I glocalisti Netanyahu e Trump pronti a scatenare una nuova guerra contro l’Iran dopo le elezioni USA di metà mandato
Il glocalista Netanyahu, sconfitto alle elezioni israeliane del 27 ottobre scorso, minaccia con l’alleato glocalista Trump di scatenare la terza nuova inutile e dannosa guerra contro l’Iran.
Il Presidente degli Stati Uniti ha avvertito diversi governi arabi del Golfo di prepararsi per una breve e intensa campagna militare con Israele dopo le elezioni USA di metà mandato, spostando un sistema di difesa aerea Patriot dal Texas ad Israele per rafforzare le sue difese missilistiche, e ritirando le forze dalle basi dove erano vulnerabili agli attacchi in preparazione di una possibile escalation, mentre le forze statunitensi nella regione stanno rifornendo le loro scorte di munizioni, con caccia e bombardieri pronti a colpire infrastrutture iraniane e siti nucleari.
Dopo che i risultati degli exit poll sono stati resi noti martedì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele si trova di fronte a un’opportunità storica unica per rimuovere la minaccia esistenziale dall’Iran, aggiungendo che insieme al presidente Trump, avrebbe il potere di rimuovere la minaccia iraniana una volta per tutte.
In precedenza, il leader del principale partito di opposizione Yashar, Gadi Eisenkot, aveva ammonito Netanyahu a non usare il pretesto della sicurezza di Israele per il proprio tornaconto politico, dopo che era emersa una rara spaccatura tra il capo del Mossad Roman Gofman e gli alti funzionari dell’agenzia di spionaggio sulle operazioni contro l’Iran prima delle elezioni. Gofman aveva sostenuto la spinta di Netanyahu ad agire nonostante l’opposizione del capo di stato maggiore delle Forze Armate Israeliane (IDF) Eyal Zamir, mentre diversi alti funzionari del Mossad avevano espresso il timore che la tempistica delle operazioni possa essere influenzata da considerazioni politiche.
Zamir aveva avvertito il suo omologo americano, Dan Caine, che un attacco americano contro l’Iran prima dell’elezione di Israele avrebbe interrotto il voto, portando gli americani a respingere le richieste di Netanyahu di lanciare attacchi congiunti contro l’Iran. Era contrario ad attaccare prima delle elezioni per non compromettere il voto del giorno delle elezioni con un potenziale contrattacco missilistico iraniano, e per evitare il sospetto di irregolarità che un attacco che portasse al rinvio delle elezioni avrebbe potuto essere compiuto per aiutare Netanyahu.
La sconfitta elettorale di Netanyahu e la distinzione costituzionale tra Parlamento e Governo israeliani
I partiti dell’attuale coalizione di governo in Israele hanno perso 14 seggi, da un blocco di 67 seggi nelle precedenti elezioni a soli 53 seggi secondo i risultati non finali: un cambiamento politico drammatico che implica la perdita della maggioranza parlamentare.
Il nuovo Parlamento israeliano (la Knesset) giura entro circa due settimane dal giorno delle elezioni ed è autorizzata a iniziare a operare e a legiferare indipendentemente dal fatto che sia stato formato o meno un nuovo governo.
Secondo i risultati raccolti finora il blocco elettorale all’opposizione, compresi i partiti arabi, passa da 52 seggi a una maggioranza parlamentare di 67 seggi, quindi anche senza formare un nuovo governo sarà possibile sostituire il Presidente della Knesset, abrogare le leggi della cosiddetta riforma giudiziaria di Netanyahu, promuovere emendamenti alle Leggi Fondamentali (la Costituzione israeliana), approvare una nuova legge sulla leva militare, e persino promuovere una legislazione speciale per istituire una Commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre.
In altre parole, c’è una solida maggioranza alla Knesset contraria alle politiche del governo uscente e alla prosecuzione della riforma giudiziaria, perché la formazione del governo è una procedura completamente separata dall’insediamento della Knesset.
Dopo le elezioni, il Presidente dello Stato tiene le consultazioni con i gruppi parlamentari e affida l’incarico di formare il governo al membro della Knesset che ritiene abbia le maggiori probabilità di riuscire nell’impresa. Il numero di raccomandazioni è il fattore determinante, indipendentemente da quale sia il partito più grande. Tzipi Livni nel 2009 guidava il partito più grande, ma Netanyahu ottenne il mandato grazie a un maggior numero di raccomandazioni.
Nello scenario attuale, e ipotizzando che i partiti arabi, o almeno Ra’am, raccomandino Eizenkot come in passato, Netanyahu non riuscirà a raccogliere un numero superiore di raccomandazioni e l’incarico andrà a Eizenkot. Dopo aver ricevuto l’incarico, Eizenkot avrà 28 giorni di tempo per formare il governo, e il Presidente ha la facoltà di concedergli una proroga fino a un massimo di altri 14 giorni.
