proprio per questo rimasta intatta; davanti, sulla terraferma, la laguna di Narta e la spiaggia di Pishë-Poro, dentro un’area protetta che ospita 200-300 specie di uccelli. Su quel doppio sito, l’isola e la laguna, è previsto un grande complesso turistico di lusso legato ai Trump, reso possibile da due decisioni prese lontano dagli occhi del pubblico: una legge del 2015 che concede corsie privilegiate agli «investitori strategici», e una modifica del 2024 che ha indebolito le tutele ambientali proprio dove servivano.
Il dettaglio che ha acceso tutto è una recinzione. A fine maggio 2026 i bulldozer hanno aperto strade nella sabbia e il filo spinato ha cinto la laguna; e quella recinzione, osserva l’urbanista Doriana Musai, «materializza in modo visibile un rapporto di potere», perché separa chi può entrare da chi resta fuori, sicché abbatterla è diventato un gesto politico. Da lì la protesta è cresciuta e ha cambiato natura e in poche settimane lo slogan è passato da «L’Albania non è in vendita» a «Rama in galera, Berisha in galera», fino alla richiesta di rinnovo totale: «Albania Nuova». La piazza ha rifiutato tutti i partiti in blocco, non solo il premier Edi Rama, al potere da tredici anni, ma anche il suo eterno avversario Sali Berisha, che il resort lo ha difeso.
Ha rifiutato perfino i propri possibili volti. Quando il cantante più amato del paese, Alban Skënderaj, si è schierato, lo ha fatto scrivendo che il movimento non ha bisogno di alcun nome noto per essere legittimo, «perché la scena siete voi, i protagonisti siete voi»; e che la sua vittoria, già ottenuta, è che «le persone comuni si sono trovate» e hanno scoperto di non essere né sole né una minoranza. È la cosa più vicina a un manifesto che questa rivolta senza capi si sia concessa.
La promessa del 1991
Perché una laguna ha potuto incendiare un paese intero? Per rispondere bisogna tornare a quella bandiera sugli elicotteri, e ricordare che per trent’anni l’Albania è stata forse il paese più filo-occidentale d’Europa, con le sue buone ragioni. Lo studioso Enis Sulstarova ha passato in rassegna il modo in cui gli intellettuali albanesi hanno raccontato sé stessi e vi ha trovato una figura ricorrente: la storia nazionale come un pendolo tra Oriente e Occidente, in cui ogni epoca è buona se ci avvicina all’Ovest e cattiva se ci riporta a Est. È una lunga fuga dall’Oriente, dove l’ottomano, il comunista e perfino il musulmano (in una paese a maggioranza musulmana) diventano di volta in volta l’«altro» da cui prendere le distanze; e non a caso il primo slogan delle proteste contro la dittatura, nel dicembre 1990, fu – ricorda lo scrittore Ismail Kadare – «Vogliamo che l’Albania sia come l’Europa», pochi giorni prima che la statua di Enver Hoxha venisse trascinata per le strade.
C’è qualcosa, in quel desiderio, che il filosofo Arlind Qori, oggi tra le voci della piazza, ha guardato da vicino: gli albanesi hanno amato l’Europa, scrive, come i poveri di Engels amavano il cielo, perché spogliati di tutto sulla terra immaginavano altrove un regno di abbondanza. E quel cielo, per loro, aveva un indirizzo molto preciso, che un suo ricordo d’infanzia restituisce meglio di qualsiasi saggio: nei primi anni Novanta circolava la voce che, vinte le elezioni, un numero quasi infinito di navi europee, in fila dai porti d’Italia fino all’isola di Sazan, cariche di merci, sarebbero pronte ad attraccare e a distribuire ricchezza a tutti. L’Occidente aveva una forma concreta: navi italiane, dirette proprio a Sazan.
Lo specchio italiano
Qui l’Italia smette di essere uno sfondo e diventa uno specchio e vale la pena reggerne lo sguardo, perché l’Italia non è stata solo il sogno dell’Albania ma ne è stata, un tempo, il padrone. Il 7 aprile 1939 ventiduemila soldati italiani e quattrocento aerei occuparono il paese in un giorno; re Zog fuggì e l’Albania divenne un protettorato fascista fino al 1943, con gli albanesi in posizione subalterna e una gerarchia razziale travestita da generosità: «li aiutiamo a migliorare», diceva la propaganda.
