C’è un crinale insuperabile che divide il campo largo e che farà sì che la coalizione di destra sfreccerà vincente anche nella prossima legislatura. Prendete pure questa conclusione come una previsione anticipatoria dietro cui si nasconda l’auspicio esattamente contrario. Ma i segnali che arrivano da sinistra (meglio dal centro-sinistra) sono tutt’altro che fausti. Non può infatti trovare un compromesso o un punto di deterrenza l’insostenibilità del riarmo. Aborrito da Conte ma continuamente sostenuto dalla Schlein. Inoltre l’identikit dei due sulla figura del nuovo possibile Presidente del Consiglio non coincide e neanche lo strumento (le primarie) per identificare il soggetto scelto dai loro elettori. E per aggiunta, neanche il metodo (online per i Cinque Stelle, il gazebo per i piddini). Così il cosiddetto campo largo per ora è un campetto, una piccola prateria di pareri in libertà. Con delicatissime prossime mosse in gestazione che possono contribuire a destabilizzare ulteriormente i partiti dell’opposizione, mai troppo efficace, mai troppo compatta. Diciamola tutta, la Schlein a noi appare assolutamente inadatta al ruolo di leader anche per le contraddizioni che minano la complessità del partito di cui è segretaria. La recente intervista a Il Foglio ha rinfocolato l’immagine di una posizione tutt’altro che progressista con il favore concesso al nucleare, al riarmo, la strizzatina d’occhio al tema della sicurezza.
Se la maggioranza degli italiani è stufa di questo conflitto che si avvia a durare più della seconda guerra mondiale (il minaccioso riferimento ideale della storia è la guerra dei trent’anni, il conflitto più lungo di sempre) lo schiacciamento del suo partito su posizioni molto simili in politica internazionale a quelle delle Meloni fa rabbrividire. Al contrario Conte soffia sulla voglia di pace degli italiani, uscendo a capo fiero dalla gogna dei sospetti sul Covid, cercando di pescare nel bacino enorme degli italiani che hanno rinunciato da tempo di recarsi al seggio o che, semplicemente e banalmente, sono stufi di pagare un tributo al costo esagerato dell’energia elettrica e del gas. Ecco quindi che le possibilità di recupero dell’avvocato pugliese in questo enigmatico serbatoio di indecisi sono infinitamente superiori al cabotaggio elettorale della Schlein, colmando l’ampio gap differenziale a favore del Pd sul Movimento 5Stelle espresso dai sondaggi. Potrebbe capitare che nel ballottaggio delle primarie molti tesserati del Pd preferiscano votare Conte, già rodato come Presidente del Consiglio. E da questa situazione la Schlein perderebbe quello che rimane del proprio carisma. Una sconfitta elettorale del campetto produrrebbe solo macerie e dimissioni.
Quella della Salis è una pallida alternativa. Un mantra apotropaico da far risuonare come antidoto è quello di Nanni Moretti: “Con questi leader non vinceremo mai”. Per ora ci siamo vicini ma mai dire mai. Sull’altro versante invece la destra è compatta e dopo aver proceduto a un radicale (a volte ingiurioso) spoil system nel triennio, spesso insediando al potere i mediocri, punta riconfermarsi. Non abbiamo dubbio che Vannacci sarà abile a inserirsi nella nuova coalizione con la forza decisiva del suo 7% (altro che Renzi, altro che Calenda, altro che Onorato), frutto maturo di quei 500.000 voti portati come capitale prezioso al servizio della Lega, prima del repentino divorzio. Se la politica oggi è strategia e marketing più che ideologia, la destra ha dimostrato di sapersi muovere meglio anche se il bilancio delle leggi emanate sotto la sua egida è striminzito e spesso contraddittorio. Ma si naviga a vista e, come dimostrano le gestioni di Macron e di Merz, si punta solo a rimanere a galla senza imprimere alla politica continentale dei segni di cambiamento o, quanto meno, di inversione di tendenza.