Durante questo periodo, Eizenkot potrà compiere molte mosse: condurre negoziati con il Likud (il partito di Netanyahu), inclusa la proposta di formare un governo da lui guidato con la partecipazione del Likud, oppure strutturare un altro governo che possa ottenere la fiducia della Knesset, ma la formazione di un governo non richiede la firma di accordi di coalizione con tutti i gruppi che lo sostengono.
Eizenkot può informare il Presidente di essere riuscito a formare un governo anche senza un accordo di coalizione con i partiti arabi, e persino senza un accordo con Liberman (l’unico leader dell’opposizione che si dichiara apertamente contrario ad un accordo coi partiti arabi), a condizione che ritenga di aver consolidato una maggioranza per un governo che ottenga la fiducia della Knesset. In questa situazione, Eizenkot può giocare d’astuzia, e presentare un governo dichiarando che chiunque lo sostenga e non voglia nuove elezioni debba votare a favore o astenersi. In questo modo può far giurare un governo sotto la sua guida, e Netanyahu lascerebbe l’ufficio del Primo Ministro.
Contrariamente a ciò che si potrebbe immaginare, non vi è l’obbligo di ottenere 61 voti favorevoli su 120 per la formazione del governo. Il governo necessita di una maggioranza semplice nel voto di fiducia alla Knesset, ovvero più voti a favore che contrari. L’astensione di alcuni membri della Knesset può quindi consentire la nascita di un governo anche senza il sostegno esplicito di 61 deputati.
La questione quindi non è solo chi riuscirà a formare il governo. Il cambiamento drammatico è che, già con il giuramento della nuova Knesset, Netanyahu perde il controllo del potere legislativo. Anche se la formazione del governo dovesse richiedere tempo e vi siano diversi scenari possibili, i rapporti di forza alla Knessetcambieranno radicalmente, e con essi la capacità di promuovere o bloccare iniziative costituzionali e di regime.
L’appello dei Democratici ad includere gli eletti israeliani arabi nella coalizione vestfaliana
Il rafforzamento dei partiti arabi è diventato uno degli sviluppi più significativi nel conteggio dei voti. Il presidente del Partito arabo della Lista Unita, il prof. Yousef Jabareen, ha detto che la sua fazione era pronta a usare la sua crescente forza parlamentare per aiutare a rimuovere il governo Netanyahu.
Il presidente dei Democratici Yair Golan ha insistito sul fatto che Netanyahu aveva perso le elezioni, esortando l’opposizione a formare un governo con il sostegno dei partiti arabi. Golan ha criticato quello che ha descritto come il tentativo di Netanyahu di distinguere tra voti ebraici e arabi, sostenendo che l’opposizione non dovrebbe escludere i cittadini arabi dal processo politico.
Se Netanyahu nel frattempo attaccasse l’Iran – dato che detiene una maggioranza ebraica nel conteggio dei voti, mentre Eisenkot e il suo campo stanno cercando di radunarsi insieme – l’opposizione ebraica troverebbe più difficile concludere un accordo con i partiti arabi mentre gli iraniani fanno piovere missili balistici su di loro, rimuovendo così dal centro dell’attenzione nazionale il dibattito sulle responsabilità di Netanyahu per il massacro del 7 ottobre 2023 e per l’evasione degli israeliani ultra-ortodossi (haredim) dal servizio militare nell’IDF.
Tuttavia, finché Zamir non avrà fretta di colpire l’Iran Netanyahu dovrà giustificare l’attacco con dichiarazioni più che vaghe rispetto al pericolo che l’Iran compia nuovi progressi verso l’atomica. È difficile per lui affermare in una sola frase di essere riuscito a rimuovere la minaccia nucleare e dei missili balistici, e poi chiedere un nuovo attacco ora, perché il tempo sta per scadere.
Il modo in cui Netanyahu spiegherà una terza fase di conflitto, se si verificherà durante i negoziati della coalizione, sarà cruciale per il successo di qualsiasi attacco e la sua legittimità tra l’opinione pubblica israeliana.
Nel frattempo però centinaia di scrittori, artisti e creatori israeliani, tra cui l’attore di fama mondiale Itay Tiran e la cantante Achinoam Nini (nota in Italia col nome darte Noah), si sono uniti a una petizione che chiede ai leader del blocco di opposizione di unire le forze in un atto audace, innovativo e storico alla luce dei risultati elettorali emergenti, e di impedire che il caos continui sotto il governo estremista di Netanyahu.
Nella petizione i firmatari chiedono all’intero “Blocco del Cambiamento”, attraverso le sue fazioni ebraica e araba, di unirsi in un’unica alleanza per creare una realtà migliore, più equa, tollerante e condivisa, superando gli abituali pregiudizi, razzismo, ed istigazione, accogliendo così la mano tesa dai partiti arabi per riparare i danni provocati da Netanyahu.