Di tutto questo, in Italia, non resta quasi memoria e lo storico Angelo Del Boca lo ha detto con una nettezza che andrebbe incisa: «la vera differenza tra noi e gli altri paesi che ebbero imperi coloniali è la nostra persistente volontà di rimuovere questo passato dalla memoria collettiva». Il mito degli «italiani brava gente» ha coperto i campi di internamento, i gas, la discriminazione, e dura ancora; conta qui per una ragione che non è di galateo storico, perché la forma di quella rimozione – «siamo brava gente, veniamo solo ad aiutare» – è la stessa con cui oggi si presenta la cessione della costa: non più eserciti ma capitali, non più protettorato ma «investimenti» e «amicizia». La dominazione non è scomparsa, ha cambiato veicolo, ma continua a passare per l’Albania: i centri per migranti che l’Italia di Giorgia Meloni ha costruito a Gjadër, su suolo albanese, sono solo l’ultima volta in cui Roma ha usato quel territorio per un proprio bisogno.
L’anatomia di una svendita
Sarebbe comodo, e falso, fare di Sazan solo l’ennesima incursione straniera: il terreno, per Kushner, era già pronto, e a prepararlo sono stati anni di scelte interne. Per seguirle conviene affidarsi a tre studiosi albanesi che, letti insieme, descrivono lo stesso meccanismo da tre lati diversi.
Il primo lato è il linguaggio. Blendi Kajsiu ha studiato il modo in cui in Albania si parla di «corruzione» e ha notato un effetto curioso: il gran parlare di corruzione ha finito per proteggere il sistema invece di correggerlo, perché se ogni male del paese è ridotto alla «corruzione» di qualche individuo, allora il modo stesso in cui lo Stato è stato smontato e venduto non finisce mai sotto processo e, anzi, la svendita del patrimonio pubblico può presentarsi come una pulizia morale.
Arlind Qori, il filosofo di piazza che già abbiamo incontrato, porta l’osservazione un passo più in là: le grandi leggi «anti-criminalità» colpiscono i pesci piccoli e assolvono i grandi, così che «il sistema fa credere che la causa della miseria non stia nelle scelte economiche di fondo, ma in pochi criminali da espellere». La rabbia, in altre parole, viene incanalata verso il bersaglio sbagliato.
Il terzo lato è il denaro e qui conviene rallentare. L’antropologa Smoki Musaraj ha studiato le piramidi finanziarie che nel 1996-97 inghiottirono i risparmi di due terzi del paese e lo spinsero sull’orlo della guerra civile – io c’ero a capodanno di quell’anno, la notte in cui il vicino svuotava il caricatore nel cielo nero facendomi ranicchiare in corridoio per la paura -, e ha mostrato che non si trattò di una «follia» collettiva, come amò ripetere il Fondo Monetario, ma di una forma estrema e perfino logica, dell’economia della speculazione che proprio allora si apriva al paese. Quella forma non è morta nel 1997: è migrata e oggi vive nel cemento, perché i grattacieli che hanno cambiato lo skyline di Tirana – i giornali albanesi ormai li chiamano «le nuove piramidi» – e i resort della costa funzionano allo stesso modo, come un valore che sale perché tutti credono che salga, finché non crolla.
I tre lati si saldano in un’unica inchiesta. Nel giugno 2026 la procura anticorruzione, SPAK, ha congelato circa 138 milioni di euro che legano i terreni del resort, a Zvërnec, ai terreni delle torri di Tirana: denaro che, secondo gli atti, verrebbe da rotte di cocaina latinoamericana e verrebbe ripulito negli stessi due cantieri, i resort sulla costa e i grattacieli in città. Un economista locale lo ha detto senza giri di parole: se il governo smettesse di rilasciare permessi per le torri, l’economia albanese stessa faticherebbe a reggersi. L’edilizia non è un settore tra gli altri; è il motore e gira su denaro di cui nessuno conosce davvero l’origine.
C’è un ultimo documento ed è il più eloquente. Mentre Rama andava in televisione a denunciare una «guerra ibrida» orchestrata da Grecia, Iran e Russia, il suo stesso governo faceva girare nelle ambasciate un rapporto commissionato a una società americana che analizza le campagne online; e quel rapporto, alla lettura, smentisce il premier, perché vi si ammette che le ragioni della protesta sono «legittime» e sincere e perché su 879.067 messaggi esaminati ne isola settericonducibili a una rete russa. Sette. I contenuti in greco, la «prova» della pista greca agitata in tv, sono meno dell’uno per cento. Lo Stato aveva affidato a un’azienda straniera il compito di puntellare la propria versione e quell’azienda ha dovuto dargli torto.
Il doppio movimento
Fin qui i modi in cui si vende un paese; ma la cosa davvero nuova, quella che trasforma una protesta ambientale in un fatto storico, è la reazione e per darle un nome serve un libro di ottant’anni fa. Se Kajsiu e Musaraj spiegano come un paese si lascia vendere, l’economista Karl Polanyi spiega perché, a un certo punto, smette di lasciarsi vendere. Nel suo libro più celebre, La grande trasformazione (1944), osserva una cosa che a dirla sembra ovvia e che pure cambia tutto: la terra, il lavoro e la natura non sono merci come le altre, perché nessuno le ha prodotte allo scopo di venderle e quando il mercato pretende ugualmente di trattarle come tali la società prima o poi reagisce, quasi per istinto, per sottrarle di nuovo allo scambio. A questo doppio passo – prima si mette tutto in vendita, poi la società si difende – Polanyi dà un nome: il «doppio movimento».
La rivoluzione dei fenicotteri è esattamente questo: una società che si muove per riprendersi la terra, l’acqua, la costa, e toglierle dall’asta, tanto che «L’Albania non è in vendita» si può leggere come Polanyi ridotto a uno slogan. E qui si scioglie un equivoco antico, perché la libertà arrivata nel 1991, ha scritto la filosofa Lea Ypi, fu fraintesa: venne consegnata insieme alla cura da cavallo delle privatizzazioni, come se votare e svendere lo Stato fossero la stessa cosa. Non lo erano. La piazza di oggi non chiede meno mercato, chiede che alcune cose restino fuori dal mercato. Nessuno rimpiange Hoxha, ma le persone hanno scoperto che la libertà non è il permesso di comprare tutto, bensì il potere di una comunità di difendere il proprio futuro, a cominciare dall’acqua, la vera ricchezza di un paese verde in un Mediterraneo che si fa arido.
Non rancore, ma condizione
Resta un’obiezione e vale la pena affrontarla di petto: non è, in fondo, il solito risentimento dell’Est verso un Occidente che l’ha umiliato? Due studiosi, Ivan Krastev e Stephen Holmes, hanno raccontato proprio così l’Europa orientale degli ultimi trent’anni, come un’«età dell’imitazione» in cui bisognava diventare l’Occidente e in cui l’imitazione, umiliante per natura, ha prodotto il rancore da cui è nato il populismo di Orbán. È una tesi forte.
Una tesi, però, che l’Albania rovescia: qui la fuga verso l’Ovest finisce davvero, ma senza rancore, perché in piazza, a volte, le bandiere americane sfilano accanto ai cartelli «Ivanka, vattene a casa». Non è il rifiuto dell’Occidente; è la prima volta che gli albanesi gli pongono delle condizioni, distinguendo l’Occidente dei valori dall’Occidente dei compratori.
E non è un caso isolato, ma un copione balcanico: in Serbia decine di migliaia difendono la valle di Jadar contro una miniera di litio sostenuta dall’Unione Europea, che cancellerebbe ventidue villaggi, mentre in Bosnia i cittadini abbattono recinzioni lungo i fiumi. Sono le rivolte che alcuni antropologi, studiando i Balcani del dopoguerra, avevano in qualche modo previsto: quella di una generazione che smette di cercare «l’uomo giusto» da votare e comincia a custodire ciò che è di tutti.
Sarei però disonesto se lasciassi intendere che in quella piazza ci sono solo nemici del mercato: molti vorrebbero più investimenti, non meno, e la lettura più radicale, quella che vede dovunque il capitale e l’imperialismo, appiattisce un movimento che è invece molto vario; anche la componente nazionalista ha le sue contraddizioni: gli accenti antisemiti contro Kushner, per esempio, vanno nominati e respinti. Ma la richiesta di fondo non chiede immobilità: chiede trasparenza e che alcune cose siano tenute fuori dall’incanto. È qualcosa di più piccolo di una rivoluzione e di più grande di un’elezione.
Le due ali
Il pellicano portò il cibo e con esso il sogno dell’Occidente come cornucopia attesa tra i campi e al porto; il fenicottero non porta niente, vive nella laguna e la difende. Tra le due ali è passato di tutto: un paese che si è definito prima chiudendo fuori il mondo, poi facendolo entrare senza condizioni e ora, per la prima volta, fissando un prezzo sotto il quale non vende.
Io quel mare l’ho attraversato a undici anni, nella direzione opposta alle navi che sognavamo, verso l’Italia, e forse per questo la scena di oggi mi sorprende più di ogni altra: le navi, alla fine, sono arrivate a Sazan e per la prima volta l’Albania è rimasta sulla riva a dire che cosa non avrebbe caricato a bordo. Non è un addio all’Occidente; è, semmai, il giorno in cui un paese scopre che cosa significhi davvero la libertà che gli avevano promesso.


